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SIGILLO CILINDRICO VA 243

Marzo 9, 202610 minute read

Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura Dal diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”
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Tra i reperti più affascinanti dell’antica Mesopotamia vi è il sigillo cilindrico catalogato come VA 243, oggi conservato nel Vorderasiatisches Museum di Berlino. Questo piccolo oggetto inciso, realizzato in pietra serpentina, risale al periodo accadico (circa 2350–2150 a.C.), nel pieno sviluppo delle grandi civiltà urbane della Mesopotamia.

Nonostante le dimensioni ridotte, il sigillo presenta una scena ricca di significati religiosi e simbolici che riflettono la visione del mondo degli antichi popoli mesopotamici.

Cilindro akkadico VA 243
Impressione su argilla del sigillo akkadico VA 243

Il contesto storico: la Mesopotamia dell’età accadica

Il sigillo VA 243 appartiene al periodo accadico, l’epoca dell’impero fondato da Sargon di Akkad, uno dei primi grandi imperi della storia.

In questo periodo:

  • le città mesopotamiche erano centri politici e religiosi complessi;

  • la scrittura cuneiforme era già ampiamente utilizzata;

  • la religione permeava la vita quotidiana;

  • l’agricoltura irrigua costituiva la base dell’economia.

La cultura accadica ereditò gran parte della tradizione religiosa e simbolica dei Sumeri, continuando a rappresentare divinità, rituali e scene di devozione nei sigilli e nei rilievi.

Che cos’erano i sigilli cilindrici

I sigilli cilindrici erano piccoli cilindri di pietra incisi con scene simboliche o iscrizioni. Venivano fatti rotolare sull’argilla fresca, lasciando un’impronta continua.

La loro funzione era simile a quella di una firma personale o di un timbro ufficiale. Servivano per:

  • autenticare documenti amministrativi;

  • sigillare contenitori e magazzini;

  • garantire la proprietà o l’autorità su beni e contratti.

Spesso il proprietario portava il sigillo appeso al collo o al polso, perché rappresentava la sua identità legale e sociale.

Sigillo akkadico VA 243
Sigillo akkadico Va 243 e la sua impressione sull’argilla

La scena rappresentata sul sigillo VA 243

Il sigillo VA 243 raffigura una scena che appartiene a un motivo iconografico molto diffuso nell’arte mesopotamica: la presentazione rituale di un fedele davanti a una divinità. Questo tipo di rappresentazione, comune nei sigilli cilindrici dell’età accadica, non descrive un episodio storico specifico, ma piuttosto una situazione simbolica e rituale che riflette il rapporto tra l’uomo e il mondo divino. L’immagine condensata sulla superficie del cilindro esprime una concezione profondamente religiosa della realtà: gli dèi governano l’ordine cosmico e gli uomini si presentano a loro con rispetto, riconoscendo la propria dipendenza dalla loro benevolenza.

La divinità sul trono

Sul lato destro della scena compare la figura più importante della composizione: una divinità seduta su un trono. La sua posizione dominante e la postura stabile indicano immediatamente il suo rango superiore. Il dio è riconoscibile dal copricapo cornuto, un elemento distintivo dell’iconografia mesopotamica che segnala la natura divina del personaggio. Le corna sovrapposte non erano un semplice ornamento, ma un vero e proprio segno teologico: nella cultura mesopotamica indicavano il potere sovrumano e l’appartenenza alla sfera degli dèi.

la divinità seduta sul trono rappresentata sul sigillo VA 243. Identificata con il dio Enlil
la divinità seduta sul trono rappresentata sul sigillo VA 243. Identificata con il dio Enlil

La figura indossa una veste a pieghe, tipica della rappresentazione delle divinità e dei sovrani. Questo dettaglio non è puramente estetico; suggerisce la dignità e la solennità del potere divino. Il trono stesso è un simbolo fondamentale, poiché rappresenta la stabilità dell’ordine cosmico. Nella visione religiosa mesopotamica gli dèi governano il mondo come sovrani celesti, e il loro trono diventa l’immagine visiva di questa autorità universale.

In alcune interpretazioni la divinità è identificata con Enlil, uno degli dèi più importanti del pantheon mesopotamico. Enlil era considerato il signore dell’aria e dell’autorità divina, colui che stabiliva il destino degli uomini e manteneva l’ordine del mondo. La sua presenza su un trono non rappresenta quindi solo un dio, ma l’idea stessa di legge cosmica e potere divino che regola l’universo.

