Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura
Dal diluvio alle imprese del Grand Gilgamesh”
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L’Epopea di Gilgamesh è un poema babilonese di ambientazione sumera che raccoglie gli scritti dedicati alle vicende del leggendario re di Uruk (George 2003). La versione più completa dell’opera venne redatta in lingua accadica su dodici tavolette d’argilla attorno al 1200 a.C., rielaborando in un’unica narrazione vari racconti mitologici della letteratura sumera incentrati sulle imprese di Gilgamesh, brevi storie risalenti alla III dinastia di Ur (circa 2000 a.C.) (Kramer 1963; Dalley 2000).
Fra i principali racconti sumerici confluiti nella versione accadica troviamo:
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Gilgamesh e Agga
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Gilgamesh e Huwawa
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Gilgamesh e il Toro Celeste
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Enkidu agli inferi (Gilgamesh e l’aldilà)
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La morte di Gilgamesh
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Il mito di Ziusudra (il racconto del diluvio)
Il poema classico esalta valori quali la profonda amicizia, il cambiamento interiore e la nobiltà d’animo (George 2003). La relativa semplicità d’espressione cela una notevole profondità poetica, da cui emerge il tema dominante: la morte e l’impossibilità del suo definitivo superamento.
Sebbene non vi siano testimonianze archeologiche certe che comprovino l’esistenza storica di un sovrano chiamato Gilgamesh, molti studiosi ritengono plausibile che il mito sia nato per divinizzare un personaggio rilevante dell’epoca predinastica (Klein 1992; Kramer 1963).

La traduzione integrale dell’opera è disponibile a questo indirizzo
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_1.htm
La narrazione in prosa dell’Epopea di Gilgamesh è disponibile a questo indirizzo
https://civiltaeterne.it/2025/11/21/epopea-di-gilgamesh-narrazione-in-prosa/
Riassunto del poema
Presentazione del grande Gilgamesh
L’epopea si apre con una solenne descrizione di Gilgamesh, il grande sovrano della città sumera di Uruk. Il giovane re, per due terzi divino e per un terzo umano, era dotato di una bellezza e di una forza straordinarie, tali da non trovare eguali sulla Terra. Il suo animo impavido lo spingeva a cercare costantemente nuove avventure, trascinando gli uomini della città in imprese rischiose e spesso temerarie.
Animato da un coraggio sconfinato, Gilgamesh non esitava a gettarsi negli scontri dall’esito più incerto e aveva già affrontato e sconfitto mostri e creature feroci di ogni genere. Tuttavia, questa sua indole combattiva e l’incessante ricerca di imprese eroiche generarono un crescente malcontento tra le mogli e le madri degli uomini costretti a seguirlo.
L’ego prevaricatore del re finiva così per privare i suoi sudditi della serenità necessaria alla vita quotidiana, impedendo loro di dedicarsi alle attività della città e di vivere in pace.
Estratto dalla tavoletta I. Presentazione di Gilgamesh
Di colui che vide ogni cosa, voglio narrare al mondo;
di colui che apprese e che fu esperto in tutte le cose.
Di Gilgamesh, che raggiunse la più profonda conoscenza,
che apprese e fu esperto in tutte le cose.
Egli esplorò ogni paese
ed imparò la somma saggezza.
Egli vide ciò che era segreto, scoprì ciò che era celato,
e riportò indietro storie di prima del diluvio.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_1.htm
La creazione di Enkidu
Il malcontento dei sudditi di Gilgamesh crebbe al punto da giungere alle orecchie degli dèi. Il concilio divino decise allora di creare un essere capace di eguagliare la forza del grande re e di affrontarlo senza timore, così da contenerne l’irrequietezza. A questo compito fu incaricata la dea Aruru, che diede vita a Enkidu.
Enkidu non nacque in forma umana, ma come una creatura selvaggia che viveva nella steppa. Un giorno un cacciatore lo scorse e, terrorizzato, riferì a Gilgamesh ciò che aveva visto. Il re gli ordinò di condurre presso Enkidu Shamhat, la prostituta sacra, affinché potesse civilizzarlo. Grazie a questo incontro iniziatico, la creatura selvaggia si trasformò gradualmente, assumendo la condizione umana.
