Questo testo è tratto dal libro
“I miti sumeri tradotti e commentati. Con vocabolario dei termini”
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(Edizione italiana
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Il brano che segue appartiene alla più antica tradizione lirica sumera, in particolare al corpus dei canti, una serie di composizioni poetiche che celebravano l’unione rituale tra la dea Inanna e il dio-pastore Dumuzi (Kramer 1961; Jacobsen 1976; Black et al. 2004). Sebbene il testo sia di origine chiaramente sumera e risalga verosimilmente al periodo della Terza Dinastia di Ur (ca. 2100–2000 a.C.), la sua conservazione moderna dipende in gran parte da copie paleo-babilonesi (ca. 1900–1700 a.C.) provenienti da siti come Nippur, Ur, Isin e Susa (Kramer 1961; Hallo 1997). Copiato nelle scuole scribali, il canto fu trasmesso come parte della tradizione classica della letteratura sumera, legata ai culti della fertilità e alle cerimonie urbane di Unug/Uruk (Jacobsen 1976; Black et al. 2004).
Il significato del testo risiede nella rappresentazione simbolica della fertilità cosmica: l’unione erotica tra Inanna e Dumuzi non è un semplice dialogo amoroso, ma un atto sacro che rinnova la vita, assicura l’abbondanza dei raccolti e garantisce la prosperità della comunità (Jacobsen 1976; Cooper 1993). Le immagini agricole e pastorali — aratura, latte, campi, ovili — esprimono la continuità tra natura, divinità e società, mostrando come l’amore divino sia fonte dell’ordine vitale che sostiene l’intero mondo mesopotamico (Kramer 1961; Cooper 1993).

Traduzione
La mia vulva, il corno,
la barca del cielo,
è piena di entusiasmo come la giovane luna.
La mia terra incolta giace incolta.
Quanto a me, Inanna,
chi arerà la mia vulva?
Chi arerà il mio campo elevato?
Chi arerà il mio terreno umido?
Quanto a me, la giovane donna,
chi arerà la mia vulva?
Chi metterà lì il bue?
Chi arerà la mia vulva?
…
Rendi il tuo latte dolce e denso, mio sposo.
Mio pastore, berrò il tuo latte fresco.
Toro selvaggio, Dumuzi, rendi il tuo latte dolce e denso.
Berrò il tuo latte fresco.
Lascia che il latte della capra scorra nel mio ovile.
Riempi la mia sacra zangola con formaggio al miele.
Signore Dumuzi, berrò il tuo latte fresco.
Traduzione: Wikipedia, Dumuzid, voce enciclopedica online, Wikimedia Foundation,
https://en.wikipedia.org/wiki/Dumuzid
Analisi del testo
Questo canto è uno dei più belli e intensi della poesia sumera (Kramer 1961; Black et al. 2004). È un canto d’amore, ma non nel senso moderno del termine: non parla soltanto del desiderio tra due persone, ma racconta l’unione sacra tra la dea Inanna e il suo amante Dumuzi, il pastore divinizzato (Jacobsen 1976). È un canto che unisce sensualità e religione, corpo e cosmo, e in cui ogni immagine erotica diventa anche un simbolo della fertilità della terra e della rinascita della vita (Wolkstein e Kramer 1983).
Fin dall’inizio, la voce di Inanna è quella di una donna che arde di desiderio, ma il suo desiderio è cosmico, creativo (Jacobsen 1976). Dice: “La mia vulva, il corno, la barca del cielo, è piena di entusiasmo come la giovane luna.” Sono parole che oggi possono sembrare scandalose, ma nel mondo sumero erano sacre (Kramer 1961). La “vulva” non è soltanto il sesso femminile, è la terra stessa, il campo che attende di essere arato, che aspetta il seme (Cooper 1993). Il “corno” richiama il toro, l’animale sacro della virilità e della forza generatrice; la “barca del cielo” è il grembo che accoglie e trasporta la vita (Black e Green 1992). E la “giovane luna” rappresenta il ciclo del tempo, la crescita, la rinascita (Jacobsen 1976). Tutto il linguaggio è fatto di simboli agricoli e cosmici: la sessualità diventa la metafora della fertilità universale (Cooper 1993).
