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LA RIVOLUZIONE NEOLITICA

Giugno 23, 201729 minute read

Questo testo è tratto dal libro:

“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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Libro dedicato al megalitismo

L’origine delle prime società agricole e della sedentarizzazione umana viene generalmente collocata attorno al X millennio a.C., in un’ampia area del Vicino Oriente che gli studiosi hanno definito Mezzaluna Fertile. Questo territorio comprende le regioni umide poste ai margini settentrionali del deserto siriano e della Mesopotamia e si estende, con una forma ad arco, dal Levante fino ai rilievi dell’Anatolia sud-orientale e dei monti Zagros. In quest’area si sviluppò uno dei processi più importanti della storia umana: la transizione dal nomadismo di caccia e raccolta alle prime economie agricole, fenomeno che segna l’inizio della cosiddetta Rivoluzione neolitica.

Le trasformazioni climatiche che seguirono la fine dell’ultima glaciazione del Pleistocene crearono condizioni ambientali favorevoli alla progressiva stabilizzazione dei gruppi umani. L’aumento delle temperature e la maggiore disponibilità di acqua permisero lo sviluppo di ecosistemi ricchi di risorse vegetali spontanee. In particolare, nella Mezzaluna Fertile crescevano naturalmente diverse specie di cereali e legumi selvatici che si rivelarono particolarmente adatti alla domesticazione nel corso del Neolitico: tra questi farro, frumento, orzo, ceci, piselli, lenticchie e lino. Parallelamente, nell’area erano presenti allo stato selvatico anche alcune delle principali specie animali che in seguito diventeranno fondamentali per l’allevamento, come bovini, capre, pecore e suini.

La combinazione di queste risorse naturali favorì un lento ma progressivo cambiamento nelle strategie di sussistenza delle comunità umane. Gli uomini iniziarono a domesticare piante e animali, sviluppando forme di agricoltura e allevamento che consentivano una produzione alimentare più stabile rispetto alle attività di caccia e raccolta. Questa nuova capacità di produrre e conservare il cibo rese possibile la formazione di insediamenti permanenti, nei quali si svilupparono progressivamente sistemi economici più complessi basati sulla specializzazione delle attività lavorative e sul baratto delle eccedenze agricole.

Nel corso dei millenni successivi, le società agricole si espansero e occuparono le fertili pianure alluvionali della Mesopotamia, dove sorsero alcuni dei più antichi insediamenti stabili della storia umana. Questi villaggi, inizialmente piccoli e organizzati attorno alla gestione delle risorse agricole, si trasformarono gradualmente in centri proto-urbani, caratterizzati da relazioni economiche, culturali e commerciali sempre più articolate. Tale processo rappresenta uno dei passaggi fondamentali nella formazione delle prime civiltà storiche del Vicino Oriente.

L’insieme di queste trasformazioni viene comunemente definito Rivoluzione neolitica, un’espressione introdotta nel XX secolo dall’archeologo australiano V. Gordon Childe per indicare il passaggio dalle società di cacciatori-raccoglitori alle comunità agricole sedentarie. Tuttavia, molti studiosi ritengono che il termine “rivoluzione” possa risultare fuorviante, poiché suggerisce un cambiamento rapido e improvviso. In realtà, la transizione neolitica fu un processo lungo e complesso, caratterizzato da trasformazioni graduali che si svilupparono nel corso di migliaia di anni e che coinvolsero numerosi gruppi umani e contesti ambientali differenti.

Gli studi archeologici indicano che gli inizi di questo processo possono essere individuati con una certa precisione in tre principali aree geografiche del Vicino Oriente: i versanti occidentali dei monti Zagros, le regioni pedemontane dell’Anatolia sud-orientale e le oasi naturali del Levante. In questi territori sono stati rinvenuti alcuni dei più antichi siti neolitici conosciuti, come Göbekli Tepe, Jericho e Çayönü, che testimoniano l’esistenza di comunità sedentarie già impegnate nella gestione delle risorse agricole e nell’addomesticamento degli animali.

Le modalità con cui la cultura neolitica si diffuse verso altre regioni del mondo rimangono tuttavia oggetto di intenso dibattito scientifico. Gli archeologi discutono se tale diffusione sia avvenuta principalmente attraverso migrazioni di popolazioni agricole, oppure tramite processi di trasmissione culturale tra gruppi diversi. In ogni caso, è ormai chiaro che la nascita dell’agricoltura non fu un evento isolato, ma il risultato di una rete complessa di interazioni tra comunità umane, ambiente naturale e innovazioni tecnologiche.

