Questo testo è tratto dal libro:
“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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Il contesto dell’Ipogeo di Cuccuru Is Arrius
L’Ipogeo di Cuccuru Is Arrius, situato nel territorio di Cabras nella penisola del Sinis (Sardegna centro-occidentale), rappresenta uno dei contesti archeologici più importanti per comprendere le pratiche funerarie e la spiritualità delle comunità neolitiche dell’isola. Il complesso, datato al Neolitico medio (circa 4000–3500 a.C.), costituisce una necropoli sotterranea articolata in più sepolture scavate nella roccia, utilizzate per la deposizione dei defunti nel corso di diverse generazioni.
Gli studi archeologici hanno evidenziato come questo sito rappresenti uno dei primi esempi in Sardegna di separazione strutturale tra lo spazio dei vivi e quello dei morti, indicando una crescente complessità sociale e rituale nelle comunità neolitiche dell’isola (C. Lugliè, 2017; C. Lugliè, 2020). Questa distinzione non è soltanto architettonica ma riflette una trasformazione culturale profonda: i gruppi umani cominciano a definire luoghi specificamente destinati al culto dei defunti e alla memoria collettiva.

Uno degli aspetti più straordinari di Cuccuru Is Arrius è che la necropoli si è conservata come contesto archeologico chiuso, cioè non alterato da riutilizzi successivi. Questa condizione, estremamente rara in archeologia, ha permesso di recuperare e analizzare con precisione sia i resti scheletrici sia i corredi funerari deposti accanto ai defunti, consentendo agli studiosi di formulare ipotesi molto più solide sui rituali funerari praticati nel sito (Carta; C. Lugliè, 2017).
Il sito è attribuito alla cultura di Bonu Ighinu, una delle principali culture del Neolitico medio della Sardegna, sviluppatasi tra il V e il IV millennio a.C. Questa cultura prende il nome dal sito di Bonu Ighinu, presso Mara, e si caratterizza per villaggi stabili, produzioni ceramiche raffinate e una significativa presenza di figurine antropomorfe femminili, probabilmente legate a pratiche rituali o culti religiosi (G. Lilliu, 1999).

I rituali funerari e il simbolismo della rinascita
Le ricerche archeologiche hanno dimostrato che nelle sepolture dell’ipogeo veniva praticata l’inumazione primaria, cioè la deposizione del corpo intero all’interno della tomba (C. Lugliè, 2020). I defunti venivano collocati in una posizione ricorrente: rannicchiati sul fianco sinistro, con le ginocchia raccolte verso il petto e il volto rivolto verso l’apertura della sepoltura, generalmente orientata verso sud o sud-est.
Questa postura richiama chiaramente la posizione fetale e suggerisce un potente simbolismo legato alla rinascita. Il defunto sembra essere restituito simbolicamente alla terra, concepita come una madre generatrice. La direzione dello sguardo verso l’uscita della tomba, quindi verso la luce, potrebbe evocare l’idea di un passaggio verso una nuova forma di esistenza (C. Lugliè, 2020; Carta).

Nel caso specifico della tomba 387, l’orientamento del corpo appare particolarmente significativo: la posizione del defunto e l’apertura della sepoltura sono allineate con il punto dell’orizzonte in cui sorge il sole durante il solstizio d’inverno. Questo fenomeno astronomico, che segna il giorno più corto dell’anno e il momento a partire dal quale le giornate ricominciano progressivamente ad allungarsi, era spesso interpretato nelle culture preistoriche come un simbolo di rinnovamento e rinascita cosmica.
L’allineamento verso l’alba del solstizio d’inverno potrebbe quindi riflettere una concezione simbolica molto precisa: il defunto, deposto nella terra in posizione fetale, viene idealmente orientato verso il ritorno della luce. In questa prospettiva la morte non rappresenterebbe una fine definitiva, ma piuttosto una fase di passaggio all’interno di un ciclo naturale di morte e rigenerazione, strettamente connesso ai ritmi cosmici e stagionali. Il sorgere del sole nel momento dell’anno in cui la luce ricomincia a prevalere sull’oscurità diventerebbe così un potente simbolo di rinascita, rigenerazione e continuità della vita.
I corredi funerari rinvenuti nelle tombe a camera sono particolarmente ricchi. Accanto ai corpi sono stati trovati vasi ceramici, conchiglie fossili di dentalium, piccoli recipienti e statuine antropomorfe. In alcuni casi i recipienti contenevano conchiglie cosparse di ocra rossa, elemento ricorrente nelle sepolture preistoriche e fortemente associato al sangue, alla vita e alla rigenerazione (Carta; M. Gimbutas, 2005).
L’uso dell’ocra rossa assume un significato simbolico particolarmente forte. Secondo l’archeologa Marija Gimbutas, questo pigmento enfatizza il carattere uterino e rigenerativo delle tombe, trasformando lo spazio funerario in un luogo di trasformazione e rinascita piuttosto che di semplice morte (M. Gimbutas, 2005; M. Gimbutas, 2008).

