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EPOPEA DI GILGAMESH – Narrazione in prosa

Novembre 21, 202548 minute read
epopea di gilgamesh

Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura
Dal diluvio alle imprese del Grand Gilgamesh”
Visualizza la scheda del prodottosumeri gilgamesh

La versione che segue non è una traduzione letterale dell’Epopea di Gilgamesh, ma una sua riformulazione in linguaggio moderno, pensata per rendere la narrazione più chiara, fluida e accessibile al lettore contemporaneo. Ho mantenuto intatti i contenuti, i personaggi e lo spirito originario del poema, ma ho scelto uno stile più diretto e comprensibile, così da permettere a chiunque di avvicinarsi a uno dei più antichi racconti dell’umanità senza ostacoli linguistici o tecnici.

Per la traduzione letterale consultare:
https://www.homolaicus.com/storia/antica/gilgamesh/tavola_1.htm

 

Tavola I

La presentazione del grande Gilgamesh

Gilgamesh, re di Uruk, era un uomo straordinario: pedue terzi dio e un terzo uomo. Aveva visto ogni cosa, conosciuto ogni segreto, esplorato il mondo e riportato alla luce storie dimenticate dai tempi del Diluvio. La sua forza e la sua saggezza non avevano eguali, e sotto il suo comando Uruk prosperava, cinta da mura maestose che egli stesso aveva fatto costruire e che ancora oggi testimoniano la sua grandezza. Ma Gilgamesh, pur essendo un sovrano glorioso, governava con superbia e durezza. Nessuno osava opporsi a lui. I giovani uomini di Uruk venivano costretti a gare di forza e di resistenza, e le donne piangevano perché il re, con prepotenza divina, non rispettava né sposo né padre. L’intera città gemette sotto il suo potere e i lamenti del popolo salirono fino agli dèi. An, il dio del cielo, ascoltò le preghiere degli uomini e convocò gli altri dèi per porre fine a quell’oppressione. Decisero allora di creare qualcuno capace di eguagliare Gilgamesh in forza e coraggio, affinché potesse contenerne l’arroganza e riportare equilibrio a Uruk.

La creazione di Enkidu

Gli dèi invocarono Aruru, la grande dea della creazione. Ella ascoltò le parole del concilio divino, immerse le mani nell’acqua pura e plasmò l’argilla della pianura. Dalla sua opera nacque Enkidu, un uomo primordiale, possente e coperto di peli come un animale. I suoi capelli cadevano lunghi e disordinati, il suo corpo era selvaggio, e il suo spirito libero come quello delle bestie della steppa. Enkidu non conosceva città né uomini: viveva tra le gazzelle, brucava l’erba con loro, beveva alle pozze d’acqua insieme al bestiame e si dissetava ai torrenti della montagna.
Un giorno, un cacciatore lo vide mentre si abbeverava con gli animali. Lo incontrò una seconda e una terza volta, e ogni volta il terrore lo prese: Enkidu liberava le prede dalle sue trappole, distruggeva le fosse e faceva fuggire le bestie catturate. Impaurito, il cacciatore tornò dal padre per chiedere consiglio. L’uomo anziano gli disse:

«Figlio mio, a Uruk vive Gilgamesh, il più forte tra gli uomini. Va’ da lui e raccontagli ciò che hai visto. Ti saprà consigliare.»

Il cacciatore partì per Uruk e riferì a Gilgamesh quanto accadeva. Il re, ascoltato il racconto, sorrise e gli disse:

«Torna al tuo paese e porta con te Shamhat, la prostituta sacra del tempio. Quando Enkidu verrà alle pozze d’acqua con gli animali, lasciala denudare e mostrargli il fascino della donna. Quando la vedrà, si avvicinerà a lei, e dopo averla conosciuta, gli animali non lo accoglieranno più come uno di loro.»

Il cacciatore obbedì. Partì con Shamhat e, dopo tre giorni di cammino, raggiunse la pozza dove Enkidu era solito abbeverarsi. Si nascosero tra i cespugli e attesero. Passò un giorno, poi un altro, finché giunsero le gazzelle e le bestie selvatiche. Con loro, come un toro fra i branchi, arrivò anche Enkidu.

La civilizzazione di Enkidu

Quando Shamhat vide Enkidu, capì che era lui. Seguendo il consiglio del cacciatore, si scoprì il petto, sciolse i capelli e lo invitò a unirsi a lei. Enkidu la guardò, si avvicinò e giacque con lei. Per sei giorni e sette notti rimasero insieme, uniti dall’amore e dal desiderio. Quando infine si staccò da lei, Enkidu tornò verso gli animali, ma questi fuggirono da lui. Le gazzelle lo evitarono, le bestie si allontanarono. Egli non era più uno di loro: le sue gambe non correvano veloci come prima, il suo corpo era cambiato, ma il suo spirito era diventato umano, e in lui era nata la conoscenza. Shamhat lo guardò e gli disse:

«Tu sei diventato saggio, Enkidu, e ora somigli a un dio. Non appartieni più alla steppa. Vieni con me a Uruk, la città cinta da mura, la dimora degli dèi An e Ishtar. Là vive Gilgamesh, re potente e glorioso, il più forte tra gli uomini. Vieni: voglio mostrarti la città, e l’uomo che regna su di essa.»

Enkidu ascoltò e trovò buone le sue parole.

«Portami là,» rispose, «alla casa sacra dove vive Gilgamesh. Voglio incontrarlo e misurare la mia forza con la sua. Andrò a Uruk e dirò a tutti: io sono il più forte! Voglio cambiare l’ordine delle cose.»

Shamhat accettò e insieme partirono per Uruk. Durante il viaggio, la donna gli parlò del re:

«Ti mostrerò Gilgamesh. È un uomo splendido, alto e vigoroso, amato dagli dèi. Tutta Uruk è piena di festa e musica per lui. Ma non cercare di superarlo: la sua forza è grande, e il dio del Sole, Shamash, veglia su di lui.»


I sogni di Gilgamesh

Intanto, a Uruk, Gilgamesh aveva avuto due sogni misteriosi. Nel primo vide una stella cadere dal cielo e abbattersi su di lui; non riusciva a sollevarla, ma la amava come si ama una moglie, e la portava da sua madre, Ninsun, che la trattava come un figlio. Nel secondo sogno vide un’ascia cadere nelle strade di Uruk: anche in questo caso la sollevava, la portava a Ninsun e la stringeva come una donna amata.

La madre, saggia e ispirata, interpretò entrambi i sogni:

«Quella stella e quell’ascia rappresentano un uomo che presto verrà a te. Sarà forte come il cielo di An, possente come te, e sarà il tuo compagno fedele. Ti amerà e ti proteggerà. Insieme compirete grandi imprese.»

E così, mentre Enkidu scendeva dalle montagne, Gilgamesh già lo attendeva, inconsapevole che presto avrebbe trovato in lui l’amico e il fratello che gli dèi avevano destinato al suo cammino.

 

Tavola II

L’incontro di Gilgamesh ed Enkidu

Dopo aver giaciuto per sei giorni e sette notti con la prostituta sacra Shamhat, Enkidu si era ormai staccato per sempre dal mondo animale. Aveva dimenticato la montagna dove era nato e il branco con cui viveva. Quando tutto finì, Shamhat lo guardò e gli parlò con dolcezza:

«Enkidu, sei diventato bello e saggio, simile a un dio. Perché vuoi ancora correre nella steppa insieme alle bestie selvatiche? Vieni con me a Uruk, la grande città cinta da mura, la casa di An e Ishtar, dove regna Gilgamesh, forte e glorioso come un toro divino. Lì troverai il tuo destino.»

Enkidu ascoltò in silenzio. Le parole della donna lo toccarono nel profondo, e capì che il suo posto non era più nella steppa. Decise allora di seguirla. Shamhat lo coprì con una veste e ne indossò un’altra per sé, poi lo prese per mano e lo guidò, come una dea guida un figlio smarrito. Giunsero così alla capanna dei pastori. Gli uomini, vedendolo, rimasero stupiti:

«Guardate!» dissero, «ha la stessa forza e la stessa statura di Gilgamesh! Non è forse Enkidu, l’uomo nato dalla montagna? La sua potenza è come quella del cielo di An!»