Lo storico francese Fernand Braudel sottolineò proprio questo carattere lento e strutturale del cambiamento, affermando che la rivoluzione neolitica non può essere considerata un evento improvviso con una data precisa di inizio, ma piuttosto una profonda trasformazione dei comportamenti umani e delle strutture economiche, maturata progressivamente nel lungo periodo della storia.

La “rivoluzione neolitica”, come ogni altro fatto autenticamente preistorico, è una rivoluzione al rallentatore, che a rilento dà i suoi primi frutti, si stabilizza, si estende. Le sue fasi si misurano in millenni, non ancora in secoli. Infine, non la si dovrebbe immaginare come una ricetta miracolosa scoperta una volta per tutte in Asia Anteriore e diffusasi in seguito, a poco a poco, in tutto il mondo. Rimane l’ipotesi che questa ricetta, completa o no, sia stata inventata in diversi punti del globo, indipendenti l’uno dall’altro. Forse sono esistiti, come dedusse Emili Werth da varie graminacee selvatiche e specie animali, numerosi centri autonomi di invenzione e diffusione.

Tratto da “Memorie del Mediterraneo”, Fernand Braudel, pag.59

Insediamenti della Mezzaluna Fertile nell’VIII millennio a.C., in nero i siti abbandonati prima del 7500 a.C.

 

La transizione tra la vita nomade e quella sedentaria

 

L’assestamento climatico successivo alla fine dell’ultima glaciazione determinò profonde trasformazioni ambientali nel Vicino Oriente. Con l’inizio dell’Olocene si instaurarono inverni più miti e primavere piovose, condizioni che favorirono la formazione di una fascia boschiva particolarmente produttiva lungo i margini settentrionali del deserto siriano e della Mesopotamia. Questo ambiente ricco di risorse naturali rese possibile una maggiore disponibilità di piante e animali selvatici, aumentando sia la quantità sia la varietà delle risorse alimentari a disposizione delle comunità umane. In alcune aree della Mezzaluna Fertile, tali condizioni permisero addirittura di ridurre la necessità di spostamenti stagionali: il territorio poteva offrire risorse sufficienti durante tutto l’arco dell’anno, favorendo così la progressiva stabilizzazione degli insediamenti umani.

Questa situazione ambientale privilegiata contribuì allo sviluppo di numerosi nuclei culturali nella regione. Tuttavia, descrivere nel dettaglio tutti i centri coinvolti nella nascita delle prime società sedentarie risulterebbe dispersivo rispetto agli obiettivi di questa ricerca. Per questo motivo, l’analisi si concentrerà principalmente sui dati archeologici provenienti dal sito di Tell es-Sultan, il nucleo più antico della città di Gerico, uno dei luoghi più importanti per comprendere l’origine delle prime comunità stabili del Neolitico. È comunque necessario ricordare che la transizione neolitica non fu un fenomeno uniforme: diversi centri culturali contribuirono allo sviluppo dell’agricoltura e della sedentarizzazione, e le datazioni relative all’introduzione delle principali innovazioni neolitiche possono variare sensibilmente da un sito all’altro.

Tell-el Sultan

Il fiume Giordano scorre verso sud lungo la grande depressione tettonica che segna il confine tra l’attuale Giordania e la Cisgiordania, per poi sfociare nel Mar Morto, il bacino endoreico più profondo della Terra. Fin dalle epoche più antiche i gruppi di cacciatori-raccoglitori del Paleolitico attraversarono questo ambiente relativamente arido, spostando periodicamente i propri accampamenti per seguire le migrazioni stagionali della fauna e per sfruttare le risorse vegetali spontanee nei momenti e nei luoghi più favorevoli. Questo modello di sussistenza nomade rimase predominante per millenni, fino a quando alcune comunità individuarono aree particolarmente fertili e ricche di risorse naturali.

Tra queste vi era un’oasi situata nelle vicinanze dell’odierna Gerico, capace di offrire acqua, piante selvatiche, frutti e selvaggina durante tutto l’anno. Alla fine del X millennio a.C., un gruppo umano decise di stabilirsi stabilmente in questa regione privilegiata. Gli accampamenti temporanei vennero progressivamente sostituiti da abitazioni permanenti costruite in fango e pietra, segnando uno dei primi esempi di insediamento sedentario della storia umana. Con il passare dei secoli e con la crescita della popolazione, le abitazioni più antiche vennero progressivamente abbandonate o distrutte e nuove strutture vennero costruite sopra i resti delle precedenti. Questo processo di ricostruzione si ripeté numerose volte nel corso di circa novemila anni di occupazione continuativa.