Nel frattempo, Gilgamesh ebbe un sogno in cui gli appariva un uomo bello e potente, in procinto di giungere a Uruk. Il sogno stava diventando realtà: Enkidu, ormai divenuto uomo, stava andando alla ricerca del re per affrontarlo e dimostrare di essere più forte di lui.
Estratto dalla tavoletta I – Aruru è incaricata di compiere il volere di An, la creazione di Enkidu
«Tu, Aruru, creastì l’umanità,
ora dai vita al pensiero di An».«Sia egli la controparte del suo cuore burrascoso,
che possa contrastarlo, ed Uruk ne venga alleviata!».
La dea Aruru udite queste parole
diede vita al pensiero di An.La dea Aruru lavò le sue mani,
prese un grumo di argilla, lo gettò nella piana.
Nella piana lei creò Enkidu, l’eroe,
creatura del silenzio, reso forte da Ninurta.
Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_1.htm
Lo scontro tra Gilgameh ed Enkidu
La violenza dello scontro tra Gilgamesh ed Enkidu fu tale da far tremare le mura di Uruk. Per la prima volta Gilgamesh si trovò di fronte a un avversario in grado di eguagliare la sua forza e persino di piegarlo, proprio come i suoi sogni avevano preannunciato. Tuttavia, Enkidu riconobbe in lui un uomo superiore a tutti gli altri e, dal loro combattimento, invece di nascere un’eterna rivalità, si sviluppò un profondo rispetto reciproco.
Così i due eroi, che secondo i piani degli dèi avrebbero dovuto affrontarsi come nemici, divennero sinceramente amici.

Estratto dalla tavoletta II – scontro tra Gilgamesh ed Enkidu
per Gilgamesh, un rivale simile a un dio fu posto -,
Enkidu bloccava con il suo piede l’accesso alla porta
della casa del padre della sposa;
egli non permetteva a Gilgamesh di entrare:
essi allora si affrontarono davanti alla porta della casa
del padre della sposa;
si rotolarono nella strada, il Paese tutto fu scosso.
Gli stipiti si frantumarono, le mura tremarono.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_2.htm
Gilgamesh ed Enkidu nella foresta dei cedri
Gilgamesh propose al suo nuovo compagno un’impresa temibile: affrontare Huwawa (o Khumbaba), il guardiano della Foresta dei Cedri, un mostro terribile dotato di forza sovrumana. Enkidu inizialmente esitò, ma Gilgamesh non gli lasciò scelta.
Giunti nella foresta, i due eroi tremarono davanti alla potenza del gigantesco custode, ma unendo il loro coraggio e le loro forze riuscirono infine a sconfiggerlo e a ucciderlo.
Questa fu solo la prima delle grandi imprese compiute insieme, le stesse imprese che gli dèi avevano sperato di evitare creando un rivale capace di tenere testa a Gilgamesh.

Estratto dalla tavoletta IV – I due eroi uniscono le forze contro il mostro della foresta dei cedri. ( [ ] indica parti mancanti).
Come tori selvaggi, essi si affrontano,
per la prima volta egli muggì, pieno di terrore.
Il guardiano della Foresta grida,
[ ]
Khubaba come un dio grida.
Gilgamesh aprì la sua bocca e disse ad Enkidu:
“Di Khubaba la forza è troppo grande,
da soli non possiamo affrontarlo, [ ]
gli stranieri [ ];
un sentiero tortuoso non è percorribile facilmente
da uno solo, ma da due; [ ]
unendo la forza di noi due [ ]
una corda a tre fili è difficile da rompere
e un forte leone non può prevalere su due leopardiFonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_4.htm
L’offesa alla Dea Ishtar
La dea Ishtar rimase profondamente colpita dalle imprese di Gilgamesh ed Enkidu. Affascinata dall’impareggiabile bellezza e forza di Gilgamesh, tentò di sedurlo, ma lui la respinse ricordando la sorte infelice che aveva colpito tutti i suoi precedenti amanti. Umiliata dal rifiuto, Ishtar si rivolse ad An, il padre degli dèi, implorandolo di inviare il Toro Celeste nella città di Uruk per devastarla e per uccidere Gilgamesh.
In un primo momento An rifiutò la richiesta, giudicandola sconsiderata; tuttavia, di fronte al ricatto della dea, finì per cedere. Così il Toro Celeste discese sulla terra, scatenando distruzione e mietendo la vita di centinaia di uomini.