I pastori gli offrirono pane e vino, ma Enkidu li fissò confuso. Non aveva mai visto il pane, né conosceva il sapore del vino: non sapeva come si mangia né come si beve. Allora Shamhat gli disse:

«Mangia, Enkidu! Il pane è il cibo dell’uomo, il vino è la bevanda dei re!»

E così Enkidu prese il pane, lo mangiò, e bevve il vino finché il cuore gli si riempì di gioia. Si lavò, si unse d’olio e indossò abiti puliti. Il selvaggio della steppa era diventato uomo. Da quel giorno visse con i pastori. Catturava lupi, respingeva i leoni, e gli uomini poterono finalmente dormire tranquilli.

La notizia che accende la collera di Enkidu

Un giorno, mentre Enkidu e Shamhat vivevano tra i pastori, giunse un giovane di Uruk diretto a una festa di nozze. Raccontò che in città era usanza che nessuno potesse unirsi alla propria sposa prima che lo avesse fatto Gilgamesh, al quale spettava per diritto divino la “prima notte”. Quando Enkidu udì quelle parole, la sua anima si accese di sdegno.

«Che un uomo solo si prenda il diritto su tutte le donne del popolo? Questo non può essere!» gridò.

Senza attendere oltre, prese Shamhat con sé e si mise in cammino verso Uruk.

La lotta tra Gilgamesh ed Enkidu

Quando arrivarono alle porte della città, era notte, e Gilgamesh si stava recando alla casa di uno sposo per esercitare il suo diritto. Ma Enkidu lo attendeva sulla soglia. Bloccò l’ingresso, piantò i piedi davanti alla porta e gli sbarrò il passo.

«Non entrerai!» gli disse con voce di tuono.

La gente di Uruk accorse da ogni strada: uomini e donne si affollarono attorno ai due giganti che si fronteggiavano come tori inferociti. Poi si scagliarono l’uno contro l’altro. Le mura tremarono, gli stipiti delle porte si spezzarono, la terra stessa parve vacillare. Dopo una lunga lotta, Gilgamesh riuscì a sopraffare Enkidu, ma invece di umiliarlo, lo sollevò e lo abbracciò. In quello scontro riconobbero la forza e il valore reciproco. Da quel momento, non furono più nemici, ma fratelli. La loro amicizia, nata dalla lotta, sarebbe durata per sempre.

L’adozione e la proposta d’impresa

Gilgamesh condusse Enkidu a palazzo e lo presentò a sua madre, Ninsun, la saggia dea madre degli eroi. Ma Ninsun esitò:

«Mio figlio,» disse, «quest’uomo è nato nella steppa, non ha né padre né madre. È selvaggio come la montagna, e la sua forza è grande come quella del cielo di An.»

Enkidu si sentì umiliato e abbassò lo sguardo, le braccia pesanti e gli occhi pieni di lacrime. Ma Gilgamesh lo abbracciò e gli parlò con affetto. «Da oggi non sarai più solo,» gli disse.

«Sarai mio fratello, e insieme compiremo grandi imprese.»

Fu allora che Gilgamesh, desideroso di gloria, propose a Enkidu una spedizione per abbattere Humbaba (Khubaba), il terribile guardiano della Foresta dei Cedri, un essere mostruoso che il dio Enlil aveva posto a protezione di quel luogo sacro. Enkidu, che conosceva quella terra, tremò al solo nome del mostro.

«Nessuno può affrontarlo,» disse. «Il suo grido è come un diluvio, il suo soffio è fuoco, il suo respiro è morte. Può sentire l’uomo a sessanta leghe di distanza. Chi mai oserebbe sfidarlo?»

Ma Gilgamesh rispose con voce ferma:

«Solo gli dèi vivono per sempre, Enkidu. Noi uomini siamo come il vento: i nostri giorni sono contati. Per questo voglio lasciare un nome che duri in eterno. Se morirò, morirò gloriosamente. Se vincerò, il mio nome non sarà dimenticato.»

Le sue parole colpirono il cuore di Enkidu, che infine accettò.

La decisione di partire

Gilgamesh convocò gli artigiani di Uruk e ordinò loro di forgiare armi poderose: I fabbri lavorarono senza sosta, e presto tutto fu pronto per il viaggio.

«Amici di Uruk,» disse Gilgamesh, «io partirò per un’impresa mai tentata. Andrò nel Paese delle Montagne, nella Foresta dei Cedri, per affrontare Humbaba. Datemi la vostra benedizione, affinché possa tornare e celebrare ancora con voi la festa del Nuovo Anno.»

I giovani acclamarono il loro re, ma gli anziani lo ammonirono:

«Gilgamesh, sei giovane e impetuoso. Non conosci il pericolo che ti attende. Humbaba è stato posto lì da Enlil stesso, e il suo potere è quello della tempesta. Non sfidarlo!»

Ma Gilgamesh rise e rispose:

«Non temete. Il mio cuore è saldo, e il Sole, dio Utu, sarà con noi.»

E così, benedetto dagli dèi e accompagnato da Enkidu, il re di Uruk si preparò a partire verso la Foresta dei Cedri, dove il destino li attendeva tra le ombre del terrore e la promessa dell’immortalità della gloria.

 

Tavola III

La benedizione di Ninsun e la partenza verso la Foresta dei Cedri

Gli anziani di Uruk, riuniti in assemblea, diedero a Gilgamesh le ultime raccomandazioni prima del viaggio. Gli dissero:

«Oh Gilgamesh, non confidare soltanto nella tua forza. Scruta con attenzione ogni cosa e segui sempre il tuo primo intuito. Chi cammina davanti protegge il compagno, e chi conosce la via deve guidare l’amico. Lascia che Enkidu ti preceda: egli conosce i sentieri della montagna e della Foresta dei Cedri. È esperto nella lotta e avvezzo ai pericoli. Fa’ che difenda il compagno e riporti sano e salvo il corpo dell’amico. Noi abbiamo riposto la nostra fiducia in te, o re; riponi anche tu la tua fiducia in noi.»        

Quando le parole degli anziani ebbero fine, Gilgamesh si rivolse a Enkidu e disse:

«Amico mio, andiamo da Ninsun, la grande regina, mia madre. È saggia e conosce ogni cosa: saprà guidarci con il suo consiglio e ci concederà la benedizione degli dèi.»

I due compagni si presero per mano e salirono insieme al palazzo reale. Gilgamesh si inchinò davanti alla madre e le parlò:

«Madre, il mio cuore è deciso: voglio partire per il paese lontano dove abita Humbaba, il terribile guardiano della Foresta dei Cedri. Affronterò un viaggio pericoloso, camminerò su sentieri che nessun uomo ha mai percorso. Ti chiedo la tua benedizione, affinché possa tornare sano e salvo, entrare di nuovo attraverso la grande porta di Uruk e celebrare con il mio popolo la festa del Nuovo Anno per molti anni a venire.»


La preghiera di Ninsun al dio del Sole

Ninsun, ascoltate le parole di suo figlio, si ritirò nella sua stanza per riflettere. Si purificò con l’acqua sacra, indossò vesti splendenti, ornò il petto con collane di perle, pose sul capo la sua corona e salì sul tetto del palazzo. Lì accese incenso e lo offrì al dio del Sole, Shamash, mentre alzava le braccia in preghiera.

«O Shamash,» disse, «perché hai messo in cuore a mio figlio un desiderio così inquieto? Perché gli hai dato un animo che non conosce pace? Ora vuole intraprendere un viaggio lungo e pieno di pericoli, fino alla Foresta dei Cedri dove vive Humbaba. Egli combatterà contro il male che tu stesso aborrisci, ma la via che ha scelto è oscura e incerta. Quando giungerà il giorno in cui gli dirai di partire, sii al suo fianco, proteggilo con la luce dei tuoi raggi. E tu, o Aia, dolce sposa del Sole, non temere di vegliare su di lui: raccomandalo alle tue cure e fa’ che torni salvo a Uruk.»