La sovrapposizione di queste strutture abitative ha dato origine a Tell es-Sultan, una tipica collina artificiale (tell) formata dall’accumulo di fango, pietra e limo derivante dai resti degli edifici e dall’erosione naturale provocata dagli agenti atmosferici. Proprio questa stratificazione ha reso il sito estremamente prezioso per gli archeologi, poiché gli strati sovrapposti conservano la sequenza cronologica delle attività umane svolte nell’area. Gli scavi hanno infatti permesso di ricostruire l’evoluzione tecnologica e sociale delle comunità che abitarono il sito, documentando una continuità di occupazione che va dal Paleolitico superiore fino a epoche molto più recenti.

Tell es-Sultan non rappresenta un caso isolato. Il fenomeno dei tell, termine arabo che significa “collina”, è diffuso in molte aree del Vicino Oriente e caratterizza decine di antichi insediamenti della Mezzaluna Fertile. Queste colline artificiali conservano i resti stratificati di villaggi mesolitici e neolitici e costituiscono una fonte fondamentale per lo studio delle origini delle prime società agricole. I dati archeologici raccolti dimostrano tuttavia che non esiste un unico modello di transizione neolitica: ogni sito presenta caratteristiche specifiche legate alle condizioni ambientali, alle tradizioni culturali locali e ai diversi ritmi di adozione delle innovazioni tecnologiche.

Gli strati più profondi individuati a Tell es-Sultan hanno rivelato un insediamento formato da abitazioni circolari costruite con mattoni crudi e pietrisco, accompagnate da strumenti litici utilizzati per le attività di caccia e raccolta. La presenza di un insediamento stabile privo di agricoltura sviluppata indica che la sedentarizzazione precedette in alcuni casi l’adozione delle tecniche agricole. Questo modello di sussistenza, basato su una vita sedentaria sostenuta prevalentemente dalla raccolta di risorse naturali e dalla caccia, è tipico della cultura natufiana, una cultura mesolitica diffusa lungo le coste orientali del Mediterraneo a partire dal XII millennio a.C.

Il periodo natufiano rappresenta una fase di transizione fondamentale tra il Paleolitico superiore e il Neolitico antico. L’adozione di insediamenti permanenti favorì infatti nuove forme di organizzazione sociale, aumentando la cooperazione tra gli individui e contribuendo alla formazione di sistemi culturali e simbolici più complessi. In questo contesto iniziarono a svilupparsi pratiche rituali e credenze spirituali condivise, elementi che avrebbero avuto un ruolo importante nella successiva evoluzione delle comunità agricole del Vicino Oriente.

In Siria l’occupazione stabile del sito di Mureybetad è stata datata all’XII millennio a.C., dunque anticipa di circa duemila anni quella di Tell-el Sultan. In Giordania, invece, la prima occupazione stabile del sito di Behidha avvenne attorno all’XI millennio a.C. Lungo la costa del Mediterraneo, nei siti di El Wad e Nahal Oren, la transizione alla vita sedentaria fu ancor più precoce, mentre dal sito natufiano di Tell Abu Hureyra provengono le tracce di un sistema proto-agricolo basato sulla coltivazione della segale che anticipa l’esordio della cultura neolitica dei cereali.

 

Domesticazione delle piante

Nel sito archeologico di Tell es-Sultan, l’antico nucleo della città di Gerico, la coltivazione sistematica delle piante — in particolare orzo e frumento — divenne un’attività economica primaria soltanto tra l’8500 e il 7500 a.C., durante le fasi iniziali del Neolitico preceramico. Le ricerche archeologiche hanno tuttavia dimostrato che in altre aree del Levante lo sviluppo delle pratiche agricole fu ancora più precoce. In Siria, ad esempio, nei siti di Tell Aswad e Mureybet sono state individuate tracce di coltivazione di cereali risalenti a un periodo compreso tra il 9500 e l’8700 a.C., suggerendo che la nascita dell’agricoltura nel Vicino Oriente fu un processo complesso e policentrico, caratterizzato da diversi centri di innovazione distribuiti all’interno della Mezzaluna Fertile.

Per lungo tempo gli studiosi ritennero che la sedentarizzazione umana e la comparsa dell’agricoltura fossero fenomeni simultanei, ovvero che l’abbandono del nomadismo fosse una diretta conseguenza dell’introduzione della coltivazione delle piante. Le ricerche archeologiche più recenti hanno invece messo in discussione questa interpretazione, mostrando che in molti casi gli insediamenti stabili precedettero lo sviluppo delle tecniche agricole. Comunità già parzialmente sedentarie, come quelle appartenenti alla cultura natufiana e alle prime fasi del Neolitico preceramico, continuarono infatti per lungo tempo a basare la propria sussistenza sulla caccia e sulla raccolta, sperimentando solo gradualmente forme di gestione intenzionale delle risorse vegetali.

mortaio di pietra neolitico

Le cause precise che portarono all’introduzione dell’agricoltura non sono ancora del tutto chiare. È probabile che le prime comunità stanziali abbiano scoperto progressivamente che alcune aree del territorio favorivano la crescita spontanea di determinate piante, indipendentemente dal fatto che i semi fossero stati dispersi dall’uomo o dai processi naturali. Nel corso di generazioni, queste osservazioni empiriche portarono allo sviluppo delle prime pratiche di semina e gestione intenzionale delle colture. Attraverso un processo graduale di selezione, le comunità umane iniziarono a privilegiare le piante che producevano semi più grandi, spighe più compatte e rese più elevate, dando origine a varietà domestiche progressivamente differenti dalle forme selvatiche originarie.

