Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura Dal diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”
Visualizza l’indice del libro
Visualizza la scheda del prodotto
Fiorita nella bassa Mesopotamia tra il IV e il III millennio a.C., la civiltà sumera ha segnato la storia dell’umanità attraverso straordinarie innovazioni culturali e tecnologiche, come la nascita delle prime città-stato, la scrittura cuneiforme e una monumentale architettura in mattoni d’argilla. In questo orizzonte arcaico, l’urbanizzazione non rispondeva a criteri puramente funzionali o difensivi, ma traduceva una precisa visione mitica e religiosa dell’universo. La città sumera era concepita come un prolungamento del macrocosmo e una proprietà esclusiva delle forze divine. In questa complessa struttura urbana, il tempio sumero non era un semplice luogo di culto, ma il vero e proprio nucleo generatore da cui si dipanava l’ordine sociale, politico, economico e spirituale dell’intera comunità, stabilendo un ponte perenne tra il mondo degli uomini e il regno degli dèi.
Il tempio era il luogo in cui risiedeva la divinità tutelare e da cui dipendeva l’intero equilibrio del mondo umano. Secondo la concezione mesopotamica, la prosperità della città era direttamente legata alla presenza del dio nel santuario: se la divinità rimaneva nella propria dimora, la città prosperava; se invece l’abbandonava, il caos e la distruzione prendevano il sopravvento (Verderame 2014).
La presenza divina si manifestava concretamente attraverso la statua cultuale custodita all’interno del tempio. Questa non era considerata una semplice rappresentazione simbolica, ma il supporto materiale della presenza del dio sulla terra. Per questo motivo la statua veniva trattata come un essere vivente: veniva lavata, vestita, nutrita e accudita quotidianamente mediante complessi rituali sacerdotali. La città stessa esisteva in funzione della divinità che la abitava, e il tempio costituiva il punto di contatto tra la sfera umana e quella divina (Verderame 2014).

La città come spazio sacro
Nella visione sumera la città non si identificava soltanto con un insediamento urbano, ma con uno spazio sacralizzato dalla presenza del dio. L’assiriologo Lorenzo Verderame evidenzia come la città fosse considerata una fondazione divina e come il tempio ne rappresentasse il centro assoluto (Verderame 2014). Le mura cittadine, frequentemente celebrate nella letteratura sumerica, non avevano principalmente una funzione militare, bensì simbolica: delimitavano il confine tra il cosmo ordinato della civiltà e il mondo esterno percepito come luogo del disordine e del caos.
Questa distinzione emerge chiaramente nei testi mesopotamici. Le mura compaiono infatti soprattutto nelle lamentazioni per la distruzione delle città, dove simboleggiano la fragilità dell’esistenza umana, oppure nelle opere epiche dedicate a Uruk, dove diventano il simbolo della grandezza e dell’eroismo umano. Lo spazio urbano rappresentava dunque l’ordine cosmico stabilito dagli dèi, mentre il territorio esterno incarnava l’alterità e le forze caotiche della natura.
L’Inno a Enlil e la dipendenza dell’universo dalla divinità
Questa concezione emerge con particolare forza nell’Inno a Enlil, una delle più importanti composizioni religiose della letteratura sumera. Enlil, signore dell’aria e sovrano del pantheon sumero, viene descritto come la fonte stessa dell’esistenza. Senza la sua presenza non vi sarebbero città, insediamenti, re, sacerdoti, raccolti, animali domestici o selvatici. Persino i cicli naturali, la fertilità della terra, la riproduzione degli animali e l’abbondanza delle acque dipenderebbero dalla sua volontà (Inno a Enlil A; Verderame 2014).
Il testo afferma infatti che senza la “grande montagna” Enlil nessuna città sarebbe costruita, nessun sovrano sarebbe elevato al trono, nessuna mandria si moltiplicherebbe e nessun raccolto crescerebbe nei campi. Questa visione ribalta profondamente la prospettiva moderna: non è l’uomo a garantire l’ordine sociale e cosmico, ma la divinità. Agli esseri umani spetta soltanto il compito di mantenere il favore degli dèi attraverso rituali, offerte e preghiere (Verderame 2014).
Da un punto di vista filosofico, il tempio rivela così una concezione ontologica fondamentale della religione sumera: la città esiste soltanto perché la divinità la abita. La stabilità del mondo dipende dalla permanenza del dio nel proprio santuario.
Inno a Enlil
Senza la grande montagna Enlil,
nessuna città sarebbe costruita, nessun insediamento sarebbe fondato,
nessuna stalla sarebbe costruita, nessun ovile sarebbe fondato,
nessun re sarebbe elevato, nessun en sarebbe generato ,
il sacerdote lumah e la sacerdotessa nindiĝir non si sceglierebbero con l’extispicio,
le truppe non avrebbero generali o capitani,
nel fiume l’acqua gorgogliante di carpe …,
la carpa dal mare non …, non guizzerebbero,
il mare non genererebbe il suo abbondante prodotto,
i pesci dell’abisso non depositerebbero le loro uova nel canneto,
nessun uccello del cielo costruirebbe il nido nell’ampia terra,
nel cielo le dense nubi non aprirebbero la loro bocca,
nel campo l’orzo e il lino nel prato non abbonderebbero,
nella piana la vegetazione non crescerebbe abbondantemente,
nei frutteti gli alti alberi della montagna non produrrebbero frutti.
Senza la grande montagna Enlil,
Nintur non ucciderebbe e non colpirebbe mortalmente,
nessuna vacca partorirebbe il suo vitello nella stalla,
nessuna pecora nel recinto genererebbe l’agnello gagig,
gli esseri viventi non si moltiplicherebbero …,
gli animali a quattro zampe non si propagherebbero e non si accoppierebbero.Fonte traduzione: “L’immagine della città nella letteratura sumerica” di Lorenzo Verderame. https://www.academia.edu/793772/L_immagine_della_citt%C3%A0_nella_letteratura_sumerica
La ziqqurat: montagna artificiale e centro del cosmo
L’elemento architettonico più spettacolare del complesso templare era la ziqqurat, una gigantesca struttura a gradoni che dominava il paesaggio pianeggiante della Mesopotamia (Verderame 2014). Questa costruzione non aveva soltanto una funzione monumentale, ma possedeva un profondo significato cosmologico. La sua forma evocava una montagna artificiale che collegava il mondo degli uomini al regno degli dèi.
Gli spigoli della ziqqurat erano orientati verso i quattro punti cardinali, sottolineando il ruolo del tempio come centro delle “quattro parti del mondo” (Verderame 2014). La struttura si sviluppava simbolicamente sia verso il cielo, dimora delle divinità, sia verso il basso, in direzione dell’abzu, il grande abisso delle acque primordiali associato al dio Enki. Il tempio diventava così l’asse cosmico che univa cielo, terra e mondo sotterraneo.
Numerosi testi religiosi confermano questa funzione. Il tempio Abzu di Enki viene definito “pilastro del cielo e della terra” (Enki e l’ordine del mondo, 10), mentre il santuario Ki’ur di Nippur è chiamato dur-an-ki, ossia “legame tra il cielo e la terra” (Inno a Enlil A, 67). Anche il celebre complesso sacro di Nippur era considerato il centro cosmico dell’universo conosciuto.
Il restauro delle statue divine e il rischio dell’abbandono del dio
Un aspetto particolarmente interessante della religione sumera riguarda il problema della conservazione delle statue divine. Poiché sia il tempio sia le immagini cultuali erano realizzati con materiali soggetti al deterioramento, periodicamente si rendevano necessari interventi di restauro (Verderame 2014). Durante tali operazioni la statua poteva essere rimossa dal santuario oppure, in casi particolari, la presenza divina poteva essere temporaneamente separata dal suo supporto materiale.
Questo momento rappresentava una fase estremamente delicata. L’interruzione delle normali attività cultuali rischiava infatti di provocare l’ira della divinità e persino il suo definitivo abbandono della città. Per i Mesopotamici una simile eventualità avrebbe significato la perdita della protezione divina, della fertilità e della prosperità economica (Verderame 2014).
Per evitare tale pericolo interveniva il sacerdote lamentatore, chiamato gala. La sua funzione principale consisteva nel placare il cuore irato della divinità mediante il canto delle lamentazioni rituali (Verderame 2014). Questi componimenti poetici possedevano una lunga tradizione nella cultura mesopotamica e vennero progressivamente associati ai grandi eventi traumatici della storia, come la caduta dell’impero di Agade e il crollo della III dinastia di Ur.
Nella riflessione teologica sumera tali catastrofi venivano interpretate come conseguenza dell’abbandono della città da parte della divinità protettrice. Le lamentazioni avevano quindi lo scopo di favorire il ritorno del dio e ristabilire l’ordine cosmico compromesso dalla sua assenza (Verderame 2014).

