Questo testo è tratto dal libro:
“Archeoastronomia. Il Megalitismo, il tempo ciclico e la vita oltre la morte”
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Le testimonianze archeologiche provenienti dalla Sardegna preistorica offrono importanti indizi sulle prime forme di religiosità e sulle concezioni simboliche delle comunità che abitarono l’isola. Attraverso statuette votive, corredi funerari e rituali di sepoltura è possibile ricostruire un sistema di credenze profondamente legato ai cicli della vita, della morte e della fertilità. In particolare, le rappresentazioni femminili e gli elementi simbolici associati al mondo animale testimoniano l’esistenza di un complesso immaginario religioso in cui la generazione della vita e la rigenerazione dopo la morte rivestivano un ruolo centrale. A partire dai primi reperti attribuiti al Paleolitico fino alle testimonianze del Neolitico, l’evoluzione di questi culti rivela il progressivo sviluppo di forme rituali più articolate e di una concezione sempre più definita di entità sovrannaturali legate alla fertilità e alla fecondità della natura.
L’oggetto di culto più antico ritrovato in Sardegna è una statuetta antropomorfa rivenuta nel 1949 in una gola del rio S’Adde, in località Macomer. La statuetta è alta 14 cm e mostra un corpo di donna con testa di animale. Sebbene non si conosca la datazione precisa, l’oggetto è stato attribuito al periodo finale del Paleolitico Inferiore. La commistione tra l’elemento umano e quello animale è un tratto tipico dell’animalismo legato al mondo dei cacciatori nomadi del Paleolitico, mentre l’elemento femminile richiama il culto di un’entità sovrannaturale generatrice di vita. (Melis 2022)
La “Venere di Macomer” fu realizzata levigando un ciottolo di roccia lavica fino ad ottenere una figura femminile nuda con grandi glutei adiposi e con le gambe unite che vanno a terminare in una massa conoidale. La figura è senza braccia e presenta una sola mammella sul lato sinistro di forma conica. La statuetta presenta una testa zoomorfa con muso acuto a sagoma sub-piramidale e due larghe orecchie sul capo, mentre gli occhi sono collocati in posizioni laterali. Questa testa assomiglia quella del prolagus sardus. Questo animale estinto, a metà tra un roditore e un coniglio, era molto prolifico; quindi, non è azzardato suppore che venisse rappresentato per propiziare la fertilità della vita (Muntoni). In egual modo potrebbero avere lo stesso significato le ossa di Prolagus sardus trovate delle deposizioni funerari più antiche.

Le sepolture più antiche rinvenute in Sardegna risalgono al Mesolitico. Nelle tombe di S’Omu e s’Orku-Arbus, risalenti all’8.500 a.C., sono stati trovati oggetti di corredo che ci danno testimonianza del fatto che le popolazioni mesolitiche della Sardegna credevano nella vita ultraterrena (Melis, 2022). Accanto ai corpi dei defunti sono state trovate ossa di Prolagus sardus, conchiglie forate e tracce di ocra, segno che gli antichi intendevano propiziare la rinascita del defunto dipingendone il corpo con lo stesso colore del sangue, il liquido vitale che scorre all’interno dei vivi (Melis, 2022).
Con l’avvento dell’economia di sussistenza produttiva, le concezioni religiose legate al tema della fertilità diventano ancor più importanti. Nel Neolitico si diffonde l’uso delle statuette femminili e probabilmente prende forma l’idea di un’entità superiore, dispensatrice di fertilità e fecondità. (Melis, 2022)
Tra gli esempi più importanti troviamo la “Dea Madre” di Cuccuru S’Arriu, una raffinatissima statuetta del V millennio a.C. trovata alla fine degli anni ’70 durante uno scavo nella necropoli ipogeica di Cuccuru S’Arriu (Cabras, Cultura di Bonu Ighinu). La figura è rappresentata con spiccate masse adipose e in postura stante. Le gambe sono fuse con i glutei, le braccia sono rigidamente distese lungo i fianchi, mentre il bacino è rappresentato a triangolo. Il volto presenta lo schema facciale a T (con la linea degli occhi ortogonale alla linea del naso). La testa, con sommità appiattita, presenta un copricapo cilindrico piatto tripartito, con copriorecchie decorati da un motivo di linee spezzate e semicerchi in rilievo. Dai copriorecchie pendono due bande sfrangiate che incorniciano il volto, mentre un’ulteriore banda scende dal copricapo sulla nuca.