Questo processo di domesticazione delle piante avvenne in larga parte in modo inconsapevole. Raccogliendo e riseminando i semi provenienti dagli esemplari più produttivi, gli agricoltori preistorici favorirono la diffusione di mutazioni genetiche che rendevano le piante più adatte alla coltivazione. In natura, alcune di queste mutazioni avrebbero rappresentato uno svantaggio evolutivo — ad esempio nelle piante con spighe che non si disperdono spontaneamente — ma l’intervento umano, attraverso la raccolta e la semina, eliminò tali svantaggi riproduttivi. In questo modo le specie coltivate si trasformarono gradualmente in controparti domestiche più produttive e più facilmente gestibili rispetto alle varietà selvatiche.

L’introduzione dell’agricoltura ebbe profonde conseguenze sull’organizzazione dei villaggi neolitici. Gli insediamenti divennero progressivamente più strutturati e permanenti, con abitazioni rotonde o rettangolari costruite in mattoni crudi su fondamenta di pietra, spazi destinati alle attività artigianali, silos per la conservazione dei cereali e cisterne per la raccolta dell’acqua. Il miglioramento delle tecniche agricole e l’aumento della produzione alimentare portarono alla formazione delle prime eccedenze di cibo, un fattore che trasformò profondamente l’economia delle comunità neolitiche.

La disponibilità di scorte alimentari stabili rese possibile la specializzazione del lavoro, poiché non tutti i membri della comunità dovevano essere impegnati nella produzione del cibo. Alcuni individui poterono quindi dedicarsi ad attività diverse, come la lavorazione della pietra, la produzione di utensili, la costruzione di edifici o lo sviluppo di forme primitive di artigianato. Questo processo favorì anche la nascita di reti di scambio e di commercio su lunga distanza, che collegavano tra loro diverse regioni del Vicino Oriente.

Parallelamente allo sviluppo degli insediamenti neolitici iniziarono infatti a circolare numerosi materiali pregiati e risorse non locali. Tra questi figurano il sale, lo zolfo e il bitume provenienti dall’area del Mar Morto, la nefrite e le rocce vulcaniche dell’Anatolia, i turchesi della penisola del Sinai e le conchiglie del Mar Rosso, utilizzate probabilmente come ornamenti o oggetti simbolici. La presenza di questi materiali in siti lontani dalle loro aree di origine dimostra l’esistenza di reti di scambio già attive nel Neolitico, che accompagnarono e sostennero lo sviluppo delle prime società agricole.

Questi elementi indicano che, accanto alla diffusione della cosiddetta “cultura dei cereali”, si verificò anche una profonda trasformazione nei sistemi di circolazione delle risorse e nei rapporti economici tra le comunità. Alcuni studiosi parlano infatti di una vera e propria “rivoluzione della circolazione”, caratterizzata dall’emergere di scambi regolari, contatti culturali tra regioni diverse e dalle prime forme di economia interregionale che avrebbero contribuito, nei millenni successivi, alla nascita delle grandi civiltà del Vicino Oriente.

 

Sviluppo della cultura materiale e del pensiero metafisico.

Con l’affermarsi della sedentarietà nel Neolitico, le comunità umane conobbero un notevole sviluppo della “cultura materiale”. La stabilità degli insediamenti e il controllo esercitato sul territorio permisero la nascita di forme più strutturate di proprietà e di gestione delle risorse, favorendo l’accumulo di beni personali e collettivi. In questo nuovo contesto economico e sociale aumentò la produzione di oggetti, strumenti e manufatti che non rispondevano più soltanto alle esigenze immediate della sopravvivenza, ma riflettevano anche valori simbolici, estetici e religiosi delle comunità. La produzione artigianale iniziò così a diversificarsi, dando origine a una cultura materiale sempre più ricca e complessa.

