Questo testo è tratto dal libro
“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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La necropoli di Su Crucifissu Mannu, ubicata nella Nurra presso Porto Torres (Sardegna nord-occidentale), costituisce uno dei complessi più importanti per lo studio delle Domus de janas e del fenomeno delle cart ruts, i misteriosi solchi paralleli incisi nella roccia che ancora oggi suscitano interrogativi sul loro significato (Contu 1966; Lilliu 1988; Hoskin 2001). Si tratta di uno dei luoghi cardine per comprendere la cultura prenuragica sarda e i suoi rapporti con le pratiche rituali mediterranee (Contu 1966; Lilliu 1988).
Le prime tombe del complesso si collocano nel Neolitico recente (3500–3000 a.C.), quando in Sardegna si afferma la tradizione delle tombe scavate nel calcare e arricchite da elementi simbolici e architettonici. Durante l’Eneolitico (3000–2500 a.C.), la necropoli si amplia: in questo periodo si diffonde la pratica della sepoltura collettiva, con deposizioni multiple accompagnate da corredi ceramici e litici (Atzeni 1984). Nel corso del III millennio a.C., Su Crucifissu Mannu viene riutilizzata anche da comunità che adottano il Campaniforme, segno di contatti con l’area iberica e centro-europea (Contu 1966). L’ultima fase significativa è attribuibile alla cultura di Bonnanaro (1800–1500 a.C.), che segna il passaggio all’età del Bronzo e anticipa lo sviluppo della civiltà nuragica (Lilliu 1988; Melis 2014).
Il complesso si estende per circa due ettari e conta 22 ipogei documentati. Questo dato, se confrontato con altre necropoli coeve come Anghelu Ruju (circa 38 tombe) o Sant’Andrea Priu (18 tombe monumentali), colloca Su Crucifissu Mannu in una fascia intermedia, ma con caratteristiche di straordinaria varietà planimetrica (Taramelli 1919; Atzeni 1984).
Alcuni ipogei sono costituiti da un unico vano, altri raggiungono configurazioni molto complesse, con più di dieci ambienti collegati da corridoi e passaggi stretti. Questa differenza riflette probabilmente gerarchie sociali interne alle comunità, con tombe monumentali riservate a gruppi eminenti e ipogei più semplici per nuclei familiari (Lilliu 1963; Melis 2014).

Uno degli aspetti più interessanti è l’orientamento degli ingressi. Molte Domus de janas presentano aperture orientate verso sud, verso il solstizio d’inverno o, in alcuni casi, verso l’equinozio. Su Crucifissu Mannu non fa eccezione. Questo dato suggerisce che lo scavo non fosse casuale, ma guidato da una precisa intenzionalità simbolica, rafforzando l’interpretazione delle tombe come spazi rituali connessi alla cosmologia delle comunità prenuragiche (Hoskin 2001; Melis 2014).
Gli scavi hanno restituito ceramiche eneolitiche, idoletti antropomorfi e oggetti metallici in rame e bronzo. Questi materiali, insieme alle attestazioni del Campaniforme, testimoniano la vivacità culturale della Nurra, crocevia di scambi con la penisola iberica, la Corsica e l’Italia settentrionale (Contu 1966; Atzeni 1984).
Il fenomeno della continuità d’uso — con riaperture e riutilizzi anche a distanza di secoli — dimostra la persistenza del carattere sacro della necropoli, che rimane riferimento identitario per le comunità locali (Lilliu 1988).
A differenza di altri complessi musealizzati, Su Crucifissu Mannu è di libero accesso. Non è presente un centro visitatori, né un percorso regolamentato e questo rende la visita estremamente suggestiva, ma pone al contempo problemi di conservazione: superfici scolpite e decorazioni risultano vulnerabili all’azione antropica. L’assenza di controllo diretto implica che la tutela dipenda in gran parte dal comportamento responsabile dei visitatori (Melis 2014).
Visitare Su Crucifissu Mannu significa anche vivere fisicamente l’architettura funeraria. Gli ingressi bassi e i corridoi stretti costringono a piegarsi o addirittura a strisciare per raggiungere le camere interne. Questo gesto, apparentemente solo tecnico, assume una valenza simbolica: il visitatore moderno sperimenta ciò che probabilmente vivevano i partecipanti ai riti di sepoltura, ovvero il passaggio in uno spazio liminale. Il corpo viene costretto a una trasformazione: dall’ampiezza esterna e dalla luce si entra in un ambiente angusto, buio e silenzioso. L’eco dei movimenti e il contatto diretto con la roccia accentuano la percezione di “entrare” in un altro mondo. Tale esperienza può essere letta come un rito di passaggio simbolico, in cui il vivo sperimenta momentaneamente il percorso che i defunti compivano per accedere all’aldilà (Melis 2014; Hoskin 2001).

