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TEMPIO FUNERARIO DI HATSHEPSUT E IL SIGNIFICATO DEL SUO ORIENTAMENTO ASTRONOMICO

Settembre 3, 201717 minute read
Facciata monumentale del tempo di hatshepsut, vista panoramica
fig.1 Tempio funerario di Hatshepsut. fonte immagine

Il tempio funerario di Hatshepsut sorge sulla riva occidentale del Nilo, di fronte all’attuale città di Luxor. Fu edificato a Deir el-Bahari, ai piedi di una parete rocciosa che forma un anfiteatro naturale, luogo tradizionalmente consacrato alla dea Hathor. In quest’area sacra furono realizzati anche altri due importanti complessi funerari: quello di Mentuhotep II e quello di Thutmose III. In epoca più antica esisteva inoltre un tempio dedicato ad Amenhotep I e alla regina Ahmose Nefertari, che venne successivamente demolito per fare spazio al monumento di Hatshepsut.

Hatshepsut governò l’Egitto tra il 1478 e il 1458 a.C., durante la XVIII dinastia, diventando la seconda donna a fregiarsi del titolo di faraone dopo Nefrusobek della XII dinastia. In un primo momento esercitò il potere come reggente del giovane nipote e figliastro Thutmose III, ma non gli cedette mai il trono, nemmeno quando egli raggiunse l’età idonea per governare autonomamente il paese.

Il santuario funerario fu consacrato alla divinità solare Amon-Ra ed è strutturato su tre terrazze monumentali, che raggiungono un’altezza complessiva di circa 30 metri. I tre livelli sono collegati da due rampe cerimoniali, disposte lungo un asse principale e orientate verso il santuario di Amon, il nucleo religioso più importante dell’intero complesso.

Planimetria del tempio di hatshepsut

Primo cortile

Il primo cortile ospitava un eccezionale giardino di piante esotiche, introdotte in Egitto in seguito a una proficua spedizione commerciale nella leggendaria Terra di Punt. L’esatta ubicazione di Punt non è tuttora certa: molti egittologi la identificano con un piccolo regno situato lungo le regioni costiere a sud-est dell’Egitto, mentre altri ne propongono una collocazione nella penisola araba.

Il giardino, oltre a rappresentare una dimostrazione del potere economico e politico della sovrana, possedeva un forte valore simbolico, richiamando i concetti di fertilità, rigenerazione e abbondanza legati ai culti solari e al rinnovarsi ciclico della vita.

Sotto i colonnati inferiori si sviluppava un ricco apparato decorativo in rilievo, oggi in gran parte perduto.

Secondo cortile

Al secondo cortile si accede percorrendo una lunga rampa che si sviluppa al centro del primo livello. Questo secondo livello presenta forme e dimensioni analoghe a quelle del precedente ed è anch’esso attraversato da una rampa cerimoniale che invita il visitatore a proseguire verso il terzo e ultimo livello del complesso. Ai lati della rampa che conduce alla terrazza superiore si estendono due colonnati, concepiti non solo come elementi architettonici, ma come spazi narrativi e simbolici.

rappresentazione in altorilevo della regina ahmose
fig.2 La regina Ahmose (madre di Hatshepsut) rappresentata con il ventre gravido. fonte immagine

Il colonnato sud conserva alcune decorazioni in rilievo dedicate alla nascita divina di Hatshepsut, episodio fondamentale per la legittimazione del suo potere. Le scene illustrano un racconto mitico in cui Amon-Ra decide di fecondare la regina Ahmose Nefertari assumendo le sembianze del faraone, unendo così la regalità terrena a quella divina. Il dio vasaio Khnum modella il corpo e il ka della futura sovrana, conferendole forza e salute, mentre la dea rana Heket, antica divinità legata alla fertilità e alla generazione della vita, anima le forme create porgendo l’ankh, simbolo della vita eterna. Thot, dio della sapienza e dell’ordine cosmico, annuncia l’evento alla regina e la accompagna nella camera del parto, dove Hatshepsut nasce alla presenza di Amon. La neonata viene infine accolta e cullata dal padre divino, suggellando la sua natura sacra e predestinata al regno.

fig.3 La divina nascita di Hatshepsut. Al centro: Khnum attribuisce al corpo e al ka della futura neonata forza e salute (sul tavolo del vasaio), mentre la dea Haket è intenta ad animare le figurine create. A destra: Thot annuncia l’evento alla madre Ahmose per poi condurla nella camera del parto.