Durante il Paleolitico, al contrario, lo stile di vita nomade dei cacciatori-raccoglitori limitava fortemente la possibilità di produrre e conservare oggetti. La necessità di spostarsi frequentemente per seguire le migrazioni della fauna e sfruttare le risorse stagionali del territorio imponeva una grande mobilità, rendendo poco conveniente accumulare beni ingombranti o difficili da trasportare. Un gruppo umano poteva portare con sé soltanto un numero ridotto di oggetti personali, generalmente costituiti da armi e utensili indispensabili per la caccia, la lavorazione delle pelli e la preparazione del cibo. In questo contesto, investire tempo ed energie nella produzione di oggetti complessi o decorativi risultava spesso poco pratico, poiché tali manufatti rischiavano di essere abbandonati durante gli spostamenti.

Nonostante queste limitazioni, esistono alcune testimonianze straordinarie che dimostrano come anche le società paleolitiche possedessero forme di pensiero simbolico e religioso. Tra queste spiccano le cosiddette “Veneri paleolitiche”, piccole statuette realizzate in pietra, osso o avorio che rappresentano figure femminili caratterizzate da forme corporee accentuate, in particolare nei seni, nei fianchi e nell’addome. Questi manufatti sono generalmente interpretati come oggetti legati a pratiche rituali o culti della fertilità, anche se il loro significato preciso rimane oggetto di dibattito tra gli studiosi. La loro diffusione in diverse aree dell’Eurasia dimostra che già durante il Paleolitico superiore esistevano sistemi simbolici complessi all’interno delle comunità di cacciatori-raccoglitori.

Alcune scoperte recenti hanno persino suggerito che le origini di questa tradizione figurativa possano essere molto più antiche di quanto si pensasse in passato. Un esempio significativo è rappresentato dalla cosiddetta Venere di Tan-Tan, rinvenuta in Marocco, che alcuni studiosi datano a un periodo compreso tra 500.000 e 300.000 anni fa. Se queste interpretazioni fossero confermate, ciò indicherebbe che forme embrionali di rappresentazione simbolica potrebbero essere comparse molto prima dell’affermazione dell’Homo sapiens, forse già in contesti legati ad altre specie umane arcaiche. Tuttavia, il carattere intenzionale di questi manufatti resta ancora oggetto di discussione nella comunità scientifica.

Con la nascita degli insediamenti stabili nel Neolitico, le comunità umane poterono dedicare maggior tempo e risorse alla riflessione sul mondo naturale e sulla propria esistenza. La vita sedentaria favorì infatti lo sviluppo di forme più elaborate di organizzazione sociale, di trasmissione delle conoscenze e di elaborazione simbolica. In questo contesto emersero progressivamente narrazioni mitiche e cosmogoniche, attraverso le quali gli esseri umani cercavano di spiegare l’origine del mondo, i cicli della natura e il rapporto tra la dimensione umana e quella divina. L’assenza di una conoscenza scientifica dei fenomeni naturali portò spesso queste spiegazioni a svilupparsi in forma metafisica o religiosa, dando origine alle prime tradizioni mitologiche.

La necessità di conservare e condividere queste credenze collettive contribuì alla nascita dei primi spazi rituali e delle prime architetture monumentali all’interno dei villaggi neolitici. Nei siti archeologici del Vicino Oriente sono state individuate aree destinate a pratiche cerimoniali e cultuali già nelle fasi più antiche della sedentarizzazione. Nel sito di Tell es-Sultan (Gerico), ad esempio, uno dei livelli più antichi in cui gli archeologi ritengono di riconoscere i resti di una struttura con funzione rituale è stato datato, tramite analisi al radiocarbonio, a circa 9500 a.C.. Queste testimonianze indicano che le attività rituali erano già parte integrante della vita delle prime comunità sedentarie.

È significativo osservare che spazi rituali e oggetti cultuali compaiono nei villaggi neolitici anche prima della piena domesticazione di piante e animali. In diversi siti archeologici del Levante sono state rinvenute statuette, simboli e strutture interpretate come luoghi di culto, suggerendo che la dimensione religiosa svolgesse un ruolo centrale nella coesione sociale delle prime comunità stanziali. Tuttavia, esiste un’eccezione particolarmente rilevante a questo quadro generale: alcuni monumenti rituali di straordinaria complessità sembrano essere stati costruiti prima ancora della formazione di veri e propri villaggi agricoli, mettendo in discussione alcune delle interpretazioni tradizionali sull’origine delle società neolitiche.

Göbekli Tepe è uno dei siti archeologici più importanti per comprendere le origini delle pratiche religiose e delle prime forme di organizzazione sociale nel Neolitico. Il complesso si trova nell’attuale Turchia sud-orientale, a circa 20 chilometri dalla città di Şanlıurfa, non lontano dal confine con la Siria, in una regione che faceva parte della Mezzaluna Fertile. Gli scavi archeologici sistematici sono iniziati nel 1995, sotto la direzione dell’archeologo tedesco Klaus Schmidt, e hanno portato alla luce i resti di un vasto complesso monumentale costituito da strutture circolari in pietra e imponenti pilastri scolpiti. Le parti più antiche del sito sono state datate a circa 9500 a.C., collocando Göbekli Tepe tra i più antichi complessi monumentali conosciuti al mondo.