Ninsun rimase a lungo in preghiera, poi spense l’incenso e scese dal tetto, il volto colmo d’ansia e devozione.

L’affidamento di Enkidu

Dopo la preghiera, Ninsun fece chiamare Enkidu. Quando egli giunse, la regina lo osservò attentamente e parlò:

«Enkidu, uomo possente, anche se non sei nato dal mio grembo, oggi io ti accetto come figlio. Ti annovero tra coloro che sono consacrati a Gilgamesh, come le sacerdotesse e le donne votate agli dèi. Da ora in poi, la tua sorte è legata alla sua. Proteggilo e veglia su di lui come un fratello, poiché il suo cammino è pieno di insidie.»

Enkidu si inchinò davanti a lei e rispose con rispetto:

«Oh regina Ninsun, non temere. Finché io avrò forza nelle braccia, nulla potrà accadere a Gilgamesh. Lo condurrò fino alla Foresta dei Cedri, e lo riporterò sano e salvo alla sua città, affinché possa di nuovo entrare per la grande porta di Uruk e celebrare la festa del Nuovo Anno in mezzo al suo popolo. Ti prometto che le tue preghiere saranno ascoltate.»

Ninsun lo benedisse, poi si rivolse a entrambi e li salutò con le parole del rito:

«Sia celebrata la festa del Nuovo Anno, che la gioia regni su Uruk, e che le grida di festa vi circondino al vostro ritorno!»


I preparativi per la partenza

Intanto, in città, Gilgamesh ed Enkidu compivano i preparativi per il viaggio. Nel tempio di Eanna, gli artigiani si riunirono per forgiare armi degne di eroi: grandi asce bipenni di bronzo, spade lucenti e scudi massicci. Si offrirono sacrifici a Shamash, il dio del Sole, affinché illuminasse la loro via, e a Marduk, signore della protezione, per assicurarsi la sua benevolenza. Gli anziani, pur temendo per la sorte dei due eroi, li benedirono ancora una volta:

«Fa’ che Enkidu guidi il suo amico e lo riporti salvo, o re. Fa’ che la vostra impresa, se pure è pericolosa, vi renda degni della gloria eterna.»

Ma Enkidu, pur fedele e coraggioso, si volse a Gilgamesh e disse con voce preoccupata:

«Amico mio, ripensaci. Il cammino che vuoi intraprendere è pieno di morte. Humbaba è un mostro che nessuno ha mai sconfitto. Forse è meglio non partire.»

Gilgamesh lo ascoltò in silenzio, ma nel suo sguardo brillava la determinazione di chi ha scelto il proprio destino. E così, benedetti dagli dèi e dal popolo di Uruk, Gilgamesh ed Enkidu si prepararono a lasciare la città, diretti verso la lontana Foresta dei Cedri, dove li attendeva la prova più grande della loro vita.

 

Tavola IV

 

Il viaggio verso la Foreste dei Cedri

Durante il viaggio verso la Foresta dei Cedri, Gilgamesh ed Enkidu marciavano come nessun uomo prima di loro. Là dove un viaggiatore comune avrebbe impiegato un mese e mezzo, loro coprivano la distanza in soli tre giorni. Ogni giorno avanzavano per leghe e leghe, poi scavavano un pozzo, versavano acqua in onore di Shamash, il dio del Sole, e si preparavano per la notte ai piedi delle montagne del Libano, consapevoli che ogni passo li avvicinava a Humbaba. Ogni sera Gilgamesh saliva su un’altura, spargeva farina come offerta e pregava:

«O montagna, fa’ che io riceva un sogno, il responso favorevole di Shamash.»

Enkidu gli preparava il giaciglio, tracciava un cerchio protettivo e respingeva con i suoi riti gli spiriti della steppa. Gilgamesh si accovacciava, il mento sulle ginocchia, e infine il sonno – il retaggio dell’uomo mortale – lo coglieva. Ma il riposo non era mai quieto.        
La prima notte, Gilgamesh si svegliò di soprassalto, scosso, il cuore in tumulto.

«Amico mio,» chiese, «mi hai chiamato? Mi hai toccato? Perché sono così agitato? Forse un dio mi ha sfiorato? Ho visto un sogno terribile: eravamo ai piedi della montagna, e la montagna è crollata su di noi, schiacciandoci come mosche. Dobbiamo tornare indietro, pensare, fermarci.»

Enkidu lo ascoltò con calma e interpretò:

«Questo sogno è favorevole. La montagna è Humbaba. Significa che lo vinceremo, lo getteremo nell’abisso. Non è presagio di morte, ma di trionfo. All’alba, Shamash confermerà il suo verdetto.»

Ripresero il cammino. Di nuovo marce forzate, di nuovo pozzi scavati, offerte, cerchio sacro, sonno inquieto.
Nel secondo sogno, una montagna ostile rovesciava Gilgamesh a terra, lo imprigionava, finché un giovane splendente lo liberava, gli porgeva acqua e lo rimetteva in piedi. Anche questo sogno Enkidu lo interpretò come segno di protezione divina: qualcuno – Shamash stesso – sarebbe intervenuto in loro favore nel momento decisivo.
La notte seguente, dopo un altro giorno di marcia incessante, giunse il terzo sogno. Il cielo tuonava, la terra tremava, il giorno si oscurava. Fulmini, fiamme, pioggia di fuoco; poi all’improvviso tutto si spegneva e i ceppi ardenti cadevano al suolo come carbone esausto. Gilgamesh, atterrito, pregò di tornare indietro. Ma ancora una volta Enkidu lo rassicurò:

«Anche questo sogno è buono. Il fuoco che si spegne è la furia del nemico che sarà domata. Le tempeste che vedi non sono la nostra rovina, ma la caduta del terrore che ci minaccia.»

Così continuarono. Ogni tratto di strada era segnato dallo stesso rito: marcia oltre i limiti umani, pozzo, offerte, il cerchio tracciato da Enkidu, il sonno e il sogno.
Nel quarto sogno, di cui solo frammenti restano chiari, Gilgamesh vedeva ancora visioni di violenza e scontro. Enkidu gliele spiegò allo stesso modo:

«Il tuo sogno è prezioso e favorevole. Tutto ciò che ti appare come minaccia è in realtà Humbaba, che sarà messo sotto i nostri piedi. Lo affronteremo con furia, e alla fine poseremo il piede sulla sua testa.»

Nel quinto sogno, Gilgamesh si vide alle prese con tori selvaggi nella pianura. Uno di essi scuoteva la terra con gli zoccoli, oscurando il cielo con polvere e muggiti; poi una figura misteriosa lo afferrava, lo stringeva, gli toccava il volto e gli dava da bere acqua. Enkidu comprese:

«Questo non è un nemico, è Shamash. Il dio ti avvolge, ti prova, ma allo stesso tempo ti sostiene. I sogni non ti annunciano la morte: ti ricordano che gli dèi sono con noi.»

Eppure, nonostante le interpretazioni benevole, la paura cresceva. Gilgamesh, scosso dai sogni e dalla vicinanza del pericolo, si rivolse in lacrime a Shamash:

«Ricorda le parole che hai detto a Ninsun a Uruk! Non abbandonarmi ora che sono in cammino verso il guardiano dei Cedri!»

Shamash rispose dal cielo e lo incoraggiò: Humbaba non era più avvolto dai suoi sette terrori, ne portava addosso soltanto uno. Era indebolito. Era il momento di affrontarlo.

Allora Gilgamesh si volse a Enkidu e disse:

«La forza di Humbaba è grande e da soli potremmo soccombere. Ma una strada tortuosa si percorre in due, non in uno. Due uomini insieme sono più saldi di uno solo; una corda intrecciata di tre fili non si spezza facilmente. Amico mio, non parliamo come codardi. Abbiamo attraversato montagne che nessun altro ha osato sfidare; non volgeremo lo sguardo indietro prima di aver abbattuto i cedri. Chi teme la battaglia non può essere mio compagno.»

Stringendogli la mano, lo incalzò:

«Scaccia la paralisi dalle tue braccia, lascia che il tuo cuore arda per il combattimento. Dimentica la morte, cerca la vita che nasce dalla gloria. Chi va avanti con coraggio protegge l’amico e conquista un nome che durerà nei secoli.»