La statuetta antropomorfa e la cultura di Bonu Ighinu
Tra i reperti più celebri del sito figurano le statuette antropomorfe femminili, una delle espressioni artistiche più significative della cultura di Bonu Ighinu. Queste piccole sculture presentano una forma stilizzata ma con tratti molto marcati nelle parti del corpo legate alla maternità: fianchi e glutei sono particolarmente pronunciati, caratteristica che gli archeologi definiscono steatopigia.

La postura più comune mostra la figura femminile con le braccia lungo i fianchi, mentre le teste conservate presentano un copricapo cilindrico noto come polos. Questo elemento iconografico richiama forme che, in epoche molto più tarde, saranno associate a divinità femminili del Mediterraneo come Cibele, Artemide o Demetra.
Una delle statuette più note di Cuccuru Is Arrius presenta però una variante iconografica molto significativa: la donna è rappresentata con le mani portate al seno. Questo gesto concentra l’attenzione simbolica sul seno come fonte di nutrimento e vita, rafforzando l’interpretazione di queste figure come immagini legate alla fertilità e alla maternità.
La posizione delle statuette all’interno delle tombe suggerisce una funzione rituale precisa. In alcuni casi esse erano deposte accanto al defunto, mentre in altri venivano addirittura collocate nelle mani del morto, indicando probabilmente un ruolo di protezione o di accompagnamento nel viaggio verso l’aldilà (Carta; C. Lugliè, 2020).
Secondo l’archeologo Giovanni Lilliu, queste figure rappresenterebbero l’immagine rassicurante della Dea Madre, intesa come intermediaria tra l’essere umano e la divinità, tra la dimensione mortale e quella dell’immortalità (G. Lilliu, 1999; M. Gimbutas, 2005).
Un’antica tradizione che risale al Paleolitico
Le figurine di Cuccuru Is Arrius si inseriscono in una tradizione figurativa molto più antica che attraversa tutta la preistoria europea. Già nel Paleolitico superiore, tra circa 30.000 e 20.000 anni fa, compaiono in diverse regioni d’Europa le cosiddette Veneri paleolitiche, come la celebre Venere di Willendorf o la Venere di Lespugue.
Queste figure presentano caratteristiche simili a quelle delle statuette neolitiche: seni molto sviluppati, ventre prominente e fianchi ampi. L’enfasi sulle parti del corpo legate alla riproduzione suggerisce un forte legame con simboli di fertilità e abbondanza.
Nel passaggio dal Paleolitico al Neolitico, quando le società diventano sedentarie e agricole, questo simbolismo sembra assumere una dimensione più complessa. La fertilità non riguarda più soltanto la riproduzione umana ma anche quella della terra coltivata, e la figura femminile diventa il simbolo della forza generatrice della natura. Secondo l’interpretazione di Marija Gimbutas, queste immagini rappresenterebbero manifestazioni di un diffuso culto della Grande Dea della fertilità e della rigenerazione (M. Gimbutas, 2005; M. Gimbutas, 2008; G. Lilliu, 1999).
La Dea Madre e il significato spirituale della statuetta
Alla luce di questo contesto simbolico, la statuetta di Cuccuru Is Arrius può essere interpretata come una manifestazione locale di un culto molto diffuso nel Neolitico europeo: quello della Dea Madre.
Giovanni Lilliu descriveva le sepolture del sito come luoghi in cui i defunti venivano deposti “quasi nel grembo materno della terra”, coperti di ocra rossa e accompagnati da una statuina che rappresentava l’immagine protettiva della divinità femminile (G. Lilliu, 1999).
La tomba assume così il valore simbolico di uno spazio uterino, un luogo in cui la morte non rappresenta una fine definitiva ma una trasformazione. La statuetta diventa quindi una presenza rassicurante, una figura mediatrice tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Realizzata oltre seimila anni fa dalle comunità della cultura di Bonu Ighinu, la statuetta antropomorfa di Cuccuru Is Arrius continua ancora oggi a raccontare una delle concezioni più profonde della preistoria: l’idea che vita, morte e rigenerazione siano parti inseparabili di un unico ciclo cosmico (C. Lugliè, 2017; C. Lugliè, 2020; M. Gimbutas, 2005; M. Gimbutas, 2008; G. Lilliu, 1999; Carta).
Fonti bibliografiche
- Carta, Paolo – contributi divulgativi e scientifici sul sito archeologico di Cuccuru Is Arrius e sulle necropoli neolitiche del Sinis.
- Gimbutas, Marija (2005). Il linguaggio della Dea. Mito e culto della divinità femminile nell’Europa antica. Milano: Venexia.
- Gimbutas, Marija (2008). Le dee viventi. Milano: Medusa.
- Lilliu, Giovanni (1999). La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei Nuraghi. Torino: ERI – Edizioni Rai.
- Lugliè, Carlo (2017). Il Neolitico della Sardegna. In: Preistoria e Protostoria della Sardegna. Firenze: Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.
- Lugliè, Carlo (2020). Studi e ricerche sul Neolitico della Sardegna e sulle necropoli ipogeiche del Sinis. Università degli Studi di Sassari.








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