Le iscrizioni che accompagnano le scene sottolineano il carattere eccezionale della sovrana, esaltandone la crescita e la bellezza con espressioni che richiamano la rigenerazione e la fioritura della natura: «Sua Maestà cresceva meglio di qualunque altro essere» e «Il suo aspetto era quello di una dea, il suo fulgore era divino. Sua Maestà divenne una bella fanciulla, fiorente come la primavera». Il linguaggio utilizzato rafforza il parallelismo tra la figura della regina e i cicli vitali, tema centrale della religione egizia.

Queste decorazioni risultano oggi gravemente danneggiate: le immagini di Hatshepsut furono intenzionalmente scalpellate dopo la sua morte, probabilmente su ordine di Thutmose III, mentre quelle di Amon-Ra vennero prese di mira circa un secolo più tardi, durante il regno del faraone Akhenaton, nel contesto della sua riforma religiosa.

Il colonnato intermedio nord è invece decorato con rilievi che celebrano il successo della spedizione commerciale nella Terra di Punt, presentata non solo come un’impresa economica, ma come un evento carico di significati simbolici legati all’abbondanza, alla fertilità e al rinnovamento dell’ordine cosmico.

Santuario di Hathor

L’area di Deir el-Bahari era consacrata alla dea Hathor, una delle divinità più antiche e venerate dell’intera storia egizia, le cui origini affondano in culti arcaici legati alla fertilità, alla maternità e alla rigenerazione. Nei contesti funerari Hathor era spesso evocata con l’epiteto di “Signora dell’Occidente”, titolo che la identifica come signora del regno dei morti e guida delle anime nel loro passaggio nell’aldilà.

Dal punto di vista iconografico, Hathor veniva raffigurata sia in forma bovina, con un disco solare sormontato dall’ureo tra le corna, sia in forma antropomorfa, mantenendo sempre il disco solare come elemento distintivo. Il suo culto abbracciava molteplici ambiti: era dea della gioia, dell’amore, della maternità e della bellezza, ma anche protettrice della musica, della danza, delle terre straniere e della fertilità. Nel corso del tempo assimilò le caratteristiche di numerose divinità locali, accumulando attributi complessi e talvolta contrastanti, fino a essere concepita come madre, sposa e figlia di Ra, nonché madre di Horus, in una posizione simbolica affine a quella di Iside.

Il santuario di Hathor è situato all’estremità meridionale del colonnato intermedio sud del tempio. La sala ipostila, composta da dodici colonne con capitelli hathorici scolpiti a forma del volto della dea, costituiva uno spazio fortemente carico di significato rituale. Qui erano rappresentate numerose scene che raffiguravano Hatshepsut in compagnia di Hathor e di Amon, a sottolineare il legame privilegiato tra la sovrana e il mondo divino. Particolarmente significativa è la scena in cui Hatshepsut è raffigurata nell’atto di bere il latte dalle mammelle della dea Hathor in forma bovina: un’immagine dal profondo valore simbolico, che allude al nutrimento divino, alla rigenerazione e alla legittimazione sacra del potere regale.

santuario di hator nel tempio di hatshepsut
fig.4 Santuario di Hathor. A sinistra: Le colonne della sala ipostila con capitello Hathorico. fonte immagine. A destra: Hatshepsut mentre beve il latte dalle mammelle di Hathor. fonte immagine

 

Il significato del simbolo bovino nel culto di Hathor

In Egitto il bovino, e in particolare la vacca, era associato fin dalle epoche predinastiche ai concetti di fertilità, maternità e nutrimento vitale. La vacca è l’animale che per eccellenza produce latte, cioè la sostanza primaria della vita: per questo venne percepita come una madre cosmica, capace di generare, sostenere e rigenerare l’esistenza. Hathor, in quanto grande dea materna, assorbì naturalmente questo simbolismo.

