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LA CREAZIONE DELL’UOMO DESCRITTA NEI MITI SUMERI

Febbraio 7, 201722 minute read
rappresentazione della creazione dell'uomo secondo i la mitologia sumera, mani che creano la forma umana con l'argilla

Questo testo è tratto dal libro
“La civiltà dei Sumeri. Storia, mitologia e letteratura Dal diluvio alle imprese del Grande Gilgamesh”
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Nella civiltà sumera, tra le più antiche fiorite nella Mesopotamia meridionale, l’idea della creazione dell’uomo si lega strettamente al rapporto tra divinità e condizione umana. I miti sumeri non intendono descrivere la genesi dell’essere umano come atto di amore o di perfezione cosmica, bensì come risposta funzionale a una necessità pratica: alleggerire gli dèi dalle incombenze del lavoro agricolo e delle fatiche materiali (Kramer 1961; Bottéro 1987).

Secondo diverse tradizioni mitologiche, gli dèi primordiali, seppur potenti e immortali, erano costretti a coltivare i campi, scavare i canali e mantenere l’ordine del mondo. Tale fatica divina generò malcontento, fino a quando non emerse la soluzione: creare l’umanità come classe di lavoratori destinati a sostituire le divinità nelle mansioni più gravose (Jacobsen 1976). L’uomo fu dunque plasmato dall’argilla mescolata con l’essenza vitale di un dio sacrificato, un atto che garantiva la presenza in lui di un soffio divino, ma allo stesso tempo lo destinava a un ruolo di subalternità (Hallo & Van Dijk 1968).

Questa concezione riflette chiaramente la realtà storica e sociale dei Sumeri. La vita nelle città-stato mesopotamiche era segnata da un lavoro incessante: dissodare la terra arida, costruire canali di irrigazione, contenere le inondazioni dei fiumi Tigri ed Eufrate, garantire il sostentamento agricolo in un ambiente naturale ostile (Bottéro 1992). La fatica non era percepita come un incidente o una conseguenza di un peccato originario, ma come la condizione stessa dell’essere umano. Il mito, in tal senso, non è evasione dalla realtà, ma la sua giustificazione simbolica: se la vita è colma di fatiche, ciò avviene perché così hanno stabilito gli dèi, e perché l’uomo è nato proprio con quella funzione (Kramer 1963).

Il racconto mitico, quindi, assolve a una funzione fondamentale: conferisce senso all’esperienza quotidiana. Le dure condizioni di vita, che potevano apparire insopportabili o prive di giustificazione, trovavano nel mito un quadro interpretativo coerente. L’uomo non lavora perché sfortunato, ma perché partecipe di un disegno cosmico, inscritto fin dall’origine della sua esistenza. La sofferenza e la fatica diventano così non solo inevitabili, ma addirittura necessarie per il mantenimento dell’ordine universale (Lambert 2013).

In questo modo, il mito sumero della creazione non è soltanto una narrazione teologica, ma una vera e propria riflessione antropologica: esso traduce la condizione materiale dell’uomo mesopotamico in una struttura di significato, trasformando la fatica quotidiana in elemento fondante della natura umana. La visione sumera, pur priva di consolazioni trascendenti, rivela una straordinaria capacità di interpretare la realtà attraverso il mito, rendendo l’uomo consapevole del proprio posto nel mondo.

Va tuttavia sottolineato che la tradizione sumera non presenta una versione univoca della creazione umana. Alcuni miti attribuiscono l’atto creatore a divinità differenti. Nel mito di Enki e Ninmah, è il dio Enki, signore della sapienza e delle acque sotterranee, a ricevere il merito della creazione dell’uomo (Kramer 1944). Nell’Inno alla Zappa, invece, è il dio Enlil, signore dell’aria e capo del pantheon sumero, a plasmare l’umanità grazie allo strumento agricolo per eccellenza, simbolo della fatica e del lavoro (Hallo 1951).

Queste divergenze non sono contraddizioni casuali, bensì riflesso della complessità del pantheon sumero e della sua natura politico-religiosa. Ogni città-stato della Mesopotamia venerava una divinità principale, elevandola spesso a ruolo di creatore per legittimare il proprio primato politico e cultuale. Così, le versioni del mito variavano in funzione dei contesti locali, con Enlil, Enki o altre divinità poste al centro della narrazione (Jacobsen 1976). Tali differenze testimoniano la funzione dinamica del mito: non solo spiegare l’origine dell’uomo, ma anche adattarsi ai bisogni ideologici e religiosi delle comunità che lo tramandavano.