Allora i due eroi si abbracciarono, giurarono di restare uniti qualunque cosa li attendesse, e ripresero il cammino come se fossero un solo uomo, avanzando decisi verso la Foresta dei Cedri, dove li aspettava il confronto con Humbaba.

 

Tavola V

 

La lotta contro Humbaba

Giunti ai confini della Foresta dei Cedri, Gilgamesh ed Enkidu rimasero stupiti dalla sua magnificenza. I cedri si innalzavano fino al cielo, la loro ombra era dolce e profumata, e in mezzo al bosco si trovava il santuario degli dèi. Ma lì dimorava anche Humbaba, il terribile guardiano posto da Enlil a difesa della montagna. Il suolo tremava al suo passaggio, e la sua voce scuoteva la terra. Quando i due eroi si prepararono alla battaglia, Humbaba li affrontò con disprezzo e rabbia. Insultò Enkidu e schernì Gilgamesh, accusandoli di follia per aver osato entrare nella sua foresta. Gilgamesh, intimorito dall’aspetto del mostro, esitò; ma Enkidu lo incitò a combattere:

«Non tornare indietro, amico mio! Le nostre armi sono forgiate per questo momento: affrontiamolo!»

Allora i due si scagliarono contro il guardiano. Sotto i loro passi la terra si spaccò, il cielo si oscurò, e Shamash, ascoltando le preghiere degli eroi, scatenò tredici venti contro Humbaba. I soffi divini lo accecarono e lo immobilizzarono, impedendogli di fuggire o contrattaccare. Così le armi di Gilgamesh ebbero la meglio.

Ferito e sconfitto, Humbaba tentò di salvarsi con la parola:

«Risparmiami, Gilgamesh! Tutta la foresta sarà tua. Ti servirò come schiavo, e gli alberi più belli saranno un dono per il tuo palazzo.»

Ma Enkidu lo ammonì:

«Non ascoltare le sue menzogne! Uccidilo ora, prima che Enlil scopra ciò che abbiamo fatto e ci punisca.»

Humbaba allora li maledisse:

«Nessuno dei due vedrà la vecchiaia, e la vostra amicizia sarà spezzata dalla morte!»

Le sue parole furono le ultime. Gilgamesh lo colpì alla nuca, Enkidu gli trafisse il cuore: così cadde il guardiano della Foresta dei Cedri.
Dopo la vittoria, i due eroi abbatterono i giganteschi alberi. Enkidu propose di costruire con il legno del più maestoso una porta per il tempio di Enlil a Nippur, perché il loro trionfo fosse ricordato per sempre. Caricarono il cedro e, portando con sé la testa di Humbaba, intrapresero il ritorno verso Uruk, colmi di gloria ma inconsapevoli della maledizione che li seguiva.

 

Tavola VI

 

La dea Ishtar si innamora di Gilgamesh

Dopo la vittoria su Humbaba, Gilgamesh tornò a Uruk coperto di gloria. Si lavò dal sangue e dalla polvere, indossò abiti regali, si mise la corona e apparve più splendido che mai. La dea Ishtar, ammaliata dalla sua bellezza, lo vide e ne fu travolta:

«Vieni, Gilgamesh, sii mio sposo! Ti coprirò d’oro e lapislazzuli, ti offrirò ricchezze, potere e fecondità per il tuo popolo.»

Ma Gilgamesh la respinse con parole durissime. Le ricordò i suoi antichi amanti, tutti traditi o distrutti dal suo amore: il pastore trasformato in lupo, il giardiniere mutato in talpa, il cavallo costretto alla frusta, l’uccello con le ali spezzate.

«Tu distruggi chi ami — le disse — e se mi avessi, faresti lo stesso con me.»

Offesa e furiosa, Ishtar salì al cielo, lamentandosi con il padre An e la madre Antu, chiedendo vendetta. Minacciò di scatenare i morti sui vivi se non le fosse stato concesso il Toro Celeste, l’animale divino della distruzione. An, seppur riluttante, acconsentì.
Il Toro discese su Uruk e devastò la terra: ad ogni sbuffo apriva voragini dove cadevano centinaia di giovani. Ma Enkidu lo afferrò per la coda, e Gilgamesh, con un colpo preciso, lo uccise. I due offrirono il cuore del toro a Shamash, ringraziando il dio per il suo aiuto.
Dalle mura, Ishtar urlò la sua maledizione, e Enkidu, sprezzante, le scagliò contro una spalla del toro, gridando che avrebbe fatto lo stesso con lei se solo avesse potuto raggiungerla. Poi Gilgamesh fece portare le corna del toro nel tempio, le consacrò al dio Lugalbanda, e celebrò una grande festa. Il popolo di Uruk lo acclamava come il più forte tra gli uomini. Ma quella notte, Enkidu ebbe un sogno terribile. Si svegliò agitato e disse all’amico:

«Perché, Gilgamesh, gli dèi si sono radunati in consiglio? Quale destino stanno preparando per noi?»

Era il presagio dell’ira divina e dell’imminente tragedia che avrebbe spezzato la loro amicizia.

 

Tavola VII

 

Il racconto dell’incubo

Dopo la morte del Toro Celeste, Enkidu si svegliò sconvolto e raccontò a Gilgamesh un sogno terribile. Aveva visto gli dèi An, Enlil, Enki e Shamash riuniti in consiglio. Volevano punirli per aver ucciso Humbaba e il Toro Celeste. Enlil aveva decretato:

«sarà Enkidu a morire, mentre Gilgamesh vivrà.»

Enkidu, disperato, guardò l’amico e gli disse:

«Amico mio, fratello amato, perché gli dèi hanno scelto me? Perché mi hanno abbandonato al tuo posto?»

 

L’ira di Enkidu

Consumato dall’angoscia, Enkidu si scagliò contro la grande porta di cedro che lui stesso aveva fatto costruire con il legno della Foresta dei Cedri. Parlò alla porta come si fa con un traditore: ricordò la fatica con cui l’aveva scelta, tagliata, trasportata e innalzata. Eppure, attraverso quella porta, i re futuri passeranno senza ricordarlo, cancellando il suo nome per esaltare solo quello di Gilgamesh. Accecato dal rancore, Enkidu butto giù la porta e la ridusse in pezzi.

La preoccupazione di Gilgamesh

Gilgamesh ascoltò le sue parole e si mise a piangere. Non riconosceva più l’amico saggio e saldo che lo aveva accompagnato nelle imprese. Cercò di rassicurarlo: promise offerte agli dèi, una statua d’oro, onori degni di un principe. Ma Enkidu non si era calmato. Attorno a loro la gente si era accalcata, intuendo che qualcosa di terribile stava per accadere. All’alba, Enkidu alzò le mani verso Shamash e, nel suo dolore, lanciò una maledizione contro il cacciatore che l’aveva scoperto alla pozza e lo aveva condotto al suo destino:

«Io mi rivolgo a te, o Shamash, a causa del cacciatore, il girovago, che non mi ha trattato come un amico. Possa il cacciatore non essere equiparato al suo compagno, possa perdere i suoi guadagni e la sua forza. Egli ha tolto la sua parte dalle tue offerte, o Sole, non ammetterlo alla tua presenza, fallo uscire dalla finestra!>»

 

Le maledizioni contro il cacciatore e Shamhat

Enkidu volse la sua collera contro Shamhat, la prostituta sacra che lo aveva sedotto e condotto a Uruk:

«Vieni, Shamhat, voglio fissarti il destino! Ti voglio maledire con una grande maledizione! Tu non farai della tua casa una casa di prosperità; non amerai i giovani pieni di vita; che la tua vulva sia sporca di escrementi, e i tuoi abiti di festa insozzati dal vomito dei bevitori. Il deserto sia la tua dimora, le mura la tua ombra; possano rovi e spine circondare i tuoi piedi.Che il bevitore ti percuota le guance, e i gufi nidifichino sul tetto della tua casa! Chi giacerà con te contragga la malattia, la sifilide che abita nella tua vulva sia il suo dono, perché tu hai peccato contro di me, il puro, nella mia steppa.»