Santuario di Gobekli tepe

La costruzione di queste strutture richiese probabilmente il lavoro coordinato di centinaia di individui, poiché alcuni dei pilastri monolitici, scolpiti nel calcare locale, possono raggiungere i cinque metri di altezza e pesare diverse tonnellate. Nonostante questa imponente attività costruttiva, nelle aree circostanti non sono stati individuati resti evidenti di veri e propri centri urbani. Gli archeologi hanno invece rinvenuto tracce di occupazioni stabili ma non urbanizzate, costituite da insediamenti relativamente piccoli e privi di una struttura urbana complessa. Questo dato ha portato molti studiosi a ipotizzare che il sito fosse frequentato da comunità di cacciatori-raccoglitori sedentarizzati o semi-sedentari, organizzate in gruppi distinti ma capaci di collaborare nella realizzazione di un grande centro rituale condiviso.

Le strutture di Göbekli Tepe sono caratterizzate da recinti circolari delimitati da muri in pietra a secco, al cui interno si ergono grandi pilastri a forma di “T”. Molti di questi pilastri sono decorati con rilievi raffiguranti animali selvatici, come serpenti, volpi, cinghiali e uccelli, oltre a simboli astratti il cui significato rimane ancora oggetto di interpretazione. Alcuni studiosi ritengono che questi elementi iconografici possano rappresentare figure mitologiche o simboli legati alle credenze spirituali delle comunità che frequentavano il sito.

Per molti decenni l’archeologia del Vicino Oriente aveva sostenuto che la costruzione di luoghi di culto monumentali fosse una conseguenza dello sviluppo delle prime società agricole sedentarie e dei primi centri urbani. Secondo questo modello interpretativo, la nascita di templi e santuari sarebbe stata possibile solo dopo la formazione di comunità complesse caratterizzate da specializzazione del lavoro e stratificazione sociale. La scoperta di Göbekli Tepe ha però messo in discussione questa interpretazione tradizionale, mostrando l’esistenza di un complesso rituale monumentale precedente alla piena diffusione dell’agricoltura e alla formazione delle città.

Il sito suggerisce infatti che un profondo sistema di credenze spirituali condivise potesse esistere già tra comunità di cacciatori-raccoglitori relativamente organizzate, e che proprio queste credenze abbiano favorito la cooperazione su larga scala necessaria alla costruzione di monumenti rituali. Alcuni archeologi hanno persino ipotizzato che i grandi centri cerimoniali, come Göbekli Tepe, possano aver svolto un ruolo attivo nella trasformazione delle società preistoriche, contribuendo alla nascita di forme più stabili di organizzazione sociale e, in seguito, allo sviluppo dell’agricoltura.

È indubbio che l’affermarsi della vita sedentaria e degli insediamenti stabili rafforzò ulteriormente il rapporto tra le comunità umane e le loro divinità o entità spirituali. Con il tempo, questo legame si tradusse nella costruzione di spazi rituali sempre più elaborati e nella produzione di oggetti simbolici destinati al culto. L’archeologo britannico Colin Renfrew, riflettendo su questi processi e riprendendo le osservazioni di altri studiosi, ha definito questo fenomeno come una “materializzazione delle figure metafisiche”, ossia la tendenza delle società umane a rappresentare e rendere tangibili le proprie credenze religiose attraverso monumenti, immagini e simboli destinati a occupare uno spazio centrale nella vita collettiva.

“il culto degli dèi indusse la gente a raccogliersi in gruppi sociali più ampi per compiere i rituali religiosi. Possiamo anche aggiungere che, per rivelarsi veramente efficaci, queste divinità, per essere davvero tali, dovevano assumere una qualche forma materiale affinché la loro presenza concreta potesse facilitare i rituali e, al contempo, agire da fulcro delle pratiche religiose. Elizabeth Marrais e i suoi colleghi parlano di un processo di <<materializzazione>>, attraverso cui, secondo quanto sostengono, i simboli assumono una forma materiale e intensificano la loro influenza. La lunga vita delle credenze religiose è agevolata dal loro permanente incarnarsi in forme materiali.

tratto da Preistoria, L’alba della mente umana, di Colin Renfrew, pag.155

La vita comunitaria nei primi villaggi neolitici non si limitava alla semplice vicinanza fisica tra abitazioni, ma implicava la condivisione di valori culturali, credenze religiose e pratiche rituali comuni. Uno degli ambiti in cui questa dimensione collettiva emerge con maggiore chiarezza è quello delle pratiche funerarie, poiché il modo in cui una società tratta i propri defunti riflette spesso la struttura delle sue credenze spirituali, il rapporto con la morte e la concezione dell’aldilà. Nei contesti archeologici del Neolitico, le sepolture costituiscono dunque una fonte fondamentale per comprendere l’organizzazione sociale e il sistema simbolico delle prime comunità sedentarie.