Il dio intermediario

Tra la divinità seduta e la figura umana compare un altro personaggio divino che svolge un ruolo fondamentale nella scena: quello di intermediario. Nella religione mesopotamica era comune l’idea che gli uomini non potessero accedere direttamente alle grandi divinità senza un mediatore. Questo dio minore ha dunque il compito di guidare il fedele e di introdurlo alla presenza del dio supremo.

La sua posizione nella composizione è altamente simbolica. Egli si colloca tra il mondo umano e quello divino, rappresentando una sorta di ponte sacro tra le due dimensioni. Il gesto con cui accompagna il fedele suggerisce un atto rituale codificato, probabilmente parte di una formula religiosa ben conosciuta nel contesto culturale dell’epoca.

Questo elemento rivela quanto fosse strutturata la religione mesopotamica. Il rapporto con il divino non era spontaneo o informale, ma seguiva una gerarchia precisa, simile a quella della società umana. Così come un suddito non poteva accedere direttamente al sovrano senza un funzionario o un emissario, allo stesso modo il devoto veniva introdotto al dio da una figura divina incaricata di questa funzione.

Il fedele

La figura umana raffigurata nel sigillo rappresenta il proprietario dell’oggetto o il devoto che si presenta davanti alla divinità. L’iscrizione lo identifica con il nome Ili-illat. La sua postura è rispettosa e composta, espressione di un atteggiamento di sottomissione e di devozione. In molte scene simili della Mesopotamia antica, il fedele porta con sé un dono o un animale destinato al sacrificio, gesto che simboleggia l’offerta e la richiesta di protezione.

Il fedele accompagnato da auna divinità minore intermediaria. Sigillo VA 243

Questa figura incarna la condizione dell’uomo nella visione religiosa mesopotamica. Gli esseri umani erano considerati creature dipendenti dal favore degli dèi: il loro benessere, la fertilità dei campi e la prosperità delle città erano tutte realtà che si ritenevano legate alla benevolenza divina. Presentarsi davanti alla divinità significava quindi riconoscere la propria posizione all’interno dell’ordine cosmico.

Il sigillo trasformava questa scena in una dichiarazione permanente di devozione. Ogni volta che il cilindro veniva fatto rotolare sull’argilla, l’immagine della presentazione al dio si ripeteva, come se il proprietario riaffermasse continuamente il proprio rapporto di fedeltà e servizio nei confronti della divinità.

L’aratro seminatore

Uno degli elementi più suggestivi della scena è la presenza dell’aratro seminatore, uno strumento agricolo che compare come attributo divino. Nell’immaginario mesopotamico l’agricoltura non era soltanto un’attività economica, ma un dono degli dèi all’umanità. La fertilità della terra e la crescita delle colture erano percepite come manifestazioni dirette dell’ordine divino.

Aratro seminatore impugnato con uno scettro reale

L’aratro diventa quindi un simbolo di grande potenza. Esso rappresenta il gesto primordiale della creazione e dell’ordine, il momento in cui il caos della terra viene trasformato in spazio fertile e produttivo. Associato alla divinità, lo strumento agricolo indica che è il dio stesso a garantire la fertilità del mondo e la prosperità delle comunità umane.

Questo simbolismo riflette la centralità dell’agricoltura nella civiltà mesopotamica. Le grandi città tra il Tigri e l’Eufrate dipendevano da sistemi complessi di irrigazione e dalla regolarità delle stagioni. Attribuire agli dèi il controllo di questi processi significava riconoscere che l’ordine naturale e quello divino erano inseparabili.

In questo contesto l’aratro non è soltanto un oggetto: diventa l’emblema della generatività divina, della capacità degli dèi di trasformare la terra in vita e abbondanza. La sua presenza nel sigillo rafforza l’idea che la divinità rappresentata sia una forza ordinatrice e benefica, garante della fertilità e della stabilità del mondo umano.

Aratro seminatore sumero
Riproduzione di un aratro seminatore mesopotamico

Il simbolo celeste: chiarimento sull’interpretazione astronomica

Nella parte superiore del sigillo VA 243 compare un simbolo formato da una stella centrale circondata da piccoli punti. Nel corso degli anni questo elemento è stato oggetto di numerose interpretazioni, alcune delle quali hanno suggerito che si tratti di una rappresentazione del Sistema Solare. Questa idea è stata resa popolare soprattutto dallo scrittore Zecharia Sitchin, che interpretava la figura centrale come il Sole e i punti circostanti come i pianeti, arrivando persino a ipotizzare la presenza di un pianeta aggiuntivo, chiamato Nibiru, conosciuto dagli antichi Sumeri.