Dal punto di vista mitologico, Hathor era considerata la vacca celeste che partorisce il Sole ogni giorno. Il disco solare tra le corna rappresenta Ra bambino che nasce dal grembo della dea all’alba e rinasce ciclicamente, collegando il simbolo bovino al ritmo cosmico del Sole, alla rinascita quotidiana e al rinnovarsi dell’ordine universale. Questo legame rende la vacca un’immagine perfetta per esprimere la rigenerazione ciclica, tema centrale nei culti funerari.

Nel contesto funerario, la vacca Hathor assume anche il ruolo di nutrice dei defunti: il latte divino garantisce al re e ai giusti la rinascita nell’aldilà. La scena di Hatshepsut che beve il latte dalle mammelle della dea non è quindi un gesto intimo o simbolico in senso moderno, ma un potente atto rituale: bere il latte di Hathor significa ricevere la vita eterna e affermare la propria origine divina.

Esiste inoltre un livello ancora più arcaico del simbolo. Le società neolitiche della valle del Nilo veneravano animali legati alla fecondità della terra e delle acque, e il bovino era associato all’abbondanza agricola e alla piena del Nilo. Hathor eredita questi culti preisotici e li rielabora in forma teologica, diventando una divinità che unisce natura, corpo femminile e cosmo.

Infine, il simbolo bovino comunica anche dolcezza e potenza allo stesso tempo: la vacca è nutrice, ma può essere anche pericolosa se minacciata. Questa ambivalenza rispecchia la natura di Hathor, che può essere dea dell’amore e della gioia, ma anche manifestarsi come forza distruttrice (ad esempio nella forma della leonessa Sekhmet), rafforzando l’idea di un’energia vitale totale, creatrice e distruttrice.

Santuario di Anubi

All’estremità settentrionale del colonnato intermedio del tempio si trova il santuario dedicato ad Anubi, divinità antichissima associata alla mummificazione, alle necropoli e ai rituali di passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Il culto di Anubi affonda le sue radici in epoche arcaiche, precedenti all’affermazione di Osiride, quando il dio era considerato il principale signore dei defunti e protettore delle sepolture.

Il santuario è costituito da una sala ipostila con dodici colonne e da un soffitto decorato con motivi astronomici, che richiamano la dimensione cosmica del viaggio ultraterreno. La presenza del cielo stellato all’interno di uno spazio chiuso allude alla trasformazione del defunto in una forma di esistenza eterna, assimilata alle stelle imperiture, e sottolinea il ruolo di Anubi come guida dell’anima nel processo di rigenerazione post mortem.

In questo contesto, Anubi non rappresenta soltanto il dio della morte, ma soprattutto il custode della rinascita: attraverso l’imbalsamazione, il corpo viene preservato e reso idoneo a una nuova vita nell’aldilà. Il santuario, collocato simbolicamente sul lato nord del complesso, direzione tradizionalmente associata all’eternità e alle stelle circumpolari, rafforza ulteriormente il legame tra il dio, l’immortalità e l’ordine cosmico.

Tutte le rappresentazioni della regina-faraone presenti in questo ambiente furono intenzionalmente cancellate in seguito alla sua morte, in conseguenza della damnatio memoriae voluta dal suo successore Thutmose III. Questa sistematica eliminazione iconografica non solo mirava a negare la legittimità politica di Hatshepsut, ma ha alterato profondamente il programma simbolico originario del santuario, privandolo della figura che, in vita, avrebbe dovuto beneficiare direttamente dei rituali di protezione e rigenerazione garantiti da Anubi.

Terzo Livello

Una seconda rampa, disposta lungo il medesimo asse della prima, collega il secondo al terzo livello del complesso, rafforzando l’idea di un percorso rituale ascensionale. Il livello superiore del tempio è costituito da un ampio porticato, sorretto da due file di colonne, che introduce alla zona più sacra e simbolicamente densa dell’intero edificio.