 

Il rimprovero di Shamash e il ripensamento

Il dio Shamash interviene dall’alto e rimprovera Enkidu:

«Perché, Enkidu, maledici la mia prostituta, Shamhat?È lei che ti offrì pane degno degli dèi e birra degna dei re; è lei che ti rivestì di splendidi abiti; è lei che ti diede per compagno il buon Gilgamesh. Ed ora, Gilgamesh, il tuo amico amato, ti farà riposare in un letto di onore, ti farà deporre in un luogo di pace. I re della terra baceranno i tuoi piedi, e il popolo di Uruk piangerà per te. Dopo la tua morte, egli andrà errando nella steppa, con indosso soltanto una pelle di leone.»

Le parole del dio calmano il cuore di Enkidu. Egli si volge di nuovo a Shamhat e disse:

«Vieni, Shamhat, voglio cambiare il tuo destino. Le mie parole di maledizione diventino benedizione! I governatori e i principi possano amarti; i guerrieri ti desiderino; ti portino in dono oro, lapislazzuli e anelli preziosi. Che la pioggia cada per te e riempia i granai degli uomini, e che gli dèi ti guardino con favore.»


La visione del Regno dei Morti

Malato e indebolito, Enkidu raccontò a Gilgamesh un sogno spaventoso:

«Ascoltami, amico mio: il cielo parlò, la terra rispose, e tra loro io mi trovai. Un essere dal volto oscuro, con zampe di leone e artigli d’aquila, mi prese per i capelli e mi trascinò via. Mi trasformò in una colomba e mi portò nella Casa della Polvere, la dimora della dea degli Inferi. È la casa da cui nessuno ritorna, dove il cibo è polvere e il pane è argilla, dove gli uomini siedono nelle tenebre, vestiti di piume come uccelli. Là ho visto i re di un tempo, i sacerdoti e gli eroi, tutti uguali, muti, senza luce. Ho visto Ereshkigal, regina degli Inferi, e la dea-scriba Belet-Seri che leggeva i nomi dei morti. Amico mio, ricordati di me, non dimenticare ciò che abbiamo vissuto insieme.»


L’agonia di Enkidu

Dal giorno del sogno, la malattia di Enkidu peggiorò. Giaceva nel letto, sempre più debole. Per dodici giorni lottò contro la febbre, mentre Gilgamesh gli restò accanto, impotente. Enkidu sentì di essere stato tradito dal destino e temette di essere abbandonato anche dall’amico. Vide nella sua mente le loro imprese, le battaglie, la gloria condivisa. Ma la fine era vicina — e con essa, il dolore che spezzò per sempre il cuore di Gilgamesh.

 

Tavola VIII

 

Il lamento di Gilgamesh per Enkidu

Quando l’alba spuntò, Gilgamesh si chinò sull’amico morto e disse con voce spezzata:

«Enkidu, amico mio, figlio della steppa,tua madre fu la gazzella, tuo padre l’asino selvatico. Con il latte degli onagri sei stato nutrito,
gli animali della pianura ti hanno guidato ai pascoli. Ora, o Enkidu, piangano per te i sentieri che portano alla Foresta dei Cedri, piangano giorno e notte senza tregua.»

Il re continuò, invocando ogni cosa vivente e non:

«Piangano per te gli anziani di Uruk, la grande città ovile; piangano per te le donne che benedicono i morti, gli abitanti delle colline e della montagna; pianga per te la steppa come fosse tuo padre, piangano per te i campi come fosse tua madre. Piangano per te i cipressi e i cedri, tra i quali noi combattiamo la nostra furia; piangano per te gli orsi, le tigri, i leopardi, le gazzelle e i cervi, piangano per te tutti gli animali della steppa. Pianga per te il sacro fiume Ulaia, sulle cui sponde abbiamo camminato orgogliosi; pianga per te il puro Eufrate, a cui offrivamo acqua dai nostri otri.»

E ancora gridò Gilgamesh:

«Piangano per te i giovani uomini di Uruk,che ci videro abbattere il Toro Celeste. Pianga per te il contadino piegato sul suo aratro, che lodava il tuo nome con gioiosi alalà. Pianga per te il banditore della città, che ti nominava per primo, il pastore che ti offriva birra e miele, la tua nutrice che ti unse con olio profumato. Piangano per te gli anziani che ti porgevano il nettare, pianga per te la prostituta sacra che unse il tuo capo, piangano per te i tuoi fratelli, che, come sorelle, scioglieranno i capelli su di te.»

Poi, sollevando la voce verso gli dèi e la città, gridò:

«Ascoltatemi, o giovani uomini! Ascoltatemi, o anziani di Uruk! Io piangerò per Enkidu, l’amico mio, getterò su di lui lamenti amari come una lamentatrice. Egli era la mia ascia al fianco, lo scudo sul petto,
il mio compagno d’armi, il mio abito di festa, la mia cintura regale.
Un demone malvagio me lo ha portato via. Amico mio, mulo imbizzarrito, leopardo della steppa, abbiamo scalato insieme la montagna, abbiamo ucciso il Toro Celeste, abbiamo abbattuto Humbaba, e ora quale sonno ti ha preso? Tu sei rigido, e non mi ascolti!»


I preparativi per i funerali

Gilgamesh si inginocchiò accanto al corpo immobile del compagno: il cuore di Enkidu non batteva più. Allora coprì il suo volto come quello di una sposa, poi cominciò a vagare attorno a lui come un’aquila che piange il nido, come una leonessa cui hanno preso i cuccioli. Si strappò i gioielli, disfece i capelli, ululò il suo dolore fino all’alba. Al mattino, lanciò un bando in tutto il regno:

«O fabbri, o orafi, o argentieri, o artigiani di Uruk, fate una statua del mio amico, che sia grande come lui, che il suo petto sia di lapislazzuli e il suo corpo rivestito d’oro!»

Fece deporre il corpo su un grande letto e disse:

«Ti farò riposare in un letto d’amore, in un luogo di pace. I re della terra baceranno i tuoi piedi, e tutto il popolo di Uruk piangerà per te. Io stesso, dopo la tua morte, trascurerò il mio aspetto e andrò nella steppa con indosso soltanto una pelle di leone.»


I doni funerari per Enkidu

Quando tornò la luce, Gilgamesh aprì i tesori del palazzo. Fece disporre oro, avorio, corniola, alabastro e pietre preziose come offerte. Li dedicò agli dèi dell’Oltretomba affinché accogliessero l’anima del suo amico:
offrì doni a Shamash, al dio Bibbi, il “pesatore della Grande Terra”, e all’Apsu, il fiume sotterraneo, perché guidassero Enkidu in pace tra le ombre.


Le cerimonie funebri

All’alba del giorno stabilito, Gilgamesh fece portare un grande tavolo di legno sacro. Riempì una coppa di corniola con miele e un’altra di lapislazzuli con olio puro, le decorò e le offrì al dio Sole. Poi, prostrato davanti al corpo del compagno, alzò il suo ultimo lamento:

«Per Enkidu, l’amico mio, piango amaramente.»

E da quel giorno, il re di Uruk — l’eroe che aveva sfidato dèi e mostri — conobbe davvero la fragilità e la paura della morte.

 

Tavola IX


Gilgamesh addolorato ricerca la vita

Dopo la morte di Enkidu, Gilgamesh vagò nella steppa in preda al dolore e al terrore della morte.

«Non sarò forse anch’io, quando morirò, come Enkidu?» esclamò, mentre l’amarezza gli riempie il cuore.

La paura della fine lo travolgeva, e così decise di cercare Utnapishtim, l’unico uomo reso immortale dagli dèi.

«Verso Utnapishtim, figlio di Ubartutu, io intraprendo il viaggio, verso colui che ha trovato la vita.»

