Questo testo è tratto dal libro
“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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Gli ominidi, fin dalla loro comparsa, ebbero modo di conoscere il potere distruttivo del fuoco osservando gli incendi boschivi provocati dalle eruzioni vulcaniche, ma prima dell’Homo ergaster nessun primate trovò mai il coraggio per avvicinarsi alle fiamme, o perlomeno nessuno di cui ci sia mai giunta testimonianza. Rarissimi ritrovamenti risalenti a 1,5 milioni di anni fa, che consistono in tracce di carbone vegetale, frammenti di pietra bruciati e sedimenti di argilla cotti dal calore, rappresentano le primissime testimonianze inerenti all’uso controllato del fuoco (James, 1989; Gowlett, 2016). Probabilmente gli uomini vissuti in quell’epoca lontana non sapevano accendere un fuoco, pertanto, si ritiene che le prime esperienze siano avvenute raccogliendo dei bastoni ardenti durante gli incendi naturali. Sebbene gli incendi di origine naturale siano eventi rari è logico ipotizzare che nell’arco di migliaia di anni i contatti dell’uomo con il fuoco siano stati moltissimi. Tuttavia, la casualità e la saltuarietà degli eventi hanno reso difficile la conoscenza e l’utilizzo di questa preziosa risorsa.

La situazione mutò in seguito all’accensione del primo fuoco artificiale, avvenuta verosimilmente in maniera casuale, probabilmente battendo un sasso contro un altro durante la fabbricazione di un utensile di pietra. Fu allora che l’uomo si accorse che le scintille a contatto con l’erba secca possono provocare lo sviluppo di una piccola fiamma. Non potremo mai sapere dove e quando fu creata la prima fiamma ma in base al record archeologico disponibile sappiamo che la domesticazione del fuoco, ovvero la diffusione su vasta scala delle tecniche necessarie ad accendere una fiamma, avvenne non prima di 400.000 anni fa (Roebroeks, Villa, 2011). Dal momento delle prime esperienze casuali offerte dalla natura e la diffusione del fuoco domestico passò dunque un milione di anni e ciò è un fatto emblematico che dimostra l’estrema lentezza con la quale sono avvenuti i progressi dell’uomo durante l’epoca preistorica. Come vedremo in seguito, nel capitolo intitolato “Il paradosso preistorico”, la lentezza con la quale è avvenuto lo sviluppo della cultura umana durante il Paleolitico non sempre va imputata a scarse capacità di ragionamento, ma alla difficoltà con cui venivano scambiate e conservate le informazioni.
Un gruppo di archeologi dell’università di Gerusalemme hanno scoperto nel sito di Benot Yàaqov, nella zona settentrionale di Israele, un gruppo di piccole selci annerite dal fuoco, disposte vicino a resti organici di legno di olivo, viti selvatiche e semi di orzo, tutti risalenti a 790.000 anni fa (Nira Alperson-Afil). Ci sono volute sette stagioni di scavi per ricostruire l’ambiente e per chiarire se quelle selci furono utilizzate per circoscrivere un fuoco acceso dall’uomo. Sono stati analizzati tutti i possibili indizi che avrebbero potuto far nascere il dubbio, ma tutti gli elementi hanno confermato che quelli recuperati sono i resti del più antico focolare mai scoperto. Ad accendere il fuoco, secondo gli archeologi, fu l’Homo ergaster.
A partire da 400.000 anni fa l’utilizzo del fuoco si diffuse gradualmente fino a diventare di uso comune per tutti i gruppi umani. Uno dei siti più importanti associati alla domesticazione del fuoco si trova presso la grotta di Qesem, 12 km a est di Tel-Aviv, dove esistono prove dell’uso regolare del fuoco datate a un periodo compreso tra i 400.000 e i 200.000 anni fa (Karkanas et al., 2007; Stiner et al., 2009). Queste prove comprendono grandi quantità di ossa bruciate e ciò dimostra che la macellazione e la disossazione delle prede avveniva vicino ai focolari.
L’utilizzo del fuoco influenzò l’evoluzione fisica dell’uomo poiché la cottura degli alimenti ridusse il tempo e l’energia necessari alla masticazione e alla digestione (Wrangham, 2009). Da questo derivarono modificazioni biologiche sostanziali, come la riduzione delle dimensioni dell’intestino e variazioni alla conformazione della dentatura. Inoltre, la cottura rese digeribili alcuni cibi che da crudi non potevano essere consumati, come radici e tuberi, ampliando la gamma degli alimenti adatti alla dieta umana. Grazie al fuoco le attività dell’uomo non dovevano cessare al calar della notte ma potevano proseguire durante le ore di buio. I fuochi accesi nelle notti della preistoria incrementarono pertanto la condivisione delle emozioni favorendo lo sviluppo della socialità, del pensiero e dell’immaginazione.
Con la domesticazione del fuoco l’uomo esercitò per la prima volta un controllo sulla natura dando inizio a un lungo percorso di evoluzione psichica che con il passare del tempo lo portò a immaginare una dimensione sacra in cui l’essere umano ha una posizione privilegiata rispetto a tutte le altre forme di vita presenti in natura. Sebbene il concetto di religione, con le sue cosmogonie e le sue divinità antropomorfe, fosse ancora lontano dall’essere concepito con la domesticazione del fuoco fu posata la pietra miliare sul percorso di sviluppo del pensiero religioso moderno.
Riferimenti bibliografici
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James, S. R. (1989). Hominid use of fire in the Lower and Middle Pleistocene: A review of the evidence. Current Anthropology.
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Gowlett, J. A. J. (2016). The discovery of fire by humans: A long and convoluted process. Philosophical Transactions of the Royal Society B.
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Roebroeks, W., & Villa, P. (2011). On the earliest evidence for habitual use of fire in Europe. Proceedings of the National Academy of Sciences.
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Alperson-Afil, N. (2008). Continual fire-making by hominins at Gesher Benot Ya‘aqov, Israel. Quaternary Science Reviews.
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Karkanas, P., et al. (2007). Evidence for habitual use of fire at the end of the Lower Paleolithic: Site-formation processes at Qesem Cave, Israel. Journal of Human Evolution.
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Stiner, M. C., Barkai, R., & Gopher, A. (2009). Cooperative hunting and meat sharing 400–200 ka at Qesem Cave, Israel. Proceedings of the National Academy of Sciences.
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Wrangham, R. (2009). Catching Fire: How Cooking Made Us Human.







