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Nel deserto peruviano di Nazca, su un’arida superficie che si estende per oltre 500 chilometri quadrati, si trovano enigmatici geoglifi considerati unici al mondo. Essi sono generalmente interpretati come il risultato di attività rituali e religiose della cultura Nazca, una popolazione preincaica vissuta tra il I secolo a.C. e il VII secolo d.C. nell’attuale regione peruviana di Ica (Silverman, 1993).
Nel complesso, il sito comprende circa 13.000 linee, centinaia di figure geometriche – tra cui numerose spirali – e circa 800 raffigurazioni di animali e piante, spesso visibili solo dall’alto (Aveni, 2000). Le linee di Nazca sono geoglifi negativi, ovvero disegni ottenuti rimuovendo lo strato superficiale di pietre scure e ossidate del deserto, mettendo così in evidenza il più chiaro substrato sottostante e creando un netto contrasto cromatico (Hadingham, 1987).
La straordinaria conservazione di questi geoglifi fino all’epoca moderna è stata favorita dalle particolari condizioni ambientali del deserto di Nazca, caratterizzato da scarsa ventilazione e da precipitazioni quasi assenti, che hanno limitato i processi di erosione naturale (Reinhard, 1985).
Linee, piste e disegni
I geoglifi di Nazca si possono classificare in tre categorie:
- Disegni. Riproducono forme geometriche, zoomorfe e fitomorfe.
- Linee rette e strette. In molti casi lunghe anche diversi chilometri.
- “Piste”. Così chiamate perché la loro forma ampia e geometrica ricorda le piste d’atterraggio dei moderni aereoporti (caratteristica che ha portato alcuni a formulare fantasiose ipotesi).


Ciò che rende eccezionale quest’opera è l’estensione, tuttavia gran parte dell’attenzione del pubblico è concentrata su una dozzina di disegni che nel loro complesso rappresentano soltanto una minima parte dei geoglifi di Nazca. A scopo divulgativo ho realizzato un’animazione grafica per mostrare le reali proporzioni di questo enorme progetto. (Fonte immagini: Google Earth.)
Ipotesi sul significato e la funzione delle Linee
Dal momento che le Linee di Nazca possono essere classificate in tre principali categorie tipologiche, è plausibile ipotizzare che a ciascuna di esse fosse attribuito un significato specifico e una funzione rituale distinta (Aveni, 2000; Reinhard, 1985). Alcune linee sembrano infatti avere avuto una funzione sia pratica sia simbolica, indicando la direzione di luoghi sacri e costituendo probabilmente percorsi rituali lungo i quali si svolgevano processioni di oranti durante cerimonie divinatorie o propiziatorie (Reinhard, 1985).
Numerosi tracciati, ad esempio, discendono dalle aree montuose per dirigersi chiaramente verso i puquios, antichi acquedotti sotterranei di origine Nazca situati al centro della valle. Queste strutture idrauliche, fondamentali per la sopravvivenza in un ambiente estremamente arido, rivestivano con ogni probabilità anche una forte valenza simbolica, legata al controllo e alla sacralizzazione dell’acqua (Kosok, 1965; Silverman, 1993).

Una leggenda della tradizione Aymara — popolazione precolombiana stanziata lungo la costa meridionale del Perù — narra che il dio dell’acqua fosse in grado di volare dalle montagne verso la costa, portando con sé le acque necessarie al benessere dell’uomo (Reinhard, 1985). Sebbene non sia possibile ricostruire con certezza il sistema di credenze del popolo Nazca, questo racconto mitico offre uno spunto prezioso per comprendere il contesto simbolico e religioso da cui scaturiva il pensiero mistico delle antiche popolazioni andine.
È dunque lecito avanzare l’ipotesi che alcune linee fossero tracciate con l’intento di propiziare la discesa delle acque dalle montagne, mentre altre potevano essere dedicate all’ottenimento di diverse forme di benevolenza, invocando gli spiriti sovrannaturali ritenuti responsabili dei fenomeni naturali (Aveni, 2000; Silverman, 1993). In questo senso, il paesaggio stesso veniva trasformato in uno spazio sacro, nel quale il gesto rituale, il cammino e il segno inciso sul suolo concorrevano a ristabilire l’equilibrio tra l’uomo, la natura e il divino (Reinhard, 1985).

