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Enmerkar e il Signore di Aratta: il mito sumero dell’invenzione della scrittura

Maggio 18, 202616 minute read
Enmerkar e il signore di Aratta tavoletta cuineforme

Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura Dal diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”
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Enmerkar e il signore di Arattaè un antico poema sumero che descrive l’invenzione della scrittura, una delle conquiste più importanti dell’ingegno umano (Kramer 1963; Hallo & Van Dijk 1968). Questo racconto epico attribuisce l’invenzione a Enmerkar (forse il nonno di Gilgamesh), il mitico re sumero che fondò la città di Uruk (Jacobsen 1976). Enmerkar è menzionato anche nella Lista reale sumerica, un documento che, prima delle dinastie storiche accertate, riporta i nomi di sovrani mitici che avrebbero governato la Bassa Mesopotamia dopo il Diluvio universale (Glassner 2004). Sebbene la reale esistenza di questi governanti non sia documentata, alcuni studiosi ritengono possibile che essi rappresentino un ricordo offuscato di personaggi realmente vissuti in epoche remote, precedenti all’invenzione della scrittura (Cooper 1983). Il primo sovrano attestato da fonti archeologiche concrete è Enmebaragesi di Kish (circa 2700 a.C.) (Hallo 1997).

Frammento di una tavoletta cuneiforme sumera del Poema "Enmerkar e il Signore di Aratta"
Frammento di una tavoletta del Poema “Enmerkar e il Signore di Aratta”, c.  1900–1600 a.C.

Il poema fu ritrovato inciso su tavolette d’argilla in caratteri cuneiformi, durante gli scavi archeologici condotti a Uruk (nell’odierna Warka, in Iraq meridionale) tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, da spedizioni tedesche guidate da Julius Jordan e successivamente da Conrad Preusser (Jordan 1928; Preusser 1933). Altri frammenti furono rinvenuti anche a Nippur e a Ur, segno della diffusione del racconto nelle scuole scribali dell’epoca (Klein 1997). Le tavolette risalgono al periodo paleo-babilonese antico (circa XIX–XVIII secolo a.C.), quando il poema era già parte della tradizione letteraria, ma si ritiene che la sua composizione risalga a qualche secolo prima, probabilmente al III millennio a.C. (Hallo 1997).
Il testo che ci è pervenuto è composto da 636 righe: è il primo di un ciclo narrativo che racconta il conflitto — probabilmente basato su eventi storici reali — tra la città di Uruk e quella di Aratta (Cooper 1983). Quest’ultima non è stata ancora localizzata con certezza, ma molti studiosi ipotizzano che sorgesse nell’altopiano iranico, forse nell’area dell’odierna regione di Kerman (Potts 1999).
A differenza di un poema epico guerresco, non si narrano battaglie armate: il racconto si concentra invece sulle missioni di un messaggero, incaricato di trasmettere i pensieri e le volontà dei due sovrani (Klein 1997). Enmerkar desiderava imporre il dominio di Uruk su Aratta, ma trovò l’opposizione del re di Aratta, il cui nome non viene mai citato. Le trattative si intrecciavano con proposte di scambi commerciali: Uruk offriva cereali in abbondanza, mentre Aratta era ricca di legname e pietre preziose (Hallo 1997).
La parte centrale del poema riguarda proprio l’origine della scrittura: il messaggero, infatti, non riuscendo più a memorizzare e recitare i discorsi sempre più lunghi e complessi del suo sovrano, costrinse Enmerkar a trovare una soluzione. Fu così che, secondo il mito, nacque la scrittura: i messaggi vennero incisi su tavolette di argilla, permettendo di trasmettere fedelmente i pensieri da una città all’altra (Kramer 1963; Cooper 1983).