Camminò giorno e notte tra montagne e deserti, e quando le tenebre lo avvolsero, pregò la dea lunare Sin:

«O grande tra gli dèi, salvami da questo pericolo!>»  


Incontro con gli uomini-scorpione

Alla fine del suo viaggio, Gilgamesh giunse alla montagna Mashu, dove il sole nasce e tramonta. Ai suoi piedi stavano di guardia gli uomini-scorpione, esseri terribili, metà umani e metà bestie, custodi della porta del mondo sotterraneo. Il loro sguardo incuteva morte, il loro terrore riempiva le montagne. Alla vista di quegli esseri, Gilgamesh si fermò impaurito; il suo sguardo si offuscò, ma trova il coraggio di inchinarsi davanti a loro. L’uomo-scorpione osservò il re e disse alla sua compagna:

«Guarda! Colui che si avvicina ha la carne degli dèi.>»

E la moglie rispose:

«Per due terzi è divino, per un terzo è uomo.>»

Poi il guardiano si rivolge a Gilgamesh:

«Chi sei tu che hai percorso strade lontane e attraversato fiumi impetuosi? Qual è la meta del tuo cammino?>»

Gilgamesh rispose:

«Vengo per trovare Utnapishtim, il mio antenato, colui che ottenne la vita eterna. Desidero interrogarlo sulla vita e sulla morte.>»

L’uomo-scorpione disse:

«O Gilgamesh, nessun mortale ha mai attraversato le viscere della montagna. Per dodici doppie ore regna un’oscurità fitta, nessuna luce vi brilla.»

Vedendo la determinazione del re, egli infine lo lasciò passare:

«Va’, Gilgamesh, non temere! Ti apro le montagne Mashu. Che tu possa attraversare le colline e tornare sano e salvo alla porta di Uruk!»


Viaggio nelle viscere della terra

Gilgamesh entrò nella montagna e seguì la via del dio Shamash, il Sole.
Camminò nell’oscurità totale: non vedeva nulla né davanti né dietro a sé. Ogni doppia ora era un abisso di tenebra e silenzio. Dopo la nona doppia ora, sentì un vento fresco: il soffio del mondo esterno. Alla decima seppe che l’uscita era vicina; alla dodicesima, finalmente, la luce risplendette davanti ai suoi occhi.


Gilgamesh nel giardino del dio Sole

Uscito dalle viscere della montagna, Gilgamesh restò abbagliato: davanti a lui si estendeva un giardino di pietre preziose. Gli alberi portavano frutti di corniola, lapislazzuli e calcedonio; le foglie brillavano come turchesi e i tronchi luccicavano d’oro e d’argento. Tutto era luminoso, incantato, immobile. Mentre avanzava tra le gemme scintillanti, Gilgamesh alzò lo sguardo e scorse una figura: era Siduri, la taverniera divina, che vive sulla riva del mare, all’estremo confine del mondo degli uomini. Verso di lei egli si diresse, stremato, ma ancora deciso a scoprire il segreto della vita eterna.

 

Tavola X


Siduri, la taverniera del mare

Siduri, la taverniera divina che abitava sulla riva del mare lontano, viveva circondata da coppe d’oro e basi scolpite, avvolta in vesti ricche. Un giorno vide avvicinarsi uno straniero: era Gilgamesh, coperto soltanto da una pelle di leone, il volto consunto dalla fatica, lo sguardo smarrito. Sembrava un assassino in fuga, un folle senza pace. Siduri ebbe paura. Nel suo cuore pensò:

«Forse quest’uomo è un assassino, egli sta andando in qualche posto per uccidere.»

E senza esitare sbarrò la porta, tirò il chiavistello e mise il catenaccio. Gilgamesh se ne accorse, sollevò il mento verso di lei e disse:

«Taverniera perché, dopo avermi guardato hai sbarrato la tua porta? Hai tirato il chiavistello e apposto il catenaccio?»


Il tormento di Gilgamesh

Quando Siduri lo interrogò sulla sua identità, Gilgamesh le raccontò, esausto, chi era stato:

«Io ho ucciso Khubaba, colui che viveva nella Foresta dei Cedri,
ho ucciso i leoni nei passi di montagna, ho affrontato il Toro Celeste che An ha mandato dal cielo.»

La taverniera lo guardò meglio, riconobbe in lui l’eroe di Uruk e si stupì del suo stato:

«Se tu sei davvero Gilgamesh… perché le tue guance sono così emaciate e la tua faccia stanca? Perché regna angoscia nel profondo del tuo essere? Perché vaghi nella steppa coperto solo di una pelle di leone?>»

E Gilgamesh rispose con il peso del lutto nel cuore:

«Non dovrebbero le mie guance essere emaciate e il mio volto stanco?
L’amico mio, il mulo imbizzarrito, l’asino selvatico delle montagne, il leopardo della steppa, Enkidu, l’amico mio che amo sopra ogni cosa, ha seguito il destino dell’umanità. Per sei giorni e sette notti ho pianto su di lui, non ho permesso che fosse seppellito finché un verme non è uscito dalle sue narici. Io ho avuto paura della morte, ho cominciato a tremare e ho vagato nella steppa. Enkidu è diventato argilla. Ed io non sono come lui? Non dovrò giacere anche io, e non alzarmi mai più?»


La richiesta di aiuto

Straziato, Gilgamesh la supplicò:

«Ora, o taverniera, qual è la via per arrivare a Utnapishtim? Indicami la direzione, qualunque essa sia. Se è necessario attraverserò il mare, se no vagherò nella steppa.»

Siduri gli rispose con franchezza:

«O Gilgamesh, nessuno da tempo immemorabile ha attraversato il mare. Shamash, il guerriero, è l’unico che lo attraversa; al di fuori di lui, chi può farlo? In mezzo vi sono acque mortali che impediscono la navigazione. Come puoi tu attraversarle? Ma c’è il traghettatore di Utnapishtim, Urshanabi. Egli è con i suoi “quelli-di-pietra” nel bosco. Va’, mostrami la tua faccia a lui; se è possibile, attraversa con lui il mare, se non è possibile, torna indietro.»


Gilgamesh e Urshanabi

Gilgamesh, udito il consiglio, prese l’ascia e la spada, si inoltrò nel bosco e si gettò con impeto sui misteriosi “quelli-di-pietra” della nave, distruggendoli. Urshanabi lo affrontò, ma presto comprese chi aveva davanti. Poi, come Siduri, chiese:

«Perché le tue guance sono così emaciate, perché il tuo sguardo è assente, perché vaghi nella steppa coperto solo di una pelle di leone?

E Gilgamesh ripeté la sua confessione di lutto e terrore:

«L’amico mio che amo sopra ogni cosa è diventato argilla. Io ho avuto paura della morte, ho cominciato a tremare e ho vagato nella steppa. Come posso essere tranquillo? Non dovrò anch’io giacere per sempre?»

Poi insistette:

«Ora, o Urshanabi, qual è la via per arrivare da Utnapishtim? Indicami la direzione, qualunque essa sia; se è necessario attraverserò il mare.»

Urshanabi lo rimproverò: aveva distrutto i “quelli-di-pietra” che servivano a guidare la barca sulle acque di morte. Ma gli propose un rimedio:

«Prendi un’ascia, taglia pali lunghi, spianali, applica pomelli alle estremità e portali a me.»

Gilgamesh obbedì. Tagliò i pali, li preparò e tornò dal battelliere.

Navigazione nelle acque della morte

Gilgamesh e Urshanabi si imbarcarono. Il viaggio che avrebbe richiesto un mese e quindici giorni fu compiuto in tre. Raggiunsero le acque di morte. Urshanabi disse:

«Stai indietro, Gilgamesh! Non lasciare che le acque di morte tocchino la tua mano. Prendi un palo, poi un secondo, un terzo…»

Gilgamesh spinse la nave con palo dopo palo, fino a usarne centoventi. Esauriti i pali, si tolse la cintura e i vestiti e li avvolse come vela per avanzare ancora.

Da lontano, Utnapishtim osservò e si stupì:

«Chi viene da me? Perché sono stati divelti i “quelli-di-pietra” dell’imbarcazione? Io guardo ma non lo riconosco.»          

 

Tavola I

Gilgamesh interroga Utnapishtim

Di fronte a Utnapishtim, Gilgamesh lo osservò con stupore: non aveva nulla di mostruoso o divino nel volto.

