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“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura Dal diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”
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La figura di Ninhursag, conosciuta anche come Ninmah o Nintu, occupa un ruolo fondamentale nel pantheon sumero in quanto divinità della fertilità, della nascita e della terra. Nella tradizione mesopotamica, Ninhursag è spesso presentata come la “madre degli dèi” e degli uomini, dotata del potere di modellare la vita stessa. Nei testi mitologici, come ad esempio il Mito di Enki e Ninmah, la dea appare mentre modella figure umane dall’argilla, dando forma alla loro esistenza, mentre in altri racconti svolge il ruolo di levatrice divina che assiste al parto degli dèi (Jacobsen 1976). Il suo stretto legame con la montagna e con la terra, elementi da cui trae forza il suo stesso nome (Ninhursag significa “Signora della montagna sacra”), sottolinea il suo carattere di personificazione della natura generativa e della fecondità, principio vitale che garantisce la continuità dell’universo (Leick 1991).
Il confronto con le più antiche espressioni simboliche della femminilità sacra conduce inevitabilmente alle cosiddette “Veneri paleolitiche”, statuette femminili diffuse in tutta Europa e datate tra i 30.000 e i 20.000 anni fa, nonché alle rappresentazioni neolitiche provenienti da siti come Çatalhöyük in Anatolia (VII millennio a.C.) (Mellaart 1967). Queste figure, scolpite in pietra, osso o argilla, sono caratterizzate da un’enfasi sugli attributi corporei legati alla maternità e alla riproduzione – seni prosperosi, ventre prominente, fianchi larghi – elementi interpretati dalla maggior parte degli studiosi come simboli di fertilità e abbondanza (Gimbutas 1989). Sebbene rimanga aperto il dibattito sul loro effettivo utilizzo rituale, esse rivelano con chiarezza l’importanza attribuita al principio femminile come sorgente di vita e di sopravvivenza collettiva.

Tra queste raffigurazioni preistoriche e la Ninhursag sumera non si può stabilire una linea di continuità diretta, data la distanza cronologica e culturale che separa l’epoca dei cacciatori-raccoglitori dalla civiltà sumera. Tuttavia, è possibile parlare di una continuità simbolica e archetipica: la centralità del corpo femminile come immagine della vita e della fertilità si trasforma gradualmente, passando da oggetto di culto o rappresentazione rituale a divinità personificata, inserita in un pantheon strutturato e dotata di narrazioni mitologiche (Jacobsen 1976; Leick 1991).
Ninhursag può dunque essere interpretata come una nuova declinazione mesopotamica dell’archetipo della Grande Madre, figura universale che accompagna l’umanità fin dalle sue origini (Gimbutas 1989). Questa trasformazione rispecchia un più ampio processo storico. Nelle società preistoriche, la rappresentazione simbolica del principio femminile era legata alla ciclicità naturale, al mistero della nascita e ai bisogni concreti di sopravvivenza. Con la nascita delle prime città-stato sumeriche, lo stesso principio vitale viene inscritto in una religione complessa, in cui Ninhursag non è più soltanto immagine astratta della fecondità, ma una dea dotata di nome, culto, templi e ruolo preciso in relazione con altre divinità. Essa conserva, tuttavia, l’essenza delle raffigurazioni paleolitiche e neolitiche: la celebrazione del femminile come origine della vita e fondamento dell’ordine cosmico (Jacobsen 1976; Mellaart 1967).
In conclusione, Ninhursag non può essere interpretata come una semplice prosecuzione storica diretta del culto delle cosiddette “Veneri preistoriche”, bensì come la loro erede sul piano simbolico e concettuale. Nella sua figura si concentrano e si rielaborano valori ancestrali profondamente radicati nell’esperienza umana, quali la maternità, la fertilità e la capacità generativa della terra, che vengono tuttavia inseriti all’interno di un sistema religioso ormai pienamente strutturato, dotato di una teologia complessa e di un pantheon articolato. Ninhursag rappresenta così il passaggio da una sacralità arcaica, legata a forme cultuali preistoriche e spesso prive di una codificazione testuale, a una divinità definita da miti, funzioni specifiche e relazioni con altre figure divine. La sua presenza nei testi mitologici sumerici dimostra come l’archetipo della Dea Madre, pur subendo trasformazioni profonde nel corso dei secoli, non venga mai del tutto abbandonato, ma continui a riaffiorare e a rinnovarsi in forme diverse, accompagnando l’evoluzione delle società umane dall’arte rupestre delle caverne fino alle più antiche espressioni letterarie della civiltà mesopotamiche.
Fonti bibliografiche
- Gimbutas, Marija. 1989. The Language of the Goddess. San Francisco: Harper & Row.
- Jacobsen, Thorkild. 1976. The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion. New Haven: Yale University Press.
- Leick, Gwendolyn. 1991. A Dictionary of Ancient Near Eastern Mythology. London: Routledge.
- Mellaart, James. 1967. Çatal Hüyük: A Neolithic Town in Anatolia. London: Thames and Hudson.






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