Estratto da “Enmerkar e il Signore di Aratta”

Introduzione

Città, toro splendente ammantato di orgoglio e terrore,
Kullab […] petto di tempesta, luogo dove sono stabiliti i destini,
Uruk, grande montagna nel mezzo di […],
[dove] il pasto serale nel grande refettorio di An […].
In quei giorni, quando furono [determinati] i destini
a Uruk, Kullab, Eanna […] i grandi dèi (lit. principi) [fecero] primeggiare (lit. sollevare il capo)
L’abbondanza e la piena di carpe,
10 la pioggia che fa germogliare l’orzo …
fu resa più grande in Uruk e Kullab.
(Prima ancora) che ci fosse il paese di Dilmun
l’Eanna di Uruk/Kullab era stato fondato
e il sacro chiostro di Inanna
15 in Kullab di mattoni (costruita) brillava come argento nella pietra (della miniera),
[…] non sollevava […], non c’era lo scambio,
[…] non sollevava […], non c’era il commercio.
[Oro], argento, rame, stagno, blocchi di lapislazzuli,
[tutte le pietre del monte] dalla montagna (KUR) non scendevano.
(Frammentario: descrizione del santuario di Inanna in Uruk, probabilmente spoglio, e di quello ad Aratta decorato con pietre e legni preziosi)
[…] lapislazzuli senza difetti,
il suo interno era rigoglioso come un albero mes carico di frutti.
Il signore di Aratta a Inanna
pose sul capo un diadema d’oro,
30 ma a lei egli non piacque come il signore di Kullab:
Aratta (infatti) un santuario come l’Eanna, il ĝipar, il luogo sacro,
per la pura Inanna, come Kullab costruita di mattoni, non aveva costruito.
In quel giorno il signore eletto nel cuore di Inanna,
eletto nel cuore di Inanna dalla montagna splendente,
35 Enmerkar, figlio di Utu,
a sua sorella, la signora che sprigiona desiderio,
alla pura Inanna, espresse una lamentela:
«Sorella mia, che Aratta per Uruk
produca con maestria oro e argento.
Che [taglino] per me il lapislazzuli dai blocchi,
che la brillantezza del lapislazzuli senza difetti […] a Uruk, il paese …
Il tuo tempio [sceso] dal cielo che sta [in terra] –
[Aratta il santuario] Eanna costruisca,
il tuo puro chiostro dove tu [riposi] –
il suo interno lo realizzi con maestria Aratta,
che al suo interno io, giovane splendente (lit. vitello di lapislazzuli), possa ricevere il tuo abbraccio.
Che Aratta si sottometta al giogo di Uruk!
Gli uomini di Aratta
50 portino dalla montagna le pietre preziose del monte,
costruiscano il grande santuario, realizzino il grande refettorio –
il grande refettorio, refettorio [degli dèi] facciano ammirevole per me,
realizzino il mio ME in Kullab,
facciano crescere l’abzu come una montagna sacra,
rendano Eridu puro come il monte,
e facciano il santuario dell’abzu splendente come una vena aurifera.
Io dall’abzu pronuncerò lodi,
da Eridu porterò i ME,
(quando) nella (mia) signoria sarò coronato con il diadema come uno splendente santuario,
(quando) in Uruk/Kullab vi sarà (sul mio capo) il diadema,
possano i … del grande santuario condurmi nel chiostro,
possano i … del chiostro condurmi nel grande santuario,
che la gente resti in ammirazione,
e Utu possa assistere di buon occhio!».

Il viaggio del messaggero ad Aratta

Il messaggero prestò attenzione alle parole del suo re
viaggiò di notte sotto le stelle
e a mezzogiorno con Utu (il sole) in alto nel cielo,
dove recava l’eccelsa parola di Inanna che si stende come una rete?
Scalò le montagne di Zubi,
scese dalle montagne di Zubi,
Susa e (tutto) il paese di Anšan
si prostrarono a lui (o: alla parola di Inanna) come topolini.
Le grandissime montagne, numerosissime,
scalò,
attraversò cinque montagne, sei montagne,
sette montagne, [finché non le]vò gli occhi mentre si avvicinava ad Aratta.

 