«Ti guardo, Utnapishtim, e sei uguale a me. Dimmi: come sei entrato nella schiera degli dèi, ottenendo la vita?»

Allora Utnapishtim decise di rivelargli il segreto degli dèi.


Il racconto del diluvio

Gli raccontò che, quando Shuruppak era ancora antica e gli dèi abitavano tra gli uomini, il cuore dei grandi dèi aveva deciso di sterminare l’umanità con un diluvio. Enlil, An, Ninurta, Ennugi e anche Ea-Enki avevano giurato. Ma proprio Enki, senza tradire apertamente il giuramento, aveva sussurrato l’avvertimento non a un uomo, bensì a una capanna:

«Capanna, ascolta! Parete, comprendi! Uomo di Shuruppak, figlio di Ubartutu, abbattilo: costruisci una nave. Lascia le ricchezze, salva la vita. Porta con te ogni specie vivente.»

Utnapishtim aveva obbedito. Aveva radunato il popolo con una scusa, aveva disegnato la nave, l’aveva costruita gigantesca, a più piani, sigillata di bitume. Aveva caricato su di essa famiglia, artigiani, animali, argento, oro, provviste. Quando venne il segno promesso, salì sulla nave e chiuse la porta.
All’alba si alzò una nuvola nera, Adad tuonò, gli dèi scatenarono venti, piogge e oscurità. Le acque sommersero montagne e città, gli uomini scomparvero nel fango. Gli dèi stessi ebbero paura della devastazione che avevano scatenato e piansero come bambini.
Per sei giorni e sette notti la tempesta infuriò. Al settimo, il diluvio cessò. Il mondo era piatto come un tetto; l’umanità era «argilla» di nuovo.


La colomba, la rondine e il corvo

Utnapishtim aprì allora lo sportello: la luce lo colpì in volto. Vide che la nave si era fermata sul monte Nisir. Aspettò sette giorni, poi liberò una colomba: tornò indietro. Liberò una rondine: tornò indietro. Liberò un corvo: il corvo vide la terra emergere, mangiò, gracchiò e non tornò. Allora Utnapishtim comprese che le acque si erano ritirate.

Il sacrificio e l’ira di Enlil

Utnapishtim offrì un sacrificio in cima al monte; gli dèi fiutarono il profumo e si radunarono «come mosche» attorno all’offerta. Belet-Ili giurò di ricordare quel giorno e rimproverò Enlil per la strage. Quando Enlil vide la nave, si infuriò. Enki allora parlò e lo rimproverò per aver punito allo stesso modo il giusto e il colpevole. Poi Disse di aver fatto trapelare il segreto in sogno a un saggio. Alla fine, Enlil si placò. Salì sulla nave, prese la mano di Utnapishtim e quella di sua moglie, e li benedisse:

«Da oggi siate come gli dèi. Vivrete lontano, alla foce dei fiumi.»

Fu così che Utnapishtim ottenne l’immortalità.

«E ora, Gilgamesh, chi potrà mai radunare gli dèi per te?» concluse.


La prova del sonno

Per mostrare a Gilgamesh il limite umano, Utnapishtim gli propose una sfida:

«Se cerchi la vita eterna, resisti al sonno per sei giorni e sette notti.»

Appena si sedette, Gilgamesh crollò addormentato. Per segnare il tempo, la moglie di Utnapishtim cuoceva ogni giorno un pane e lo poneva accanto alla sua testa. Quando lo svegliarono, i pani — dal più secco al più fresco — dimostrarono che aveva dormito sette giorni.

«Guarda i pani e conta, Gilgamesh. Questo è il tuo limite.»

Gilgamesh si disperò:

«Ovunque posi il piede, là c’è la morte.»

Come poteva vincere la morte se non riusciva a vincere neanche il sonno?


La pianta e il serpente

Utnapishtim ordinò a Urshanabi di lavarlo, rivestirlo, ridargli l’aspetto di un re. Gilgamesh si preparò a tornare, sconfitto. Ma la moglie di Utnapishtim intercedette:

«Quest’uomo è venuto da lontano, dategli almeno qualcosa da portare con sé.»

Allora Utnapishtim gli rivelò un ultimo segreto:

«Vi è una pianta spinosa, nel fondo dell’Apsu: chi la mangia ringiovanisce.»

Gilgamesh si legò pietre ai piedi, si immerse, trovò la pianta dell’irrequietezza, la colse tra le spine.

«La porterò a Uruk, la darò agli anziani; poi ne mangerò anch’io e tornerò giovane.»

Durante il viaggio di ritorno, però, mentre si lavava in una pozza, un serpente sentì il profumo della pianta, la rubò e, mangiandola, cambiò pelle.
Gilgamesh comprese di aver perso anche quell’ultima speranza e pianse:

«Per chi si sono affaticate le mie braccia? Non ho ottenuto nulla per me stesso.»

 

Il rientro a Uruk

Alla fine, Gilgamesh tornò a Uruk con Urshanabi. Non aveva conquistato l’immortalità, né la pianta miracolosa. Allora disse al battelliere:

«Sali sulle mura di Uruk, osservale. Guarda le fondamenta, i mattoni cotti, le misure della città.»

Gilgamesh non possedeva la vita eterna, ma riconobbe l’opera degli uomini, la sua città, le tracce durature del suo regno. Capì che con la costruzione di grandi opere e luoghi di culto poteva prolungare la vita del suo nome.

 

Tavola XII

Premessa

La dodicesima tavola non appartiene al nucleo originario del poema (le prime undici tavole raccontano la storia “principale”: la morte di Enkidu, il viaggio di Gilgamesh e la ricerca dell’immortalità). La dodicesima tavola è un testo aggiunto in epoca successiva, derivato da un antico racconto sumerico intitolato “Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi”. In quel racconto, entrambi i personaggi erano vivi, ma nella versione accadica (che è quella della Tavola XII) l’episodio viene ricontestualizzato: Enkidu è già morto, e Gilgamesh evoca il suo spirito per chiedergli cosa ha visto nell’Oltretomba.

La perdita del pukku e del mekku

Gilgamesh pianse amaramente per la perdita del pukku e del mekku, due oggetti sacri caduti negli Inferi.

«Avessi lasciato il pukku nella casa del falegname!», si lamentò. «La moglie del falegname mi avrebbe custodito come una madre, la figlia come una sorella. Ma oggi il pukku e il mekku mi sono caduti negli Inferi!».

 

L’offerta di Enkidu

Vedendo il dolore dell’amico, lo spirito di Enkidu gli disse:

«Mio signore, perché piangi? Perché il tuo cuore è così triste? Oggi stesso scenderò negli Inferi per riportarti indietro il pukku e il mekku.»

Ma Gilgamesh, conoscendo la pericolosità del viaggio, lo mise in guardia.

I consigli di Gilgamesh

«Se vuoi scendere agli Inferi», lo ammonì, «ascolta bene i miei consigli.
Non indossare un vestito pulito, altrimenti i morti capiranno che sei uno straniero. Non ungerti con oli profumati, perché, sentendo il tuo odore, si raduneranno attorno a te. Non portare lo scettro in mano, altrimenti gli spiriti tremeranno davanti a te. Non calzare sandali, o il rumore dei tuoi passi ti tradirà. Non baciare la moglie amata, né picchiare quella odiata; non abbracciare i figli, né maledirli: altrimenti il lamento degli Inferi ti catturerà».


La disobbedienza di Enkidu

Ma Enkidu non seguì i consigli del suo signore. Si vestì con abiti puliti, si unse con oli preziosi, prese in mano lo scettro e indossò i sandali. Così, i morti lo riconobbero come un estraneo e lo circondarono. Quando cercò di risalire, non lo trattennero né Namtar né Asakku, né il guardiano di Nergal: lo trattennero gli stessi Inferi, che lo inghiottirono per sempre.


Il lamento e il pellegrinaggio di Gilgamesh

Gilgamesh allora pianse per il suo compagno perduto. Solo e disperato, si mise in cammino verso i templi degli dèi.   Davanti a Enlil gridò:

«Padre Enlil, il mio pukku e il mio mekku sono caduti negli Inferi, ed Enkidu, che era andato a riprenderli, è trattenuto laggiù!».