A quel punto Gilgamesh ed Enkidu lo affrontarono e, dopo un duro combattimento, riuscirono a ucciderlo, scatenando l’ira incontenibile di Ishtar.

Estratto dalla tavoletta VI – La Dea Ishtar umiliata si rivolge al padre degli Dei
Quando Ishtar udì queste parole,
Ishtar divenne furiosa e salì al cielo.
Ishtar salì su e al cospetto di suo padre An cominciò a piangere,
le sue lacrime scorrevano al cospetto di sua madre Antu:”Padre mio, Gilgamesh mi ha umiliata più e più volte!
Gilgamesh ha pronunziato ingiurie contro di me,
ingiurie e offese contro di me!”.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_6.htm
La morte di Enkidu
Estratto dalla tavoletta VII – Enkidu ritira le maledizioni alla Prostituta sacra
“Perché, o Enkidu, stai maledicendo la mia prostituta
Shamkat?
E’ lei che ti offrì da mangiare pane adatto agli dei;
è lei che ti offrì da bere birra adatta ai re;
è lei che ti rivestì di paludamenti splendenti;
è lei infine che scelse per te come compagno il buon Gilgamesh;ed ora Gilgamesh, che è il tuo amico amato,
ti deporrà per riposare in un grande letto;
in un letto destinato all’amore egli ti farà riposare;
ti farà giacere in un luogo di pace, il luogo alla sinistra.
I re della terra baceranno i tuoi piedi,
ed egli farà in modo che il popolo di Uruk possa piangerti,
possa emettere lamenti per te;
e gli uomini robusti si caricheranno il fardello per te;
e per quanto riguarda se stesso egli trascurerà il suo aspetto
dopo la tua morte,
con indosso soltanto una pelle di leone egli vagherà
nella steppa”.
Udì Enkidu le parole del guerriero Shamash;
la sua ira si calmò, il suo cuore si placò;
la sua rabbia scomparì.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_7.htm
Il viaggio di Gilgames
Gilgamesh, tormentato da pensieri oscuri, decise di intraprendere un lungo e faticoso viaggio per incontrare Utanapishtim, dal quale sperava di ottenere il segreto della vita eterna. Utanapishtim, suo lontano antenato, era stato salvato dagli dèi al tempo del diluvio universale e innalzato al loro rango, ricevendo il dono dell’immortalità.
Dopo la morte dell’amato compagno Enkidu, le imprese di Gilgamesh non miravano più a soddisfare il suo smisurato ego, ma a raggiungere l’eroe del diluvio per apprendere come sottrarsi alla morte. Il pensiero della propria fine e lo sconforto provocato dall’idea di scomparire un giorno divennero per lui un’ossessione; trovare un modo per evitarla divenne la sua unica ragione di vita.
Il viaggio fu angosciante: Gilgamesh dovette superare gli Uomini-Scorpione, attraversare a tentoni una lunga galleria di tenebre e giungere al Giardino degli dèi, un luogo dove nessun uomo nato da donna era mai stato. Successivamente, attraversò le Acque della Morte, che lo separavano dall’isola felice di Dilmun, e infine raggiunse Utanapishtim.
Questo viaggio rappresentò una profonda esperienza formativa per la coscienza e per lo spirito del re di Uruk.
Tratto dalla tavoletta IX – L’animo affranto di Gilgamesh.
Gilgamesh, per Enkidu, il suo amico,
piange amaramente, vagando per la steppa:”Non sarò forse, quando io morirò, come Enkidu?
Amarezza si impadronì del mio animo,
la paura della morte mi sovrasta ed io ora vago per la steppa;
verso Utnapishtim, il figlio di Ubartutu,
ho intrapreso il viaggio, mi muovo veloce colà.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_9.htm
L’incontro con Utanapishtim e il racconto del diluvio
Quando Gilgamesh fu al cospetto di Utanapishtim gli chiese come fece ad entrare nella schiera degli Dèi e Utanapishtim gli raccontò il suo segreto. Molto tempo prima del loro incontro le persone erano diventate troppo numerose e il loro baccano disturbava il sonno degli Dei, cosi’ Enlil, adirato, decise di inviare un diluvio sulla terra per estinguere tutti gli uomini. Enki, il fratello di Enlil, non era d’accordo con questa decisione e di nascosto avvisò Utanapishtim del pericolo imminente. Gli disse di costruire un’arca e di entrarci con tutti i suoi famigliari e tutti gli animali. Il diluvio spazzò via tutti gli uomini, ma Utanapishtim e la sua famiglia si salvarono insieme a tutti gli animali. Quando il diluvio finì, Enlil fu stupefatto nel vedere che Utanapishtim era sopravvissuto e incoraggiato da Enki dichiarò che da quel momento Utanapishtim non sarebbe più stato mortale e che avrebbe vissuto a Dilmun nella lontananza.