Mito sumero di Enki e Ninmah (2200.a.C.)

 

Il mito di Enki e Ninmah

Il mito di Enki e Ninmah descrive gli eventi che portarono alla creazione dell’uomo. Dopo che il mondo venne organizzato dal potere divino, gli dèi vi si stabilirono spartendosi diritti e doveri sulla base un semplice ordinamento sociale che li divideva in due grandi categorie: quelli maggiori e quelli minori (Kramer 1961; Jacobsen 1976). Gli dèi minori dovevano lavorare la terra e provvedere al sostentamento delle divinità più importanti, ma venne il giorno in cui decisero d’incrociare le braccia per lamentarsi della loro disagiata condizione (Bottéro 1987). Il testo tralascia i dettagli della protesta, ma dal contenuto dell’Atrahasis apprendiamo che non fu affatto una contestazione pacifica, quanto più una tumultuosa rivolta (Lambert 2013). Il lamento degli dèi minori arrivò fino all’Apsu dove il riposo di Enki venne disturbato. Namma (o Nammu) spiegò ad Enki il motivo di tanto rumore e gli suggerì di sollevare gli dèi minori dal gravoso incarico creando un sostituto che potesse sopportare il peso del lavoro al posto loro (Hallo & Van Dijk 1968). Enki stabilì che una simile cosa era fattibile, dunque creò una matrice (Singen e Sigsar) e all’interno vi crebbe un feto. Enki trasferì all’uomo embrionale una parte della sua intelligenza e con ciò lo rese diverso da tutte le altre forme di vita animale (Kramer 1963).

Il mito di Enki e Ninmah sottolinea la complessità dell’atto creativo, tanto da elencarne tentativi e difetti specifici di ogni singola creatura portata all’esistenza (Jacobsen 1976).

Da un punto di vista storico e filologico, Enki e Ninmah è una composizione in lingua sumerica, redatta con scrittura cuneiforme su tavolette d’argilla. Le versioni finora note del testo risalgono principalmente al periodo paleo-babilonese antico (circa 1800 a.C.), anche se alcune parti del racconto sembrano riflettere tradizioni più antiche, risalenti alla fine del III millennio a.C. (Kağnıcı 2018). Copie e rielaborazioni successive del mito si ritrovano fino al periodo neo-assiro (IX-VII sec. a.C.), il che testimonia la lunga vitalità e la diffusione di questo racconto nella cultura mesopotamica. Sebbene la lingua originaria sia il sumero, esistono anche versioni bilingui sumerico-accadiche, prodotte in epoche in cui entrambe le lingue coesistevano nei centri scribali di Babilonia e Assiria, a conferma del forte intreccio culturale tra la tradizione sumerica e quella accadica.

Estratto dalla tavoletta del mito “Enki e Ninmah”:

In quei giorni, i giorni in cui cielo e terra vennero creati,
In quelle notti, le notti in cui cielo e terra vennero creati,
In quegli anni, gli anni in cui i destini vennero fissati,
quando gli dei Anunna generarono,
quando le dee (madri e figlie) si sposarono,
quando le dee (madri e figlie) abitarono cielo e terra,
quando le dee (madri e figlie) diventarono pregne,
e gli dei dovevano portare il cibo nelle sale da pranzo,
gli dei maggiori sorvegliavano il lavoro, e gli dei minori portavano
il giogo del lavoro.
Lavoravano ai canali della terra di Arali, nella terra e nell’argilla,
ma smisero i lavori per lamentarsi di questa vita.
Quel giorno il creatore, il grande dio dalla grande sapienza,
Enki, nel suo Engur, il luogo delle acque sotterranee che nessun dio conosce,
dormiva nelle sue stanze e fu svegliato
dagli dei che si lamentavano
e si alzò dal suo letto.
La dea Namma, la prima madre che diede nascita agli dei,
portò le lacrime degli dei minori a suo figlio che dormiva,
a colui che giaceva nel suo sonno,
(….)
“Dio Creatore, le tue creature si lamentano,
figlio, alzati dal tuo giaciglio, rivolgi il tuo sguardo, la tua
saggezza,
crea per gli dei un sostituto, così che loro siano liberi dal giogo
del lavoro”

