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LE PITTURE RUPESTRI DEL PALEOLITICO: spiritualità, magia e simbolismo nelle grotte sacre

Maggio 9, 20268 minute read
grotte di lascaux con unmo preistorico e arte paleolitaca

Questo testo è tratto dal libro:
“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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Libro dedicato al megalitismo

Le pitture rupestri delle caverne franco-cantabriche rappresentano una delle testimonianze più importanti della spiritualità dell’uomo preistorico (Clottes, 2008). Realizzate durante il Paleolitico superiore, tra circa 35.000 e 12.000 anni fa, queste immagini non erano semplici decorazioni, ma vere e proprie manifestazioni di carattere rituale e simbolico.

Ancora oggi, entrando nelle profondità di queste grotte, si percepisce un senso di sacralità paragonabile a quello evocato dagli affreschi religiosi delle grandi cattedrali gotiche. Le pitture si trovano infatti in ambienti oscuri, profondi e difficilmente accessibili, spesso lontani dalle aree destinate alla vita quotidiana. Questo elemento suggerisce che tali luoghi fossero riservati a pratiche rituali compiute soltanto da individui particolari, probabilmente sciamani, iniziati o membri scelti del gruppo.

Pitture rupestri nella grotta di Lascaux
Pitture rupestri nella grotta di Lascaux

Le figure venivano dipinte utilizzando pigmenti naturali ottenuti mescolando ocre minerali, carbone e grasso animale. Le pareti delle caverne raffigurano soprattutto bisonti, renne, mammut, cavalli, uri e altri animali fondamentali per la sopravvivenza delle comunità paleolitiche. Le immagini appaiono spesso sovrapposte e prive di un ordine compositivo preciso, come se il valore principale risiedesse non nell’armonia artistica dell’insieme, ma nel gesto stesso del raffigurare l’animale (Lewis-Williams, 2002).

Questa caratteristica rivela una concezione profondamente magica dell’immagine. Raffigurare un animale significava probabilmente appropriarsi simbolicamente della sua forza e propiziarne la cattura durante la caccia. Non è casuale che gli animali più frequentemente rappresentati coincidano quasi sempre con le principali prede alimentari dell’uomo paleolitico: mammut, bisonti, cavalli e renne compaiono continuamente nelle pitture rupestri, mentre specie raramente cacciate, come felini, orsi o lupi, sono molto meno presenti.

La magia della caccia e i rituali propiziatori

Per le comunità paleolitiche la caccia rappresentava una questione di sopravvivenza. Da essa dipendeva l’alimentazione, la produzione di vestiti e la possibilità stessa di continuare a vivere in ambienti ostili. Proprio per questo motivo si svilupparono rituali propiziatori destinati ad assicurare il successo delle spedizioni venatorie.

Alcune raffigurazioni mostrano animali trafitti da lance o frecce, chiaro indizio di pratiche rituali legate alla magia della caccia. L’immagine dell’animale diventava una sorta di “doppio spirituale” sul quale agire simbolicamente prima della vera battuta di caccia.

Rituali simili sono documentati ancora oggi presso alcune popolazioni tribali dell’Africa centrale, dove gli sciamani disegnano sul terreno la sagoma della preda mentre i cacciatori vi scagliano simbolicamente le proprie armi. Questo parallelismo etnografico aiuta a comprendere il significato spirituale delle pitture paleolitiche.

Le “cattedrali della preistoria”

La maggior parte delle pitture paleolitiche venne realizzata nelle profondità più oscure delle grotte, in luoghi dove la luce del giorno non penetrava. Questo dato esclude definitivamente una funzione puramente decorativa delle immagini rupestri.

Scendere nelle viscere della terra doveva rappresentare un’esperienza iniziatica e simbolica. L’oscurità, il silenzio e la luce tremolante delle torce trasformavano la grotta in uno spazio separato dal mondo quotidiano, un luogo di contatto con il sacro e con le forze invisibili della natura.