L’invenzione della scrittura

Il discorso (di Enmerkar) era [lungo] e il significato complesso,
(per cui) la bocca del messaggero si faceva pesante ed egli non era capace di ripeterlo.
Poiché la bocca del messaggero si faceva pesante ed egli non era capace di ripeterlo,
il signore di Kullab appiattì dell’argilla e vi scrisse sopra il messaggio come se fosse una tavoletta.
Prima di allora non era mai stato riportato sull’argilla un messaggio,
ora al cospetto di Utu e in quel giorno ciò avvenne, avvenne
che il signore di Kullab riportò sull’argilla il messaggio!
Il messaggero cominciò ad agitare le braccia come un uccello,
e prese a correre come un lupo che insegue un agnello;
attraversò cinque montagne, sei montagne, sette montagne,
finché non levò gli occhi mentre si avvicinava ad Aratta.
Gioiosamente pose il piede [nella corte] di Aratta
e rese nota l’autorità del suo re.
Iniziò a recitare dal suo cuore il contenuto del messaggio,
il messaggero trasmise (il messaggio)
al signore di Aratta:
«Tuo “padre”, il [mio] signore, mi ha inviato da te,
il signore di Uruk, il signore di Kullab mi ha inviato da te».
«Il tuo re, cos’ha da dirmi, cos’ha da aggiungere (a quanto detto precedentemente)?».
«Cosa potrebbe dire, cosa potrebbe aggiungere il mio re?
Il mio re è un grande albero [mes], figlio di Enlil,
il suo tronco è cresciuto (raggiungendo) [dalla terra il cielo],
le [sue] fronde toccano [il cielo],
[le sue radici] sono piantate [per terra].
Colui che è famoso per la sua signoria e regalità,
Enmerkar, il figlio di Utu, mi ha consegnato (questo pezzo di) argilla.
O signore di Aratta, dopo che avrai osservato l’argilla e appreso il contenuto del messaggio,
qualsiasi cosa tu abbia da dire dilla
e a colui che è progenie di ricciuta (lit. annodata) barba di lapislazzuli,
partorito da una maestosa vacca sulla montagna dei puri ME,
cresciuto sul suolo di Aratta,
allattato da una vacca pura,
la cui signoria è perfetta per Kullab, il paese dei grandi Me,
a Enmerkar, figlio di Utu,
reciterò esattamente il messaggio nel santuario dell’Eanna,
nel chiostro (ĝipar), carico di frutti come un giovane albero mes
al mio re, il signore di Kullab, riferirò (il tuo messaggio)!».
Dopo che (il messaggero) ebbe detto così,
il signore di Aratta ricevette dal messaggero
l’argilla cotta nel forno.
Il signore di Aratta osservò l’argilla,
ma il messaggio riportato (sull’argilla) era (composto solo) da cunei e allora aggrottò la fronte.
(Mentre) il signore di Aratta osservava l’argilla cotta nel forno
allora il signore del diadema, dotato di signoria, il figlio di Enlil,
il dio Iškur, emettendo il suo urlo maestoso (tuono) in cielo e in terra,
scatenò una tempesta, […] grande leone […] pose,
i paesi […] presero a tremare,
le montagne […] si fecero piccole,
l’aura terrifica […] dal suo petto,
e fece levare un urlo di gioia dalle montagne

Traduzione tratta da “Letteratura dell’Antica Mesopotamia” di Lorenzo Verderame – t2.1
https://www.mondadorieducation.it/media/contenuti/universita/verderame_letterature_mesopotamia/assets/documents/testo_2.pdf

 

Tabella dei termini presenti nel testo

Termine Significato
Abzu (Apsû) Oceano sotterraneo di acque dolci; dimora primordiale.
An (Anu) Dio del cielo; padre degli dèi.
Anšan (Anšan) Antico regno elamita; non propriamente sumero ma nel testo citato come toponimo.
Aratta Città leggendaria ricca di pietre e metalli preziosi.
Dilmun Terra pura e incontaminata; sede degli dei o paradiso.
Eanna (E-anna) “Casa del cielo”; grande tempio di Inanna a Uruk/Kullab.
Enlil Dio supremo del vento, dell’autorità e dei destini. (Citato indirettamente: “figlio di Enlil”).
Enmerkar Re di Uruk, protagonista del ciclo di Aratta.
Gišĝipar / ĝipar (Gipar) Chiostro/abitazione rituale della sacerdotessa; spazio sacro.
Inanna Dea dell’amore, guerra, fertilità e sovranità.
Iškur (Ishkur) Dio della tempesta e del tuono (equivalente accadico: Adad).
KUR (kur) “Montagna / paese straniero / regione montuosa”; mondo esterno.
Kullab (Kulab) Antico distretto sacro di Uruk, sede del culto di Inanna.
ME Poteri divini fondamentali che regolano civiltà, arti e istituzioni.
Mes / miš / mez “Albero mes”: albero sacro, simbolo di forza e abbondanza.
Susa (Šušan) Grande città dell’Elam; prestito geografico, non sumero.
Utu Dio del sole, della giustizia e della verità.
Uruk (Unug) Antichissima città sumera, regno di Inanna e di Enmerkar.
Zubi Catena montuosa mitica attraversata dal messaggero nel ciclo di Aratta.