Oltre le mura: il caos, la guerra e la civilizzazione
Al di fuori delle mura cittadine si estendevano la steppa e le montagne, regioni considerate estranee all’ordine urbano. Tuttavia, proprio da questi territori provenivano le risorse indispensabili alla sopravvivenza delle città. Per questa ragione, osserva Verderame, la guerra assumeva una funzione profondamente diversa da quella che le attribuiamo oggi: non era soltanto distruzione, ma uno strumento di ordinamento del mondo (Verderame 2014).
Le montagne diventano così il teatro delle imprese eroiche di figure come Ninurta, Enmerkar, Lugalbanda e Inanna, impegnati a sottomettere forze selvagge, mostri e popolazioni straniere per estendere il dominio della civiltà. Anche strumenti agricoli come l’aratro assumono un significato simbolico e diventano metafore della capacità dell’uomo di trasformare il caos naturale in ordine culturale (Verderame 2014).
Questa concezione rivela uno degli aspetti più originali della visione del mondo sumera: la civiltà non nasce spontaneamente, ma deve continuamente espandersi e riaffermarsi contro le forze del disordine. Il tempio, la città e il dio costituiscono insieme il fulcro di questo processo, rappresentando il centro da cui l’ordine cosmico si irradia verso il resto del mondo. (Verderame 2014)

Principali fonti bibliografiche
- Lorenzo Verderame, L’immagine della città nella letteratura sumerica, 2014.
- The Literature of Ancient Sumer, 2004.
- Jeremy Black et al., The Literature of Ancient Sumer, 2004.
- Samuel Noah Kramer, The Sumerians: Their History, Culture, and Character, 1963.
- Thorkild Jacobsen, The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion, 1976.
- Jean Bottéro, Religion in Ancient Mesopotamia, 2001.
- A. R. George, House Most High: The Temples of Ancient Mesopotamia, 1993.
- Harriet Crawford, Sumer and the Sumerians, 2004.
- Mario Liverani, Antico Oriente. Storia, società, economia, 1988.







Comments (0)