Le testimonianze di ritualità funeraria nel Vicino Oriente sono numerose e diversificate, ma in questa sede è utile concentrarsi su alcuni rinvenimenti particolarmente significativi provenienti dall’insediamento preceramico di Gerico (Tell es-Sultan). La scelta di questo sito non è casuale: oltre a rappresentare uno dei più antichi centri abitati conosciuti, Gerico offre una documentazione archeologica straordinariamente ricca che permette di osservare diversi aspetti della rivoluzione neolitica, inclusi quelli legati alla sfera religiosa e simbolica.

Durante gli scavi condotti nel sito sono stati rinvenuti i resti di 491 individui, in gran parte di giovane età, insieme a una serie di crani umani che presentano una particolare lavorazione rituale. Alcuni di questi crani furono infatti modellati con uno strato di stucco, utilizzato per ricostruire i lineamenti del volto, mentre le orbite oculari venivano talvolta riempite con conchiglie o altri materiali. Questa pratica, nota come “culto dei crani”, è documentata in diversi siti del Levante appartenenti al Neolitico preceramico e viene generalmente interpretata come una forma di culto degli antenati o come un rituale legato alla memoria dei defunti.

L’età media relativamente bassa degli individui rinvenuti nelle sepolture di Gerico risulta anomala se confrontata con la distribuzione demografica attesa per un’intera popolazione. Questo elemento, insieme alla manipolazione rituale dei crani, ha portato alcuni studiosi a ipotizzare che l’area del ritrovamento fosse un luogo di sepoltura privilegiato, destinato forse a individui appartenenti a gruppi specifici o coinvolti in particolari pratiche rituali. In ogni caso, questi reperti dimostrano quanto potesse essere complesso e variegato il pensiero magico-religioso delle prime comunità neolitiche, rivelando una relazione con la morte e con la memoria dei defunti molto più articolata di quanto si fosse ipotizzato in passato.

Le sepolture con crani modellati indicano inoltre che i resti umani potevano continuare a svolgere un ruolo attivo nella vita rituale della comunità. In alcuni casi i crani venivano separati dal resto dello scheletro e conservati all’interno delle abitazioni o in spazi rituali, suggerendo che i defunti potessero essere considerati figure protettrici o antenati simbolicamente presenti nella vita del villaggio. Questo tipo di pratiche testimonia l’esistenza di un sistema religioso già strutturato, nel quale la memoria degli antenati contribuiva a rafforzare la coesione sociale e l’identità del gruppo.

Commentando questi straordinari ritrovamenti, l’archeologo Klaus Schmidt, noto soprattutto per le sue ricerche sul sito di Göbekli Tepe, sottolineò come tali testimonianze dimostrino l’importanza della dimensione rituale nelle prime società neolitiche. Secondo Schmidt, i rituali legati ai defunti e agli antenati rappresentano uno degli elementi chiave per comprendere la nascita delle prime forme di organizzazione sociale e religiosa nel Vicino Oriente antico.

“Senza perdersi in illazioni, ci si può chiedere ancora se nel caso dei defunti seppelliti a Gerico non ci troviamo di fronte addirittura a sacrifici umani, mentre i “normali” morti trovavano altrove il loro estremo riposo. Quanto bizzarro potesse essere il rapporto con la morte, che alla fine può essere interpretato solamente in quadro di tipo culturale, è ben esemplificato dai più spettacolari reperti di Gerico, e cioè dai crani rivestiti di stucco. Ad una parte dei crani deposti isolatamente rispetto al resto del corpo era stata infatti restituita la “carne”. Il volto veniva rimodellato per mezzo di argilla o gesso e conchiglie sostituivano spesso gli occhi. Sulle guance e sulla fronte si trovavano non di rado pitture. E’ oggetto di discussione se gli uomini di allora si siano affaticati nel tentativo di riprodurre realisticamente il volto del defunto, se abbiano ciò provato a rimodellare a mo’ di ritratto la fisionomia, o se tendessero solamente alla rappresentazione di un tipo ideale. Questo modo di trattare i crani non è attestato nello strato neolitico Pre-ceramico più antico, rimanendo circoscritto, almeno per quanto ne sappiamo ora, allo strato più recente. Crani rivestiti di stucco non si trovano comunque solo a Gerico, ma anche in un altro sito (Ain Ghezal).