Quando Inanna chiede: “Chi arerà la mia vulva? Chi arerà il mio terreno umido?” non sta semplicemente parlando del suo corpo, ma invoca il momento sacro in cui la potenza maschile — il seme, la pioggia, la vita — penetrerà nella terra per fecondarla (Wolkstein e Kramer 1983). È la voce della natura che chiama la fecondazione, non solo una donna che chiama il suo amante (Jacobsen 1976). Inanna è la terra, Dumuzi è il pastore, l’uomo che con il suo “bue” arerà i campi della dea: è la rappresentazione poetica di un gesto rituale, di un matrimonio divino che garantisce il rinnovarsi della vita (Kramer 1961). Nella religione sumera, infatti, questo atto aveva un significato reale: il re, incarnando Dumuzi, univa simbolicamente il suo corpo a quello della sacerdotessa di Inanna, per assicurare la fertilità dei campi e il benessere del popolo (Jacobsen 1976; Cooper 1993). Quello che qui appare come un canto erotico era, nei templi, un inno recitato durante il rito del matrimonio sacro, in cui il piacere umano diventava la forza che muove il cosmo (Cooper 1993).
La seconda parte del testo è più dolce e intima (Wolkstein e Kramer 1983). Inanna si rivolge a Dumuzi chiamandolo “mio sposo”, “mio pastore”, “toro selvaggio”, e gli dice: “Rendi il tuo latte dolce e denso, mio sposo. Berrò il tuo latte fresco.” Il “latte” è il simbolo della vita che fluisce, del nutrimento, della forza che passa dal maschile al femminile (Black e Green 1992). È allo stesso tempo il seme e il dono dell’amore, la materia che alimenta il mondo (Jacobsen 1976). Quando Inanna dice “lascia che il latte della capra scorra nel mio ovile”, sta dicendo: lascia che la vita entri nel mio grembo, che la terra si riempia di frutti (Kramer 1961). Anche il formaggio e il miele, che vengono nominati, appartengono a questo linguaggio dell’abbondanza: sono il risultato del lavoro, della trasformazione, della ricchezza che l’unione produce (Cooper 1993). Il tono del testo, pur esplicito, non è mai volgare (Wolkstein e Kramer 1983). È intenso, pieno di gioia vitale. L’erotismo di Inanna non è sensuale nel senso moderno: è sacro, è necessario al mondo (Jacobsen 1976). La dea parla come donna e come divinità insieme, e il suo desiderio è la forza stessa della creazione (Black et al. 2004). In lei, la passione diventa principio cosmico: il corpo è lo strumento attraverso cui il cosmo si rinnova (Cooper 1993). E Dumuzi, con la sua dolcezza virile, rappresenta l’altra metà di questa energia (Kramer 1961). È chiamato “toro selvaggio” non per la sua brutalità, ma per la sua forza naturale (Black e Green 1992). Lui è il seme, lei è il campo; lui è la pioggia, lei è la terra che la riceve (Jacobsen 1976).
Tutto, in questo canto, si muove in un equilibrio di opposti: il desiderio e la dolcezza, la forza e l’accoglienza, la terra e il cielo (Wolkstein e Kramer 1983). La poesia trasforma l’amplesso in un rito cosmico: attraverso l’unione dei due amanti divini, anche la natura si rigenera, i campi tornano verdi, gli animali si moltiplicano, il popolo prospera (Cooper 1993). È l’idea antichissima secondo cui la vita umana, la sessualità e la fertilità della terra sono una sola e medesima cosa (Jacobsen 1976).
Alla fine, ciò che rimane è una sensazione di armonia totale (Black et al. 2004). La voce di Inanna non è solo quella di una donna innamorata, ma quella del mondo stesso che canta la sua fame di vita (Wolkstein e Kramer 1983). È un canto in cui l’eros non è colpa, ma preghiera; non è turbamento, ma promessa (Jacobsen 1976). La dea e il pastore si cercano, si uniscono, e nel loro incontro la vita rinasce: il latte scorre, il miele si forma, la luna cresce, le piante germogliano (Kramer 1961).
Riferimenti bibliografici
Black, J. Cunningham, G. Ebeling, J. Flückiger-Hawker, E. Robson, E. Taylor, J. Zólyomi, G., The Literature of Ancient Sumer, 2004
Black, J. Green, A., Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia An Illustrated Dictionary, 1992
Cooper, J. S., Sacred Marriage and Popular Cult in Early Mesopotamia, 1993
Hallo, W. W., Origins The Ancient Near Eastern Background of Some Modern Western Institutions, 1997
Jacobsen, T., The Treasures of Darkness A History of Mesopotamian Religion, 1976
Kramer, S. N., Sumerian Mythology A Study of Spiritual and Literary Achievement in the Third Millennium B C, 1961
Wolkstein, D. Kramer, S. N., Inanna Queen of Heaven and Earth Her Stories and Hymns from Sumer, 1983
Wikipedia contributors, Dumuzid, Wikipedia The Free Encyclopedia, s d






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