Davanti alle colonne esterne erano originariamente collocate monumentali statue osiriformi di Hatshepsut, oggi in gran parte abbattute. Attraverso questa iconografia la sovrana veniva assimilata a Osiride, dio della morte e della rinascita, assumendo il ruolo di garante dell’ordine cosmico e della rigenerazione eterna. Le statue osiriache, collocate lungo il percorso cerimoniale, accompagnavano simbolicamente il visitatore verso la dimensione ultraterrena, trasformando l’architettura in un vero e proprio spazio di transizione tra mondo terreno e aldilà.

La rampa di accesso culmina ai piedi di una grande porta che immette nella corte interna del terzo livello. Sul lato sinistro della corte si trova la cappella dedicata al culto reale, mentre sul lato destro è collocata la cappella riservata al culto solare. Quest’ultima ospitava scene di forte valore simbolico, in cui Hatshepsut, insieme alla figlia Raneferu e a Thutmose III, è raffigurata in ginocchio accanto alla barca solare, nell’atto di offrire doni ad Amon-Ra. La presenza della barca solare richiama il viaggio quotidiano del Sole nel cielo e nell’oltretomba, rafforzando il legame tra regalità, ciclo cosmico e rigenerazione.

Anche questo ambiente subì gravi danneggiamenti durante il regno di Akhenaton, quando numerose immagini di Amon furono distrutte nell’ambito della riforma religiosa. In un secondo momento, tutte le raffigurazioni di Hatshepsut vennero intenzionalmente abrase e sostituite con quelle di Thutmose III, alterando profondamente il programma iconografico originario e cancellando il ruolo centrale della sovrana nel culto solare e osiriaco del tempio.

statue di osiride nel tempio di hatshepsut
fig.5 Accesso al terzo livello del complesso con le statue osiriformi di Hatshepsut. fonte immagine

Il Santuario di Amon

Al centro della corte superiore, interamente scavato all’interno della parete rocciosa che chiude scenograficamente il complesso di Deir el-Bahari, si trova il santuario di Amon, considerato il cuore sacro e ideologico del tempio funerario di Hatshepsut. La sua collocazione, incassata nella montagna, non è casuale: la roccia, percepita come elemento primordiale e immutabile, rappresentava il grembo della terra da cui scaturisce la rigenerazione, rafforzando il legame tra il dio, la sovrana e il ciclo eterno di morte e rinascita.

Amon è una divinità tebana di origine antichissima, inizialmente venerata come dio locale, che assunse una rilevanza nazionale nel corso del Medio Regno, quando venne associata per sincretismo al dio solare Ra di Eliopoli, dando origine alla figura di Amon-Ra. Questa fusione teologica univa il principio invisibile e misterioso di Amon con la potenza creatrice e luminosa del Sole, esprimendo una concezione del divino al tempo stesso trascendente e immanente.

Sebbene Amon fosse comunemente rappresentato in forma antropomorfa, con una caratteristica corona sormontata da due alte piume, gli Egizi ritenevano che la sua vera essenza fosse inconoscibile e non rappresentabile. Uno dei suoi epiteti più significativi, “Nascosto d’aspetto, misterioso di forma”, sottolinea infatti la natura invisibile del dio, la cui presenza si manifesta attraverso i fenomeni cosmici e l’ordine del mondo, piuttosto che tramite un’immagine definita. In questo senso, il santuario non era concepito come uno spazio da osservare, ma come un luogo di esperienza sacra, in cui il divino si rendeva percepibile attraverso la luce, l’oscurità e il silenzio.

La scelta di collocare il santuario nel punto terminale del percorso ascensionale del tempio riflette una precisa concezione rituale: il fedele, o il sovrano, attraversando progressivamente terrazze, rampe e cortili, si avvicinava simbolicamente alla sfera del divino, culminando nell’incontro con una divinità che, pur essendo onnipresente, rimane per sua natura celata. Il santuario di Amon rappresenta così la sintesi teologica dell’intero complesso, luogo in cui architettura, cosmologia e regalità si fondono in un’unica espressione di rigenerazione eterna.