Fonte trazione: “Testi sumeri – tradotti e commentati” di Alessandro Demontis. 2010
https://www.academia.edu/24703545/Testi_Sumeri_tradotti_e_commentati

Dopo la creazione del primo feto Ninmah prese l’argilla per creare uomini compiuti, ma tutte le sue creature vennero in essere con gravi difetti che non gli permettevano di svolgere il compito per il quale erano state create, (lavorare la terra al posto degli dèi minori). Ninmah, assistita dalle dee della nascita, fece ben sei tentativi ma non trovò mai la ricetta giusta per creare un uomo compiuto. Il primo uomo non riusciva ad usare le mani, il secondo aveva problemi alla vista, il terzo non riusciva a camminare, il quarto non tratteneva l’urina, il quinto era una donna, ma non poteva partorire e il sesto era privo di organi genitali. I tentativi di Ninmah si rivelarono un totale fallimento e quest’ultima si abbandonò al dispiacere per aver deluso le aspettative del fratello Enki. Quest’ultimo, tuttavia, mostrò la sua grande saggezza e benevolenza assegnando a tutti gli uomini creati dalla sorella un destino che tenesse conto delle loro gravi menomazioni.

Estratto dalla tavoletta del mito “Enki e Ninmah”:

Ninmah prese l’ argilla delle terre a nord dell’ Abzu,
creò un uomo ma egli non teneva le mani dritte,
Enki vide l’ uomo, egli non teneva le mani dritte, e decretò il suo destino,
e lo mise nel campo del re come servitore.
La seconda creazione fu un uomo che sfuggiva la luce,
Enki vide che l’ uomo rifuggiva la luce,
e decretò il suo destino, ne fece un abile musicista,
lo mise nel campo del re.
Il terzo uomo che fu creato aveva i piedi che non funzionavano,
Enki allora vide che l’ uomo non sapeva usare i piedi,
e lo rese un grande lavoratore dell’ argento lucente.
Il quarto uomo non sapeva trattenere l’ urina,
ed Enki vide che l’ uomo non tratteneva l’ urina,
e lo fece giacere nell’ acqua che scacciò il suo male.
Il quinto era una donna che non poteva partorire,
Enki vide che la donna non poteva partorire,
e ne fece una ancella nella casa della regina.
Il sesto era un essere senza pene ne vagina,
Enki vide che l’ essere non aveva pene ne vagina e ne decretò il
destino,
lo chiamò ‘dono di Nippur’ e
ne fece un attendente per il re.

Fonte trazione: “Testi sumeri – tradotti e commentati” di Alessandro Demontis. 2010
https://www.academia.edu/24703545/Testi_Sumeri_tradotti_e_commentati

Il mito prosegue con Enki e Ninmah che si invertirono i ruoli. Dopo i tentativi falliti da Ninmah, Enki prese in mano la creazione lasciando alla sorella la facoltà di decidere i destini. Enki creò una creatura dalle fattezze umane e disse ad a Ninmah di mettere il suo seme all’interno dell’utero di una donna (presumibilmente una dea dato che l’essere umano compiuto non era ancora stato creato). Il nuovo tentativo portò a risultati ancor peggiori dei precedenti, con la nascita di una creatura malata, chiamata Umul.

Estratto dalla tavoletta del mito di “Enki e Ninmah”:

Enki creò allora una forma che aveva testa e bocca,
e disse a Ninmah:
“versa il seme maschile nell’ utero di una donna”
Ninmah si avvicinò al nuovo nato,
colui che la donna aveva partorito era deludente,
egli era Umul, la sua testa era malata, il suo (…) era malato, gli
occhi e il collo erano malati,
non respirava, i polmoni e gli organi interni erano malati,
con le sue mani malandate e la sua schiena malandata non riusciva a
nutrirsi,
con i piedi e la schiena malati non poteva lavorare, così fu creato.
Enki disse allora a Ninmah:
“Gli esseri che hai creato, ne ho decretato i destini, ho nutrito;
tu ora, degli esseri che creo, decreta i destini e metti da mangiare
nel loro piatto.”
Ninmah guardò ad Umul e si avvicinò,
all’ essere malato parlò ma lui non sapeva parlare,
gli porse del cibo ma lui non riusciva ad afferrarlo,
non sapeva usare attrezzi, non poteva giacere,
non poteva sedersi se in piedi, non sapeva mantenere (?) la casa e
non sapeva nutrirsi
Ninmah disse ad Enki:
“L’ essere che hai creato è vivo e morto, non può badare a se stesso
e non può vivere”