Simbolo astronomico presente nel sigillo VA 243

Tuttavia, quando il sigillo viene analizzato nel contesto storico e iconografico della Mesopotamia, questa interpretazione non trova conferma. Studi di assiriologia e analisi critiche, come quelle presentate in un articolo del CICAP, mostrano che la lettura “astronomica” del sigillo presenta numerosi problemi.

Anzitutto, la disposizione e le dimensioni dei piccoli cerchi non corrispondono in alcun modo alla struttura reale del Sistema Solare. Se si trattasse davvero di pianeti, ci si aspetterebbe almeno una certa coerenza nelle proporzioni o nelle distanze relative, mentre nel sigillo i punti appaiono distribuiti senza alcun riferimento riconoscibile alla configurazione planetaria.

Un ulteriore elemento riguarda l’iconografia mesopotamica. Nella tradizione artistica della regione il Sole possedeva un simbolo specifico, generalmente rappresentato come un disco con raggi ondulati o crociati, associato al dio solare Shamash. Il segno inciso nel sigillo VA 243, invece, corrisponde al tipo di stella che nelle raffigurazioni mesopotamiche indicava semplicemente un corpo celeste o un elemento del cielo. Non vi sono quindi motivi iconografici per interpretarlo come il Sole.

Anche i piccoli cerchi che lo circondano sono più plausibilmente interpretabili come altre stelle o elementi del firmamento. In diversi sigilli e rilievi mesopotamici gruppi di punti simili vengono utilizzati per indicare costellazioni o ammassi stellari visibili a occhio nudo, come le Pleiadi. In questo senso il simbolo non avrebbe una funzione scientifica, ma piuttosto evocativa: richiamerebbe la volta celeste come spazio sacro e dominio delle divinità.

Infine, il contesto generale del sigillo non suggerisce affatto un tema astronomico. L’iscrizione è una formula breve e tipica dei sigilli personali, che identifica il proprietario e il suo rapporto di servizio. L’immagine stessa raffigura una scena religiosa di presentazione davanti a una divinità, un soggetto molto comune nell’arte mesopotamica.

Alla luce di questi elementi, gli studiosi ritengono che il simbolo celeste non rappresenti il Sistema Solare, ma piuttosto un segno simbolico della dimensione cosmica e divina. La presenza delle stelle sopra la scena indica che l’incontro tra il fedele e la divinità avviene sotto l’ordine del cielo, ricordando visivamente che il potere degli dèi si estende dall’ambito terreno fino alla struttura stessa dell’universo.

Fonti e bibliografia

Libri e studi accademici

  • Collon, Dominique. First Impressions: Cylinder Seals in the Ancient Near East. British Museum Press, 1987.

  • Collon, Dominique. Ancient Near Eastern Art. University of California Press, 1995.

  • Frankfort, Henri. The Art and Architecture of the Ancient Orient. Yale University Press / Penguin Books, 1954.

  • Porada, Edith. Corpus of Ancient Near Eastern Seals in North American Collections I: The Collection of the Pierpont Morgan Library. Pantheon Books, 1948.

  • Winter, Irene J. On Art in the Ancient Near East. Brill, 2010.

  • Black, Jeremy; Green, Anthony. Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia: An Illustrated Dictionary. University of Texas Press, 1992.


Studi sul periodo accadico e sulla religione mesopotamica

  • Foster, Benjamin R. The Age of Agade: Inventing Empire in Ancient Mesopotamia. Routledge, 2016.

  • Van De Mieroop, Marc. A History of the Ancient Near East ca. 3000–323 BC. Wiley-Blackwell, 2016.

  • Bottéro, Jean. Religion in Ancient Mesopotamia. University of Chicago Press, 2001.


Cataloghi museali e collezioni

  • Moortgat, Anton. Vorderasiatische Rollsiegel. Staatliche Museen zu Berlin, 1940.

  • British Museum. Cylinder Seals Collection Catalogue. British Museum Press.

  • Vorderasiatisches Museum (Berlin), cataloghi delle collezioni di sigilli cilindrici mesopotamici.


Studi critici sull’interpretazione astronomica del sigillo VA 243

  • Heiser, Michael S. The Myth of a 12th Planet: A Brief Analysis of Cylinder Seal VA 243.

  • CICAP – Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze.
    Il sigillo sumero VA 243 e il presunto sistema solare.

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arte sumeramitologia sumerasumeri

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