Il concetto di “direzione sacra” era diffusa nel mondo andino, e venne assorbito anche dagli inca, gli ultimi depositari di una cultura millenaria. Grazie ai resoconti dei cronisti spagnoli sappiamo che quest’ultimi individuarono dei punti salienti all’interno del paesaggio sacro, e che li utilizzarono per organizzare lo spazio e il tempo. All’interno del libro “L’impero inca” di Michael E. Mosely ho trovato una descrizione di questa concezione relativa all’epoca inca:
Il Coricancha era il prestigioso centro, il fulcro di una organizzazione radiale straordinaria. Forse l’esempio più calzante per spiegarlo, ci rimanda alla meridiana, per quanto l’immagine risulti molto riduttiva. Il tempio va infatti pensato come il cuore di una immensa meridiana cosmica per l’osservazione e lo studio dei fenomeni celesti e della loro correlazione con quelli terreni. Dipartendosi a raggiera, dal Coricancha fuoriescono 41 linee immaginarie, dette ceques, indirizzate verso l’orizzonte lontano e oltre. Lungo queste traiettorie erano disseminate 328 huacas, colonne e altri oggetti e monumenti di riferimento, distribuiti secondo criteri gerarchici di importanza e significatività. Gli archeoastronomi osservano che le 328 stazioni rappresentano i giorni nei 12 mesi lunari siderali. Considerata la sempre incombente minaccia di siccità e la rilevanza vitale dell’irrigazione, non pare affatto fortuito osservare che almeno un terzo dei punti ceques toccava le più importanti sorgenti d’acqua della regione.
Tratto da “L’impero inca” di Michael E. Mosely, Newton & Compton editori, pag.91.

Osservando una mappa delle linee Nazca, si possono identificare alcuni punti da cui dipartono a raggiera numerose linee, in maniera simile a quella descritta da Michael E. Mosely in merito all’organizzazione radiale Inca. Chiaramente questi elementi non sono sufficienti per risolvere l’enigma delle Linee Nazca, ritengo comunque che siano utili al fine di migliorare la comprensione del loro reale significato.

Nel 1940 l’archeologo e storico americano Paul Kosok, docente presso la Long Island University di Brooklyn, indagò il possibile rapporto tra le Linee di Nazca e gli antichi sistemi di irrigazione dell’area, giungendo tuttavia alla conclusione che solo una parte limitata dei tracciati potesse essere direttamente correlata a tali strutture idrauliche (Kosok, 1965). Le sue ricerche lo portarono a formulare l’ipotesi che il deserto di Nazca costituisse un complesso calendario astronomico, concepito per svolgere anche funzioni divinatorie legate al ciclo del tempo e agli eventi cosmici.
Con il supporto della matematica tedesca Maria Reiche, Kosok avviò un’imponente opera di mappatura e catalogazione delle linee, rafforzando progressivamente la convinzione che esse fossero in relazione con fenomeni astronomici, in particolare con il moto apparente del Sole e di alcuni astri (Aveni, 2000). Le teorie di Maria Reiche furono esposte nel volume Mystery on the Desert (1949; rist. 1968), un’opera che suscitò reazioni contrastanti negli ambienti accademici, oscillando tra interesse, scetticismo e critica metodologica (Silverman, 1993).
I proventi del libro permisero a Maria Reiche di assumere collaboratori, proseguire le ricerche sul campo e fondare un’associazione per la tutela del deserto di Nazca e del suo patrimonio archeologico. La studiosa dedicò gran parte della propria vita all’opera di sensibilizzazione delle autorità e dell’opinione pubblica, contribuendo a convincere il governo peruviano a limitare l’accesso all’area e promuovendo la costruzione di una torre di osservazione lungo la strada che attraversa il deserto, in modo da consentire ai visitatori una visione d’insieme delle linee senza comprometterne la conservazione (Reiche, 1968).
Un’analisi ravvicinata di alcune delle cosiddette “piste” rivela inoltre un’apparente correlazione con i cimiteri Nazca (fig. 4). In prossimità di questi tracciati sono state rinvenute numerose mummie, e le cavità lasciate dalle sepolture risultano tuttora visibili sul terreno. Tale associazione suggerisce che alcune linee potessero essere connesse al culto dei morti o a pratiche rituali legate alla sfera funeraria (Silverman, 1993). L’eventuale individuazione di un orientamento astronomico di queste piste risulta tuttavia complessa, poiché non disponiamo di dati certi sulle stelle o costellazioni stagionali considerate rilevanti nel sistema cosmologico Nazca (Aveni, 2000).
È frequente imbattersi in interpretazioni che sostengono che le Linee di Nazca siano visibili esclusivamente dal cielo e che siano state realizzate con questo preciso scopo. In realtà, tale affermazione è fuorviante: le linee sono perfettamente riconoscibili anche dal suolo, e una visione d’insieme può essere ottenuta semplicemente salendo sui numerosi promontori naturali che costellano l’altopiano. L’idea di una fruizione esclusivamente “aerea” appare quindi più come una suggestione moderna che come una reale necessità per gli antichi costruttori (Aveni, 2000).