Per molti studiosi, le grotte paleolitiche erano autentici santuari sotterranei, luoghi destinati ai rituali, alle pratiche sciamaniche e alle esperienze spirituali collettive. Non a caso alcuni archeologi hanno descritto queste cavità come vere e proprie “cattedrali preistoriche”, capaci ancora oggi di evocare un senso di mistero ancestrale e di connessione con le radici più profonde della spiritualità umana.

La grotta di Trois-Frères e il mistero dello “Stregone”

Uno dei più importanti santuari del Paleolitico è la Grotta di Trois-Frères, nel sud-ovest della Francia. Le sue pitture, databili a circa 13.000 anni fa, costituiscono una testimonianza fondamentale delle credenze religiose e dei rituali del Paleolitico superiore (Bégouën & Breuil, 1958).

Le pareti della grotta mostrano cavalli, bisonti, buoi, renne e mammut. Le figure risultano sovrapposte senza alcun ordine prestabilito, come se la mano dell’artista si fosse concentrata soltanto sulla rappresentazione di un unico soggetto, senza curarsi dei rapporti che esso veniva a contrarre con le altre figure vicine (Lewis-Williams, 2002). Da ciò si comprende che il gesto di raffigurare un determinato animale era più importante della rappresentazione artistica.

Sovrapposizione di elementi figurativi all'interno della grotta di Trois-Frères
Sovrapposizione di elementi figurativi all’interno della grotta di Trois-Frères

Lo scopo prevalentemente magico di queste figure è attestato dall’aggiunta di creature fantastiche che nel loro aspetto mescolano tratti dell’anatomia umana a quella animale. La più nota è quella del cosiddetto “Stregone”. Il busto e la coda di questo personaggio assomigliano a quelli di un cavallo, ma la forma degli arti e la postura eretta fanno pensare all’anatomia di un uomo. La testa dello “stregone” è sormontata da corna di cervo ed è incorniciata da una fluente barba, mentre gli occhi sono rotondi come quelli degli uccelli notturni. L’enigmatica immagine potrebbe essere il ritratto di un uomo mascherato intento a svolgere una pratica rituale. Non è da escludere neppure che l’immagine delle “stregone” di Trois-Frères possa essere la rappresentazione di un’entità sovrannaturale invocata durante un rituale propiziatorio di caccia (Lewis-Williams, 2002).

Immagine dello stregone di Grotta di Trois-Frères
Immagine dello “stregone” nella Grotta di Trois-Frères

Il simbolismo delle maschere animali trova riscontro nei ritrovamenti del sito mesolitico di Star Carr, dove furono rinvenute maschere ricavate da crani di cervo, databili a circa 10.000 anni fa (Clark, 1954; Mellars & Dark, 1998). Questi reperti dimostrano che l’identificazione rituale dell’uomo con l’animale possedeva un profondo valore spirituale e magico.

La grotta di Lascaux: la “Cappella Sistina del Paleolitico”

Tra i più straordinari complessi artistici della preistoria spicca la Grotta di Lascaux, realizzata tra il 18.000 e il 17.000 a.C. e spesso definita la “Cappella Sistina del Paleolitico”.

Uno degli ambienti più celebri è la “Sala dei Tori”, decorata con enormi raffigurazioni di uri, alcuni lunghi oltre cinque metri. Le figure si fronteggiano sulle pareti creando un effetto visivo monumentale e quasi solenne. Accanto agli uri compaiono cavalli, cervi, orsi e un enigmatico animale chiamato “liocorno” per via delle due linee dritte sulla testa (Leroi-Gourhan, 1965; Laming-Emperaire, 1962).

sala dei tori nella grotta di Lascaux
Sala dei Tori nella Grotta di Lascaux

All’interno della grotta sono presenti anche elementi che sembrano alludere a conoscenze astronomiche e simboliche. Sotto la figura di un cavallo compaiono 29 punti scuri probabilmente collegati al ciclo lunare, mentre altri 13 punti sotto un cervo potrebbero rappresentare le lunazioni annuali (Marshack, 1972). Alcuni studiosi ritengono che l’intero complesso pittorico costituisca una rappresentazione simbolica del cielo stellato e delle costellazioni (Rappenglück, 1999).