Fonte trazione: “Testi sumeri – tradotti e commentati” di Alessandro Demontis. 2010        https://www.academia.edu/24703545/Testi_Sumeri_tradotti_e_commentati

Enki decretò che fosse Ninmah a decidere il destino di Umul, come lui aveva fatto per le sei creature generate dalla sorella, ma Ninmah non fu capace di stabilire un destino per questa creatura in quanto era viva e morta allo stesso tempo e non era in grado di badare a sé stessa. Enki la rimproverò ricordando le sei creature imperfette che lei aveva generato e come lui stesso avesse stabilito un destino adatto per ognuna di loro, nonostante le loro menomazioni. A questo punto la tavoletta d’argilla è danneggiata e manca una considerevole parte del testo, in ogni caso si può intuire che Ninmah sentendosi rimproverata reagì ricordando ad Enki un disastro non meglio precisato avvenuto nella sua città, rinfacciandogli di non essersi curato di quando lei dovette abbandonare l’Epur (il tempio di Nippur) e quando suo figlio (il nome non viene indicato) fu costretto a fuggire. Enki rispose a Ninmah di pensare al destino della creatura, invitandola a dargliela indietro (forse per poter decidere lui stesso del suo destino). Enki chiuse la discussione con la sorella decretando che quel giorno, quello delle creazioni, fosse comunque lodato e festeggiato nonostante i risultati non all’altezza delle aspettative.

Estratto dalla tavoletta del mito di “Enki e Ninmah”:

La mia città e la mia casa son distrutte, mio figlio fuggitivo,
io stessa ho dovuto lasciare l’ E.Kur come fuggitiva,
non ho potuto evitare la tua mano!”
Enki rispose a Ninmah:
“Chi può cambiare le parole che hai pronunciato?
La creatura malata (…) libera dalla prigionia (?)
Ninmah, il tuo lavoro (la tua opera) sia (…) promettesti di (…) il
mio lavoro imperfetto, chi può contraddirlo?
L’ essere che ho creato, lascia che io lo abbia indietro,
sia oggi lodata la mia stirpe (?) sia riconosciuta la tua saggezza,
che gli Enkum e i Ninkum
possano stare di fronte a noi e pronunciare le parole della tua
gloria,
sorella mia, tu eroina,
siano scritte (…) canzoni (…)

Fonte trazione: “Testi sumeri – tradotti e commentati” di Alessandro Demontis. 2010
https://www.academia.edu/24703545/Testi_Sumeri_tradotti_e_commentati


Tabella dei termini

Termine sumero Significato
Abzu (Apsû) Oceano primordiale sotterraneo di acque dolci; dimora di Enki.
Anunna (Anuna / Anunna-ke₄) “I discendenti di An”; assemblea degli dèi maggiori.
Arali Regno sotterraneo o montuoso; associato ai mondi inferiori.
E.Kur (E₂-kur) “Casa-montagna”; grande tempio di Enlil a Nippur.
Enki Dio della sapienza, della creazione, delle acque sotterranee, delle arti.
Enkum Sacerdoti o servitori del tempio; partecipano ai rituali.
Engur / En-gur Bacino sotterraneo/ casa delle acque profonde di Enki, parte dell’Abzu.
Enlil Dio supremo dell’aria, del destino e dell’autorità divina.
Namma (Nammu) Dea primordiale dell’acqua; madre di Enki e degli dèi.
Ninmah (Nin-maḫ) Dea madre, “Grande Signora”; assistente di Enki nella creazione dell’uomo.
Ninkum Sacerdotesse del tempio, in coppia con gli Enkum.
Nippur (Nibru) Centro religioso sumero, sede del culto di Enlil.
Nintu / Nin-tu (sottintesa: titolo di Ninmah) “Signora delle nascite”; epiteto della dea creatrice.
Umul Essere malformato creato nel mito; simbolo dei limiti del potere creativo.