In conclusione, le Linee di Nazca rappresentano una delle più complesse e affascinanti espressioni simboliche delle civiltà precolombiane andine. L’analisi delle loro caratteristiche formali, della distribuzione spaziale e delle relazioni con elementi fondamentali del paesaggio — quali i puquios, le aree funerarie e i rilievi circostanti — suggerisce che esse non costituissero un sistema monofunzionale, ma piuttosto un insieme articolato di segni, percorsi e immagini dotati di significati rituali, simbolici e, in alcuni casi, astronomici (Aveni, 2000; Silverman, 1993).
Le diverse tipologie di geoglifi sembrano rispondere a esigenze distinte ma complementari, legate alla sacralizzazione dello spazio, alla gestione simbolica delle risorse vitali — in particolare l’acqua — e al tentativo di instaurare un dialogo con le forze soprannaturali ritenute responsabili dell’ordine naturale (Reinhard, 1985). In questo senso, il deserto di Nazca può essere interpretato come un vasto paesaggio rituale, nel quale il gesto umano incide il territorio trasformandolo in uno spazio di mediazione tra il mondo terreno e quello divino.
Sebbene le ricerche archeologiche e archeoastronomiche abbiano fornito importanti chiavi di lettura, l’enigma delle Linee di Nazca non può dirsi definitivamente risolto. Tuttavia, proprio questa pluralità di interpretazioni — lontana dalle spiegazioni semplicistiche o sensazionalistiche — restituisce la complessità del pensiero religioso andino e invita a considerare i geoglifi non come un mistero isolato, ma come il prodotto coerente di una cultura profondamente integrata con il proprio ambiente naturale e cosmologico (Aveni, 2000).
Le Linee di Nazca rimangono dunque una testimonianza straordinaria della capacità dell’uomo antico di trasformare il paesaggio in linguaggio simbolico, lasciando un segno duraturo che continua, ancora oggi, a interrogare e affascinare l’osservatore moderno.


Fonti bibliografiche
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Aveni, A. F. (2000). Between the Lines: The Mystery of the Giant Ground Drawings of Ancient Nasca, Peru. Austin: University of Texas Press.
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Hadingham, E. (1987). Lines to the Mountain Gods: Nazca and the Mysteries of Peru. London: Heinemann.
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Kosok, P. (1965). Life, Land and Water in Ancient Peru. New York: Long Island University Press.
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Mosely, M. E. (1992). L’impero Inca. Roma: Newton & Compton Editori.
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Reiche, M. (1968). Mystery on the Desert. Stuttgart: Konrad Theiss Verlag.
(ed. orig. 1949) -
Reinhard, J. (1985). The Nazca Lines: A New Perspective on Their Origin and Meaning. Lima: Instituto Andino de Estudios Arqueológicos.
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Silverman, H. (1993). Cahuachi in the Ancient Nasca World. Iowa City: University of Iowa Press.