Tratto dalla tavoletta XI – La decisione degli dei di mandare il diluvio sulla terra
Utnapishtim parlò a lui, a Gilgamesh:”Una cosa nascosta, Gilgamesh, ti voglio rivelare,
e il segreto degli dei ti voglio manifestare. Shuruppak – una città che tu conosci,
che sorge sulle rive dell’Eufrate –
questa città era già vecchia e gli dei abitavano in essa.
Bramò il cuore dei grandi dei di mandare il diluvio.
Prestarono il giuramento il loro padre An,
Enlil, l’eroe, che li consiglia,
Ninurta il loro maggiordomo,
Ennugi, il loro controllore di canali;
Ninshiku-Ea aveva giurato con loro.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_11.htm
La prova del sonno
Dopo aver raccontato gli eventi del diluvio, Utanapishtim mise alla prova Gilgamesh con la prova del sonno. Il re avrebbe dovuto restare sveglio per sei giorni e sei notti, ma, sfinito dal lungo viaggio, cadde subito in un sonno profondissimo.
Al suo risveglio, Utanapishtim gli disse che non poteva sperare di sconfiggere la morte se non era in grado di vincere neppure il sonno.
Tratto dalla tavoletta XI – Gilgamesh non supera la prova del sonno
Gilgamesh così parlò a lui, a Utnapishtim il lontano:
“Non appena il sonno è sceso su di me,
mi hai subito toccato e mi hai svegliato”.Utnapishtim così parlò a lui, a Gilgamesh:
“Guarda, Gilgamesh! Conta i pani!
Così apprenderai quanti giorni hai dormito.
Il pane del primo giorno è già secco,
quello del secondo giorno è raggrinzito, quello del terzo
giorno è molliccio, quello del quarto giorno ha la crosta bianca,
quello del quinto giorno ha perso colore, quello del sesto
giorno è appena cotto,
quello del settimo giorno era appena stato sfornato, quando
io ti ho toccato”.Gilgamesh così parlò a lui, a Utnapishtim il lontano:
“Ahimè! Come ho potuto fare ciò, Utnapishtim!
Dove potrò andare adesso?
I rapinatori mi hanno intrappolato,
nella mia camera da letto alberga la morte;
dovunque io ponga il mio piede, là c’è la morte”.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_11.htm
La pianta e il serpente
Gilgamesh fu travolto da un grande sconforto nel rendersi conto che neppure Utanapishtim, l’eroe del diluvio, poteva aiutarlo a sfuggire alla morte. Utanapishtim, tuttavia, cercò di consolarlo rivelandogli un ultimo segreto: nelle profondità marine cresceva una pianta della giovinezza capace di restituire la giovinezza. Gilgamesh raggiunse il luogo indicato, si immerse nelle acque profonde e riuscì a raccoglierla.
Quando tornò in superficie con la pianta prodigiosa, dichiarò di volerla portare a Uruk per ridare la giovinezza ai vecchi della città, e solo in seguito ne avrebbe mangiato anche lui. Questo gesto è particolarmente significativo: dimostra quanto il viaggio iniziatico compiuto avesse trasformato il suo spirito. Pensando prima agli anziani di Uruk, e solo dopo a sé stesso, Gilgamesh rivelò l’evoluzione interiore che aveva mutato l’antico re egocentrico in un sovrano saggio e nobile.
Ma durante la notte, mentre Gilgamesh riposava, la pianta della giovinezza fu appoggiata distrattamente a terra; un serpente, attratto dal suo profumo, la divorò. Subito dopo perse la pelle e tornò giovane, mentre Gilgamesh, disperato, comprese che ogni speranza di evitare la morte era svanita.
Il passo presenta un evidente parallelismo simbolico con il mito biblico di Adamo ed Eva: anche nella Genesi la vita eterna era a portata di mano, ma venne perduta a causa dell’inganno del serpente. Un richiamo non casuale, che si affianca alla precedente descrizione del diluvio, così simile al racconto biblico.