Tra le ventidue domus de janas di Su Crucifissu Mannu, alcune si distinguono per dimensioni monumentali, articolazione planimetrica e decorazioni simboliche, costituendo veri e propri capolavori dell’architettura ipogeica prenuragica.
- La tomba a più vani (Ipogeo XIII) – Questa è una delle sepolture più complesse dell’intera necropoli: composta da oltre dieci ambienti collegati da corridoi stretti e bassi, presenta un impianto planimetrico che si sviluppa radialmente a partire da una camera centrale. Alcuni vani sono preceduti da piccole anticamere, con architravi scolpiti e gradini intagliati nella roccia (Contu 1966). Tale complessità suggerisce l’uso da parte di un gruppo sociale numeroso e di rango elevato, forse con sepolture ripetute nel tempo.
- La tomba delle protomi taurine – Questo ipogeo è noto per la presenza di decorazioni in rilievo raffiguranti protomi taurine, scolpite sulle pareti interne. Il toro, simbolo di forza, fertilità e rinascita, rappresentava un potente emblema religioso nelle comunità prenuragiche (Lilliu 1963; Melis 2014). La collocazione delle protomi in prossimità delle camere funerarie principali sottolinea il valore apotropaico e la funzione di protezione dei defunti.

- La tomba con la “falsa porta” – una delle sepolture più emblematiche ospita una falsa porta scolpita con cornice e architrave. Questo elemento, comune ad altre necropoli come Anghelu Ruju e Sant’Andrea Priu, simboleggia l’accesso al mondo ultraterreno: non conduce fisicamente ad alcun vano, ma rappresenta un portale simbolico tra la dimensione dei vivi e quella dei morti (Atzeni 1984; Melis 2014). La falsa porta di Su Crucifissu Mannu è tra le meglio conservate del Nord Sardegna.

- La tomba con pilastro centrale – Altra tipologia distintiva è quella della camera dotata di pilastro monolitico centrale, scolpito lasciando in rilievo un blocco della roccia di cava. Questo elemento architettonico, che ricorda i sostegni delle case lignee, non ha funzione statica (dato che la volta non necessitava di rinforzi), ma simbolica: evoca la colonna della dimora terrena, trasposta nella “casa dei morti” (Lilliu 1988; Melis 2014). Questo ipogeo si distingue per la presenza di un lungo corridoio di accesso (dromos), che immette in una camera funeraria pluricellulare. L’ingresso stretto e discendente rafforzava l’idea del passaggio iniziatico e della separazione tra esterno ed interno (Hoskin 2001; Melis 2014).

L’esplorazione del sito ha portato alla luce abbondanti quantità di ceramiche di cultura di Bonnanaro, ma anche bottoni a calotta sferica, forati, quattro brassard (bracciali da arciere) del Vaso campaniforme ed infine tre idoletti cicladici con la figura della Dea Madre. Tra i ritrovamenti anche un cranio umano che presenta documentazione di trapanazione in vivo.
Degna di nota è la presenza di profondi solchi paralleli (cart ruts), estesi sulla sommità della formazione calcarea che ospita gli ipogei. Sull’origine e sul significato di queste tracce non esiste ancora una spiegazione definitiva e condivisa. La diffusa interpretazione che li considera il risultato del passaggio prolungato di carri in epoca romana appare poco plausibile: le scanalature presentano infatti caratteristiche incoerenti con un uso pratico, come la profondità eccessiva, la disposizione troppo fitta, le intersezioni inutili, le interruzioni improvvise e la localizzazione in luoghi impervi, lontani da percorsi agevolmente praticabili (Contu 1966; Melis 2014).
Una prospettiva alternativa, condivisa da diversi studiosi, interpreta questi solchi come strutture di epoca preistorica legate a pratiche rituali o simboliche, forse connesse alla sfera celeste e al rapporto con le divinità (Hoskin 2001; Melis 2014). Il fenomeno non è esclusivo della Sardegna: solchi analoghi, noti come cart ruts, sono presenti in altri contesti megalitici e protostorici del Mediterraneo, in particolare a Malta, dove si estendono in fitte reti sui calcari dell’isola, ma anche nelle Canarie e in altre aree insulari. Questa diffusione geografica ampia rafforza l’ipotesi che si tratti di un fenomeno culturale condiviso da più tradizioni preistoriche, piuttosto che di una semplice infrastruttura di epoca storica (Trump 2002; Broodbank 2013).


Bibliografia