(V millennio a.C., cultura di Bonu Ighinu)
All’interno delle 19 tombe che costituiscono la necropoli furono trovate altre statuine sommariamente simili a quella descritta. Sebbene sia evidente il richiamo alla steatopigia del corpo femminile tipico delle veneri preistoriche, questo campionario di statuette risulta di fatto asessuato, similmente a quanto riscontrato in una fase della Cultura dei Templi dell’arcipelago maltese. La collocazione di questi idoletti all’interno delle tombe faceva parte di un preciso rituale in cui la persona defunta era deposta in posizione fetale con la statuina posizionata nella mano destra, mentre il corredo funerario era disposto attorno al corpo. All’interno di una tomba è stata trovata una ciotola con dentro due conchiglie aperte che presentano residui di ocra rossa (Muntoni). Queste tracce attestano un momento del rituale in cui il corpo della persona defunta veniva cosparsa di ocra. Le conchiglie, che nella loro forma richiamano quella dei genitali femminili, sono invece un elemento propiziatorio utilizzato in ambito funerario fin dal Paleolitico Inferiore, anch’esso legato al principio di fertilità incarnato nel corpo della donna.
Questi elementi archeologici permettono di intravedere alcuni aspetti fondamentali delle concezioni religiose delle comunità preistoriche della Sardegna. Il ricorso ricorrente a simboli legati alla fertilità, alla figura femminile e ai cicli naturali suggerisce l’esistenza di un sistema simbolico in cui la donna rappresentava il principio generatore della vita e il rinnovamento della natura. In questo contesto, la presenza di statuette femminili nelle sepolture sembra alludere a una concezione della morte non come fine definitiva, ma come passaggio verso una nuova forma di esistenza, strettamente connessa ai cicli naturali della nascita e della rigenerazione (Lilliu, 1988; Melis, 2022).
La diffusione delle cosiddette “Veneri preistoriche”, come la Venere di Macomer e la Dea Madre di Cuccuru S’Arriu, si inserisce infatti in un più ampio fenomeno culturale diffuso in molte aree del Mediterraneo e dell’Europa preistorica, dove la rappresentazione del corpo femminile con caratteristiche accentuate era spesso associata al culto della fertilità e dell’abbondanza (Gimbutas, 1989; Lilliu, 2006). In Sardegna, tuttavia, queste rappresentazioni assumono tratti peculiari che riflettono il contesto culturale locale, come dimostrano gli elementi zoomorfi della Venere di Macomer o le particolari caratteristiche stilistiche della statuaria neolitica rinvenuta nelle necropoli ipogeiche (Tanda, 1997; Melis, 2022).
L’analisi dei contesti funerari rivela inoltre come i rituali legati alla sepoltura fossero accompagnati da pratiche simboliche complesse, quali l’uso dell’ocra rossa, la deposizione di conchiglie e la presenza di specifici oggetti votivi. Tali elementi suggeriscono che le comunità preistoriche attribuivano alla morte un significato profondamente rituale e religioso, interpretandola come parte di un ciclo cosmico più ampio in cui la vita si rigenera continuamente (Contu, 1998; Tanda, 1997).
Nel complesso, le testimonianze archeologiche della Sardegna prenuragica mostrano dunque l’esistenza di un articolato sistema di credenze incentrato sul rapporto tra l’essere umano, la natura e il sacro. La centralità del principio femminile, il ricorso a simboli animali e l’importanza attribuita ai rituali funerari testimoniano una visione del mondo in cui fertilità, rinascita e continuità della vita costituivano elementi fondamentali della religiosità preistorica. Queste prime forme di culto rappresentano inoltre il substrato culturale sul quale, nei millenni successivi, si svilupperanno le più complesse espressioni religiose della civiltà nuragica (Lilliu, 2006; Ugas, 2005).
Bibliografia
- Contu, E. (1998). La Sardegna preistorica e nuragica. Sassari: Carlo Delfino Editore.
- Gimbutas, M. (1989). The Language of the Goddess. San Francisco: Harper & Row.
- Lilliu, G. (1988). La civiltà dei Sardi dal Paleolitico all’età dei Nuraghi. Torino: ERI – Edizioni Rai.
- Lilliu, G. (2006). La civiltà nuragica. Nuoro: Ilisso.
- Melis, P. (2022). La preistoria della Sardegna. Nuoro: Ilisso.
- Muntoni, I. (anno non specificato). Studi e contributi sulla Venere di Macomer e sulla preistoria sarda.
- Tanda, G. (1997). Arte e religione della Sardegna preistorica e nuragica. Sassari: Carlo Delfino Editore.
- Ugas, G. (2005). L’alba dei Nuraghi. Cagliari: Fabula Editore.







Comments (2)
Complimenti, ho comprato il tuo bel libro. Coltivo anch ‘io la sessione per l’archeoastronomia anche se in un ambito più ristretto quale Il Trentino Alto Adige. I tuoi scritti ampliano i miei orizzonti l. Grazie. Cordiali saluti.
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