 


Analisi del testo

Il testo si apre con una celebrazione della città di Uruk, descritta con immagini di grande potenza simbolica che ne esaltano il prestigio politico e religioso. La città è evocata come un’entità viva e maestosa nella formula “Città, toro splendente ammantato di orgoglio e terrore”, dove la metafora del toro richiama la forza, la regalità e la potenza divina frequentemente associate al potere sovrano nel mondo mesopotamico (Black et al. 2004). Subito dopo il poema sottolinea la centralità cosmica della città definendola “petto di tempesta, luogo dove sono stabiliti i destini”, un’immagine che richiama la concezione religiosa secondo cui i destini del mondo venivano determinati nelle assemblee divine e nei grandi santuari cittadini. In questo contesto assume particolare importanza il tempio di Inanna, il complesso di Eanna, che il testo presenta come un luogo primordiale e luminoso: “l’Eanna di Uruk/Kullab era stato fondato e il sacro chiostro di Inanna in Kullab di mattoni brillava come argento nella pietra”. Il santuario appare dunque come il centro sacro della città e come il punto in cui si manifesta la presenza divina della dea Inanna, elemento che rafforza la legittimità religiosa della regalità di Uruk (Vanstiphout 2003; Van de Mieroop 2016).
Il poema introduce poi un contrasto tra la città di Uruk e il lontano paese di Aratta, una regione ricca di materiali preziosi situata simbolicamente nelle montagne orientali. Il testo ricorda infatti che “oro, argento, rame, stagno, blocchi di lapislazzuli […] dalla montagna non scendevano”, evocando le ricchezze minerarie provenienti dalle regioni montuose dell’Iran e dell’Asia centrale, da cui la Mesopotamia importava metalli e pietre preziose (Algaze 2008). Tuttavia, nonostante questa ricchezza naturale, il signore di Aratta non riesce a ottenere il favore della dea Inanna, come mostra il passo in cui si legge: “Il signore di Aratta a Inanna pose sul capo un diadema d’oro, ma a lei egli non piacque come il signore di Kullab”. In questo modo il poema afferma chiaramente la superiorità religiosa e politica di Uruk, la cui regalità è legittimata dalla scelta divina.
Il protagonista del racconto è Enmerkar, sovrano di Uruk e figura eroica della tradizione sumerica, presentato nel testo come “Enmerkar, figlio di Utu”. L’attribuzione di una discendenza divina rafforza la sua autorità e colloca la sua figura in una dimensione semi-mitica tipica dei re della prima tradizione mesopotamica (Kramer 1963). Enmerkar chiede che Aratta fornisca materiali preziosi per la costruzione e l’abbellimento del tempio di Inanna, dichiarando: “Che Aratta per Uruk produca con maestria oro e argento” e proseguendo con la richiesta che “Aratta si sottometta al giogo di Uruk”. Il giogo rappresenta una metafora politica diffusa nel Vicino Oriente antico per indicare la sottomissione di un regno alla sovranità di un altro.
Il messaggio di Enmerkar viene affidato a un messaggero che deve attraversare regioni lontane e catene montuose per raggiungere Aratta. Il poema descrive questo viaggio con formule poetiche e ripetizioni tipiche della letteratura sumerica: “Scalò le montagne di Zubi, scese dalle montagne di Zubi […] attraversò cinque montagne, sei montagne, sette montagne”. La ripetizione numerica ha una funzione ritmica e narrativa e sottolinea la difficoltà e la lunghezza del viaggio (Black et al. 2004).
Il momento centrale del poema riguarda però l’invenzione della scrittura, che nasce da un problema pratico di comunicazione. Il testo afferma infatti che “il discorso era lungo e il significato complesso, la bocca del messaggero si faceva pesante ed egli non era capace di ripeterlo”. Questo passaggio mette in evidenza i limiti della comunicazione orale: il messaggero non riesce a memorizzare il messaggio del re, e la trasmissione verbale appare insufficiente per comunicare un discorso complesso. Per risolvere questo problema Enmerkar introduce una nuova forma di comunicazione quando “il signore di Kullab appiattì dell’argilla e vi scrisse sopra il messaggio come se fosse una tavoletta”. Il testo sottolinea l’eccezionalità dell’evento con una dichiarazione esplicita: “Prima di allora non era mai stato riportato sull’argilla un messaggio”. Questa affermazione non rappresenta una testimonianza storica dell’origine della scrittura, ma un racconto mitico delle sue origini che attribuisce l’invenzione a un sovrano leggendario, trasformando l’atto tecnico della scrittura in un evento fondativo della civiltà (Kramer 1963; Woods 2010).