tratto da Costruirono i primi templi 7000 anni primi delle piramidi, di Klaus Schmidt pag.44

 

Domesticazione degli animali

Le analisi archeozoologiche condotte sui resti faunistici rinvenuti nel sito di Tell es-Sultan, l’antica Gerico, hanno fornito importanti informazioni sull’origine dell’allevamento nel Vicino Oriente. Secondo gli studi effettuati sui reperti ossei, i primi tentativi di mantenere in cattività pecore e capre possono essere collocati tra l’8500 e il 7500 a.C., nelle prime fasi del Neolitico preceramico. Tuttavia, le evidenze che indicano una domesticazione completa dei caprovini provengono da strati archeologici leggermente più recenti, databili tra il 7500 e il 6000 a.C., quando le caratteristiche morfologiche degli animali mostrano già segni chiari di selezione operata dall’uomo.

L’esperienza acquisita nel controllo e nell’allevamento di pecore e capre favorì progressivamente l’addomesticamento di altre specie. Tra queste vi era l’uro (Bos primigenius), un grande bovino selvatico oggi estinto che in epoca preistorica era diffuso in gran parte dell’Europa e del Medio Oriente. La domesticazione dei bovini rappresentò un passaggio fondamentale nello sviluppo delle economie neolitiche, poiché questi animali offrivano una fonte stabile di carne, pelli e, in epoche successive, anche latte e forza lavoro.

Alcune caratteristiche biologiche e comportamentali rendono ovini e bovini particolarmente adatti alla domesticazione rispetto ad altre specie animali. Si tratta infatti di mammiferi erbivori con un comportamento relativamente docile e con una tendenza naturale a vivere in strutture sociali di branco, fattori che facilitano il controllo da parte dell’uomo. Inoltre, queste specie non presentano rituali di accoppiamento particolarmente complessi e sono in grado di sviluppare una certa familiarità con la presenza umana. Dal punto di vista riproduttivo, pecore, capre e bovini possiedono anche cicli di gestazione relativamente brevi, e i loro piccoli raggiungono rapidamente la maturità, caratteristiche che rendono l’allevamento compatibile con i ritmi delle società agricole.

È importante sottolineare che la domesticazione animale non è un processo scontato e può avvenire con successo soltanto in un numero limitato di specie. Nella regione della Mezzaluna Fertile vivevano diverse specie animali dotate di caratteristiche favorevoli a questo processo, fattore che contribuì in modo decisivo allo sviluppo delle prime economie di allevamento. Tuttavia, la domesticazione non fu immediata né semplice. Gli animali selvatici sottoposti alla cattività subiscono spesso uno stress fisiologico e comportamentale che può provocare malattie, aggressività o infertilità. Per questo motivo il processo dovette avvenire gradualmente, attraverso la cattura e l’allevamento di individui selvatici e il successivo incrocio tra animali parzialmente domesticati e popolazioni selvatiche, fino alla formazione di gruppi stabilmente adattati alla vita in cattività.

Non tutte le specie erbivore, tuttavia, si prestarono a questo processo. Animali come daini e cervi, diffusi in gran numero in Europa e in altre regioni dell’Eurasia, non furono mai pienamente addomesticati a causa di comportamenti riproduttivi complessi, di una forte tendenza alla fuga e di un temperamento meno adatto alla gestione da parte dell’uomo. Questo dimostra come la domesticazione animale dipenda da una combinazione di fattori biologici, ecologici e culturali.

L’allevamento degli erbivori si rivelò estremamente vantaggioso anche dal punto di vista energetico. La dieta di questi animali, basata su erbe e vegetazione spontanea, non entrava in competizione diretta con quella dell’uomo, permettendo alle comunità neolitiche di sfruttare risorse alimentari altrimenti inutilizzabili. Inoltre, secondo i principi della catena trofica, l’energia disponibile diminuisce significativamente a ogni passaggio di livello alimentare: per questo motivo gli animali erbivori offrono una resa nutrizionale molto più efficiente rispetto ai carnivori, che occupano livelli trofici superiori e accumulano una quantità minore di energia utilizzabile sotto forma di carne.

L’insieme di questi processi — la domesticazione delle piante, l’allevamento degli animali, la sedentarizzazione e lo sviluppo di comunità sempre più organizzate — contribuì a trasformare profondamente il rapporto tra l’uomo e l’ambiente. È proprio durante la Rivoluzione neolitica che vennero poste le fondamenta delle prime civiltà, dando origine a modelli economici, sociali e culturali che avrebbero influenzato in modo duraturo lo sviluppo della storia umana.

 

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Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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