Gilgamesh fece ritorno a Uruk, dove restaurò i centri di culto distrutti dal grande diluvio avvenuto in tempi remoti, e proseguì la sua vita fino all’inevitabile fine, come accade a tutti gli uomini. Prima di morire fece incidere tutte le sue imprese su una stele di pietra: con questa scrittura nacque la storia, non solo quella di Gilgamesh, ma, simbolicamente, quella dell’intero genere umano.

Tratto dalla tavoletta XI – Gilgamesh e la pianta dell’irrequietezza
Gilgamesh parlò a lui, ad Urshanabi il battelliere:
“Urshanabi, questa pianta è la pianta dell’irrequietezza;
grazie ad essa l’uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk, e voglio darla da mangiare
ai vecchi e così provare la pianta.
Il suo nome sarà: “Un uomo vecchio si trasforma in uomo
nella sua piena virilità”. Anch’io voglio mangiare la pianta e così ritornerò giovane”.Fonte traduzione
http://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_11.htm
Interpretazione del poema
Questo poema epico, rispetto alle opere più moderne, è caratterizzato da una narrazione secca e sbrigativa, ma non priva di una profonda ricchezza poetica che apre la strada a numerose interpretazioni (George 2003).
A un primo sguardo potrebbe sembrare che il tema dominante dell’opera sia la ricerca dell’immortalità, la morte e il suo impossibile superamento, ma analizzandola con maggiore attenzione emergono altri aspetti di grande rilievo (Dalley 2000).
All’inizio Gilgamesh appare come un eroe egocentrico, assetato di gloria; dopo la morte dell’amico Enkidu, però, viene travolto da una profonda inquietudine (Kramer 1963). Decide così di intraprendere un lungo e pericoloso viaggio alla ricerca della vita eterna, unico rimedio che, ai suoi occhi, potrebbe salvarlo dal destino doloroso che accomuna tutti gli uomini. Il suo viaggio, inizialmente concreto e avventuroso, si sposta progressivamente su un piano spirituale, raccontando il lento cambiamento interiore del re (George 2003).
Gilgamesh fa ritorno a Uruk senza aver raggiunto il suo scopo, ma non rientra come un eroe sconfitto: torna come un uomo saggio, elevato a un nuovo livello di consapevolezza. Il primo a sottolineare questo aspetto è stato l’archeologo e assiriologo Giorgio Buccellati, definendo Gilgamesh un eroe sapienziale (Buccellati 1996).

Alla luce di questa interpretazione, appare evidente che il vero tema centrale dell’opera è il cambiamento spirituale, mentre il binomio vita–morte (l’“essere” e il “non essere”) costituisce il secondo grande asse del poema (George 2003). La prima parte dell’epopea, dominata dalle imprese bellicose di Gilgamesh, rappresenta l’essere, mentre lo smarrimento dell’eroe davanti alla morte dell’amico rappresenta il non essere. Da tale contrasto emerge una sintesi che riflette le più profonde paure dell’animo umano, legate alla morte e al suo inevitabile dominio (Dalley 2000).
Di fronte a questo terrore, l’“essere” si ribella e tenta disperatamente di non essere annientato, ma il fallimento è inevitabile: la vita eterna è un traguardo irraggiungibile per ogni uomo (Kramer 1963).
Fonti
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George, A. The Epic of Gilgamesh. 2003.
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Kramer, S. N. The Sumerians: Their History, Culture, and Character. 1963.
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Dalley, S. Myths from Mesopotamia. 2000.
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Klein, J. The Birth of Gilgamesh Traditions. 1992.
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Homolaicus. Sintesi dell’Epopea di Gilgamesh. (s.d.).
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Pettinato, G. Mitologia assiro-babilonese. Utet. (anno edizione non indicato; se vuoi posso inserirlo)
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La Pietra Focaia. Il poema di Gilgamesh: paradigma della vicenda umana. (s.d.).
(Autore non indicato; documento scaricabile) -
Wikipedia. Gilgamesh. (s.d.).
(Autore collettivo; voce enciclopedica) -
Buccellati, G. Gilgamesh in chiave sapienziale. Oriens Antiquus, XI: 34, 1972.