Anche l’orientamento della grotta sembra avere un significato rituale: l’ingresso è allineato con il tramonto del solstizio d’estate, elemento che rafforza il carattere sacrale del sito (Hoskin, 2001).

Immagine di un cavallo all'interno della grotta di Lascaux con 29 punti neri sotto la figura
Immagine di un cavallo all’interno della grotta di Lascaux con 29 punti neri sotto la figura
Immagine di un cervo all'interno della grotta di Lascaux con 13 punti neri sotto la figura
Immagine di un cervo all’interno della grotta di Lascaux con 13 punti neri sotto la figura

Uno degli ambienti più misteriosi di Lascaux è la cosiddetta “Sala del Pozzo”. Qui compare una scena unica nell’arte paleolitica: un uomo stilizzato, itifallico e con le braccia aperte, raffigurato davanti a un bisonte trafitto da un giavellotto. Accanto compare anche un rinoceronte.

L’interpretazione della scena è ancora oggi oggetto di dibattito. Alcuni studiosi la considerano una scena di caccia, mentre altri vi riconoscono un episodio mitologico o rituale collegato alla morte, alla trance sciamanica e alla rinascita spirituale (Leroi-Gourhan, 1965; Lewis-Williams, 2002; Clottes, 2008).

L’erezione dell’uomo potrebbe simboleggiare la fertilità, la forza vitale o il rinnovamento della vita oltre la morte. In questa prospettiva, la scena assumerebbe un significato profondamente spirituale, legato alla trasformazione dell’individuo e al contatto con il mondo invisibile.

immagine di un uomo uomo itifallico e un bisonte della “Sala del pozzo” della grotta di Lauscaux
immagine di un uomo uomo itifallico e un bisonte della “Sala del pozzo” della grotta di Lauscaux

 

Fonti bibliografiche

  • Bégouën, H., & Breuil, H. (1958). Les Cavernes du Volp: Trois-Frères, Tuc d’Audoubert. Arts et Métiers Graphiques, Paris.
  • Clark, J. G. D. (1954). Excavations at Star Carr: An Early Mesolithic Site at Seamer near Scarborough, Yorkshire. Cambridge University Press, Cambridge.
  • Clottes, J. (2008). L’arte delle caverne preistoriche. Jaca Book, Milano.
  • Hoskin, M. (2001). Tombs, Temples and Their Orientations: A New Perspective on Mediterranean Prehistory. Ocarina Books, Bognor Regis.
  • Laming-Emperaire, A. (1962). La signification de l’art rupestre paléolithique. Éditions A. & J. Picard, Paris.
  • Leroi-Gourhan, A. (1965). Préhistoire de l’art occidental. Mazenod, Paris.
  • Lewis-Williams, J. D. (2002). The Mind in the Cave: Consciousness and the Origins of Art. Thames & Hudson, London.
  • Marshack, A. (1972). The Roots of Civilization: The Cognitive Beginnings of Man’s First Art, Symbol and Notation. McGraw-Hill, New York.
  • Mellars, P., & Dark, P. (1998). Star Carr in Context: New Archaeological Investigations at the Early Mesolithic Site of Star Carr, North Yorkshire. McDonald Institute for Archaeological Research, Cambridge.
  • Rappenglück, M. A. (1999). “Palaeolithic Timekeepers Looking at the Golden Gate of the Ecliptic: The Lunar Cycle and the Pleiades in the Cave of Lascaux.” In Astronomy in Culture, University of Durham.

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archeoastronomiapaleoliticopreistoria

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