Orientamento astronomico

L’asse principale del tempio, che coincide con la direzione delle rampe cerimoniali, è accuratamente orientato verso l’alba del solstizio d’inverno. Il 21 dicembre, nel momento esatto della levata solare, la luce del Sole attraversa la porta della terrazza superiore e penetra in profondità fino a raggiungere la parete posteriore del santuario di Amon. Questo fenomeno non è casuale, ma il risultato di una precisa progettazione architettonica e astronomica, che inserisce il tempio di Hatshepsut nel più ampio contesto dei monumenti sacri dell’Antico Egitto e del mondo antico costruiti in funzione dei cicli celesti.

L’allineamento solstiziale non coinvolge esclusivamente il santuario principale, ma interessa anche le cappelle laterali dedicate a Hathor e ad Anubi. Questa convergenza simbolica rafforza l’unità teologica del complesso: Hathor, dea della rigenerazione e della rinascita; Anubi, custode della trasformazione post mortem; e Amon-Ra, principio creatore e solare, partecipano insieme a un unico evento cosmico che rinnova l’ordine del mondo una volta all’anno.

Nel pensiero religioso egizio, il ciclo solare rivestiva un ruolo centrale. Il solstizio d’inverno era concepito come il momento di massima crisi del Sole, quando la durata della luce raggiunge il suo minimo e l’oscurità sembra prevalere. Simbolicamente, questo giorno poteva essere interpretato come la “morte” del Sole. Tuttavia, proprio da questa apparente sconfitta prende avvio il processo di rinascita: nei giorni successivi al solstizio, la luce ricomincia gradualmente a crescere, segnando il ritorno della forza vitale. L’irruzione dei raggi solari all’interno dell’oscurità del santuario rappresentava dunque la vittoria della vita sulla morte e la rigenerazione dopo il caos, un concetto perfettamente coerente con la funzione funeraria del tempio.

Questo momento dell’anno, in cui il Sole rinasce dal punto più basso del suo ciclo, costituiva il contesto ideale per esprimere il destino ultraterreno del sovrano: così come il Sole rinasce dopo il solstizio, allo stesso modo il faraone, identificato con le forze cosmiche, poteva sperare in una rinascita nell’aldilà. L’architettura del tempio traduce visivamente questa concezione, trasformando il fenomeno astronomico in un’esperienza rituale e simbolica.

Un ulteriore e sofisticato effetto luminoso è generato da una piccola apertura collocata sopra la porta d’ingresso del santuario di Amon. Questa finestrella, posta a circa cinque metri e mezzo di altezza e con una dimensione di circa 44 × 44 centimetri, consente alla luce solstiziale di penetrare in modo controllato all’interno della cappella. Il raggio luminoso viene proiettato sulla parete occidentale, animando le scene scolpite e conferendo loro una dimensione dinamica e sacra.

ingresso del santuario di amon nel tempio di hatshepsut
fig.6 Ingresso del santuario di Amon. fonte immagine

La parete illuminata è decorata con una scena che raffigura Thutmose III in ginocchio davanti al dio Amon. Durante l’alba del solstizio d’inverno, la luce colpisce inizialmente la figura di Amon, per poi scendere progressivamente verso destra, soffermandosi sopra Thutmose III e proseguendo infine verso la figura del dio Hapy, personificazione del Nilo e della sua piena fecondante. Questa sequenza luminosa non è priva di significato: il percorso della luce stabilisce un legame simbolico tra il principio divino, la regalità e la fertilità della terra, riassumendo in un unico gesto cosmico l’ordine ideale dell’universo egizio.

In questo modo, il tempio funerario di Hatshepsut si configura non solo come luogo di culto e di commemorazione, ma come un vero e proprio dispositivo cosmico, capace di rendere visibile, attraverso luce e architettura, il mistero della morte, della rinascita e della rigenerazione eterna.

planimetria che mostra l'orientamento astronomico del tempio di hatshepsut
fig.7 Orientamento astronomico del tempio funerario di Hatshepsut

 

Immagini dell’allineamento astronomico scattate all’alba del solstizio d’inverno.
immagini del fenomeno di luce generato della finestrella posta sopra all’ingresso del Santuario.

 

 

fonte immagine in testata

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archeoastronomiaarchitettura egiziaegizi

Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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