Quando il messaggero consegna la tavoletta al signore di Aratta, il testo descrive la sua reazione: “Il signore di Aratta osservò l’argilla, ma il messaggio riportato sull’argilla era composto solo da cunei e allora aggrottò la fronte”. Il riferimento ai cunei richiama chiaramente la forma caratteristica dei segni della scrittura cuneiforme. La scena suggerisce lo stupore del sovrano di Aratta di fronte a una tecnologia comunicativa nuova e ancora incomprensibile.
Prima dell’invenzione della scrittura era l’orecchio a ricevere il messaggio, successivamente fu l’occhio a svolgere questa funzione. La metafora usata dall’autore del poema è molto poetica: “la parola scritta”, appunto perché a forma di “chiodo”, è atta a trafiggere l’occhio, quasi fosse un’arma, penetrando così nella mente dell’interlocutore. Il chiodo non solo è lo strumento con il quale veniva inciso il testo sull’argilla ma è anche la forma più appropriata per colpire il nuovo organo adibito a ricevere il messaggio. Questa immagine simbolica esprime il passaggio da una cultura basata sulla memoria orale a una cultura fondata sulla scrittura, trasformazione che comporta profonde conseguenze sociali e cognitive (Goody 1986; Woods 2010).
Il significato mitico di questo episodio può essere compreso anche alla luce della definizione di mito proposta da Mircea Eliade. Il mito narra una storia sacra; riferisce un avvenimento che ha avuto luogo nel Tempo primordiale, il tempo favoloso delle «origini». In altre parole, il mito narra come, grazie alle gesta degli Esseri Soprannaturali, una realtà è venuta ad esistenza, sia che si tratti della realtà totale, il Cosmo, o solamente di un frammento di realtà: un’isola, una specie vegetale, un comportamento umano, un’istituzione. Il mito, quindi, è sempre la narrazione di una «creazione»: riferisce come una cosa è stata prodotta, ha cominciato ad essere. Il mito parla solo di ciò che è accaduto realmente, di ciò che si è pienamente manifestato (Eliade 1963). In questa prospettiva Enmerkar e il signore di Aratta può essere interpretato come un mito delle origini della scrittura.
In definitiva, Enmerkar e il signore di Aratta non è soltanto il ricordo di un antico conflitto tra città lontane, ma diventa il racconto simbolico della nascita di un nuovo modo di concepire il mondo: il passaggio dall’oralità alla scrittura. La parola, che un tempo viaggiava fragile sulla voce del messaggero, assume ora una forma tangibile, incisa nell’argilla, capace di attraversare il tempo e lo spazio. Il “chiodo” che trafigge l’occhio non è soltanto un’immagine poetica, ma il segno di una rivoluzione culturale: da quel momento l’uomo non dipende più soltanto dalla memoria, ma affida i propri pensieri a un supporto durevole. In questo mito, dunque, si riflette il senso profondo della scrittura come strumento di potere, di comunicazione e di immortalità: essa rende presente l’assente, conserva l’effimero e dona alla parola la forza di durare oltre la voce che l’ha pronunciata.

 

Bibliografia

  • Kramer, Samuel Noah — History Begins at Sumer — 1963
  • Hallo, William W. & Van Dijk, J. J. A. — The Exaltation of Inanna — 1968
  • Jacobsen, Thorkild — The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion — 1976
  • Cooper, Jerrold S. — Reconstructing History from Ancient Inscriptions — 1983
  • Goody, Jack — The Domestication of the Savage Mind — 1986
  • Potts, Daniel T. — studi su Aratta e l’altopiano iranico — 1999
  • Black, Jeremy et al. — The Literature of Ancient Sumer — 2004
  • Glassner, Jean-Jacques — Mesopotamian Chronicles / The Sumerian King List — 2004
  • Woods, Christopher — studi sulle origini della scrittura cuneiforme — 2010
  • Verderame, Lorenzo — Letteratura dell’Antica Mesopotamia — 2016

Tags:

letteratura sumeramitologia sumerasumeri

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