Ma Enlil non gli rispose. Allora Gilgamesh andò da Sin e ripeté il suo lamento, ma neppure il dio della luna lo ascoltò. Infine, si rivolse a Enki:

«Padre Enki, ascoltami! Il mio pukku e il mio mekku sono caduti negli Inferi, ed Enkidu, che era sceso per salvarli, è trattenuto laggiù!».

 

L’intervento degli dèi

Enki, il saggio, ebbe pietà di lui. Si rivolse a Nergal, signore del mondo sotterraneo:

«Apri una fessura negli Inferi, così che lo spirito di Enkidu possa uscire e riferire a Gilgamesh ciò che ha visto laggiù».

Nergal obbedì. Aprì una crepa nella terra, e lo spirito di Enkidu emerse come una folata di vento.


Il ritorno dello spirito di Enkidu

Gilgamesh lo vide e cercò di abbracciarlo, ma non ci riuscì. Allora i due amici parlarono sospirando.

«Dimmi, amico mio», disse Gilgamesh, «raccontami cosa hai visto negli Inferi».

Enkidu rispose con voce velata:

«Se te lo dicessi, tu ti butteresti a terra e piangeresti».

«Allora piangerò lo stesso», replicò Gilgamesh.

E Enkidu confessò:

«Il mio corpo, che tu amavi e toccavi, ora è mangiato dai vermi, come un vecchio vestito. È ridotto a polvere nella fessura della terra».

Gilgamesh si gettò a terra urlando e pianse il destino dell’amico.


Le visioni dell’Aldilà

Enkidu gli raccontò le sorti dei morti: chi aveva avuto molti figli viveva una condizione beata, chi non ne aveva soffriva fame e abbandono.

«Hai visto colui che ebbe sette figli?», chiese Gilgamesh.

«Sì», rispose Enkidu, «egli siede su un trono come un compagno degli dèi e ascolta musica. Chi ne ebbe cinque è come uno scriba onorato; chi ne ebbe tre beve acqua da un otre; chi ne ebbe uno solo piange vicino a un chiodo nel muro. Ma chi non ebbe figli mangia pane come fosse un mattone: dimenticato e solo».

Raccontò anche delle donne sterili, paragonate a vasi rotti, e dei morti senza sepoltura, costretti a vagare senza pace, nutrendosi dei resti lasciati per strada. Infine, disse:

«Solo chi ha memoria tra i vivi trova un po’ di quiete laggiù».

 

Tabella dei termini

Termine Tipo Significato
Adad Dio Dio della tempesta e del tuono (equivalente accadico di Iškur).
Aia (Aya) Dea Dea, sposa del dio-sole Shamash/Utu.
An (Anu) Dio Dio del cielo, capo del pantheon.
Antu Dea Consorte celeste di An/Anu.
Aruru Dea Grande dea della creazione; modella l’argilla e crea Enkidu.
Apsu (Abzu) Luogo cosmico Abisso/acque primordiali sotterranee; luogo della pianta della giovinezza.
Belet-Ili Dea “Signora degli dèi”, dea-madre che si lamenta durante il Diluvio.
Belet-Seri Dea “Signora degli scritti”, scriba degli Inferi che registra i nomi dei morti.
Bibbi Dio Divinità infera, “pesatore della Grande Terra”, collegato al giudizio dei morti.
Dumuzi Dio Pastore-divino, sposo di Inanna, giudice/figura ctonia negli Inferi.
Eanna (E₂-anna) Tempio “Casa del cielo”: grande complesso templare di Uruk, legato a Inanna/Ishtar.
Enki (Ea) Dio Dio della sapienza, delle acque dolci e della magia; protettore degli uomini.
Enkidu Eroe mitico Uomo selvaggio creato da Aruru, amico e compagno di Gilgamesh.
Enlil Dio Dio dell’aria e dei decreti del destino; manda il Diluvio, istituisce Humbaba e il Toro Celeste.
Ereshkigal Dea Regina degli Inferi, sovrana della “Casa della Polvere”.
Gilgamesh Re/eroe Re di Uruk per 2/3 divino e 1/3 umano; protagonista dell’epopea.
Humbaba (Huwawa / Khubaba) Mostro divino Guardiano mostruoso della Foresta dei Cedri posto da Enlil.
Ishtar (Inanna) Dea Dea dell’amore, della guerra e della sovranità; si innamora di Gilgamesh e invia il Toro Celeste.
Kullab Quartiere/città sacra Distretto sacro di Uruk, spesso titolo di Gilgamesh (“signore di Kullab”).
Kur Luogo cosmico Mondo infero / montagna cosmica; qui “dominio dei morti” di cui Gilgamesh diventa comandante.
Libano Regione montuosa Montagna reale ma mitizzata: sede della Foresta dei Cedri.
Lugalbanda Dio/eroe Antico re-divinizzato, dio a cui Gilgamesh dedica le corna del Toro Celeste.
Marduk Dio Grande dio babilonese, signore della protezione, invocato tra le divinità.
Mashu Montagna mitica Catena montuosa ai confini del mondo, dove sorgono e tramontano il Sole e gli uomini-scorpione.
Me-Turan Città Antico centro sumerico (probabilmente Tell Haddad), legato alla tradizione su Gilgamesh.
Namtar Demone/dio Messaggero e demone del destino negli Inferi.
Nergal Dio Dio della guerra e dell’oltretomba, signore del mondo infero.
Ningizzida Dio Divinità ctonia e giudice degli Inferi; evocato accanto a Dumuzi.
Ninazu Dio Divinità dell’oltretomba e della guarigione; uno dei grandi dei inferi.
Ninsun Dea Madre di Gilgamesh, “vacca selvatica”, dea saggia che interpreta i sogni e benedice i due eroi.
Nippur Città sacra Centro religioso sumerico, città di Enlil; destinataria della porta di cedro.
Nisir Montagna mitica Monte su cui si ferma l’arca di Utnapishtim dopo il Diluvio.
Shamash (Utu) Dio Dio del Sole, della giustizia e dei presagi; protegge Gilgamesh ed Enkidu.
Shamhat Persona (sacerdotessa) Prostituta sacra del tempio, civilizza Enkidu e lo conduce a Uruk.
Shuruppak (Šuruppak) Città Antica città mesopotamica, patria di Utnapishtim nel racconto del Diluvio.
Siduri Dea/figura divina Taverniera divina che vive “al mare”, consiglia Gilgamesh e lo rimette alla via umana.
Sin Dio Dio della Luna; invocato da Gilgamesh durante il viaggio.
Toro Celeste Essere divino Toro inviato da An/Ishtar per punire Gilgamesh; ucciso da Gilgamesh ed Enkidu.
Ulaia Fiume sacro Fiume (nell’area elamita) ricordato nel lamento di Gilgamesh per Enkidu.
Ur Città Antica città sumerica, uno dei centri della tradizione su Gilgamesh.
Uruk (Unug) Città Città di Gilgamesh, cinta da mura e sede del tempio Eanna.
Urshanabi Personaggio mitico Barcaiolo di Utnapishtim, traghettatore sulle acque della morte.
Urlugal (Urnungal) Re leggendario Figlio/successore di Gilgamesh nel trono di Uruk, secondo la Lista Reale.
Utnapishtim Eroe del Diluvio “Colui che ha trovato la vita”; sopravvive al Diluvio e ottiene l’immortalità.
Ubartutu Re/antenato Padre di Utnapishtim, ultimo re prima del Diluvio in alcune tradizioni.
Ziusudra (Zi-u-sud-rà) Eroe del Diluvio Eroe sumerico del Diluvio, a cui gli dèi concessero l’immortalità (antenato del modello Utnapishtim).
pukku Oggetto rituale Strumento sacro (prob. tamburo o mazzuolo) legato al potere e al culto di Gilgamesh.
mekku Oggetto rituale Oggetto complementare al pukku (prob. scettro/mazza o bastone sacro), caduto negli Inferi.

 

Scopri il significato dell’Epopea di Gilgamesh all’interno del libro:
“La civiltà dei sumeri. Storia, mitologia e letteratura. Dal Diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”

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