Significato del testo  
  
  

L’elemento simbolico centrale del mito è dunque la definizione della funzione originaria dell’umanità: l’uomo nasce non come creatura privilegiata o come centro dell’universo, ma come “lavoratore divino”, sostituto degli dèi minori nelle fatiche quotidiane (Bottéro 1987). Tale prospettiva riflette chiaramente la realtà materiale delle comunità mesopotamiche, in cui la vita era segnata da un incessante impegno agricolo e da un continuo confronto con le difficoltà ambientali. Il mito non offre un’evasione dalla condizione umana, bensì una sua giustificazione teologica: la fatica non è accidente, ma destino originario inscritto nella creazione (Lambert 2013).

Un secondo aspetto rilevante è il tema della imperfezione intrinseca della creazione umana. Ninmah, assistita dalle dee della nascita, compie diversi tentativi fallimentari: uomini incapaci di usare le mani, di vedere, di camminare, donne sterili o esseri privi di organi sessuali. Queste figure simbolizzano la varietà dei limiti umani, delle malattie e delle disabilità (Hallo & Van Dijk 1968). Enki, con la sua sapienza, assegna a ciascuno un destino, dimostrando che anche l’imperfezione può trovare un ruolo nel tessuto sociale e cosmico. La narrazione suggerisce che la diversità e la fragilità non escludono l’uomo dalla comunità, ma richiedono un adattamento del destino. In tal senso, il mito mostra una sorprendente sensibilità verso la condizione dei “diversi”, riconoscendo loro un posto nella società (Jacobsen 1976).

Il confronto tra Enki e Ninmah accentua inoltre la dialettica tra maschile e femminile nella creazione. Ninmah incarna la forza generatrice e materna, ma i suoi tentativi falliscono, mentre Enki rappresenta la sapienza e l’ordine che trasforma anche l’imperfezione in parte del disegno divino. Tuttavia, la figura di Ninmah non viene ridotta a semplice antagonista: il mito mostra la necessità della collaborazione tra i principi maschile e femminile, entrambi indispensabili al compimento della creazione, seppur imperfetta (Kramer 1963).

La figura di Umul, creatura malata e inservibile, accentua il limite radicale dell’uomo. Egli è “vivo e morto allo stesso tempo”, incapace di prendersi cura di sé. Umul rappresenta il simbolo estremo della fragilità umana, il confine tra vita e non-vita, e rivela come la creazione non sia mai compiuta in senso perfetto. La tensione tra Enki e Ninmah sulla definizione del suo destino riflette il riconoscimento che esistono condizioni per le quali non si può trovare un ruolo funzionale, e che la realtà umana resta segnata da un’irriducibile incompletezza (Lambert 2013).

In definitiva, il mito di Enki e Ninmah assume un valore antropologico profondo. Esso spiega perché l’uomo debba lavorare, perché la vita sia segnata dalla fatica, e perché l’umanità sia intrinsecamente imperfetta e vulnerabile. Ma allo stesso tempo, afferma che ogni forma di vita, anche la più manchevole, può essere accolta in un ordine più ampio, attraverso l’assegnazione di un destino. La creazione, pur segnata dall’errore e dalla sofferenza, diventa così il fondamento della dignità dell’essere umano: non nella perfezione, ma nella possibilità di essere parte del mondo e della società.

Inno alla zappa

L’Inno alla zappa offre una prospettiva alternativa sulla creazione dell’uomo rispetto al mito di Enki e Ninmah. Nel mito di Enki, infatti, è il dio della saggezza a guidare l’atto creativo, mentre Ninmah sperimenta le prime forme umane, dando luogo a un processo costellato di prove ed errori (Kramer, 1961; Bottéro, 1987). Nell’Inno alla zappa, invece, è Enlil a svolgere il ruolo centrale, assumendo la funzione di architetto dell’umanità e organizzatore del lavoro umano (Jacobsen, 1976). Questa differenza non è meramente narrativa, ma è il riflesso differente tradizione teologica. L’Inno alla zappa appartiene alla scuola di Nippur, città della Bassa Mesopotamia fiorita nel IV millennio a.C. e consacrata a Enlil.

Cilindro akkadico VA 243

Secondo il testo, prima della nascita dell’uomo, Enlil scavò un buco nella terra, plasmò la zappa e istituì le mansioni del lavoro, illustrando fin nei minimi dettagli le virtù dello strumento e collocandolo nel luogo in cui sarebbe cresciuto il primo uomo (Jacobsen, 1976; Kramer, 1961). La zappa, così descritta, non è un semplice utensile agricolo: le sue caratteristiche e la cura con cui Enlil ne celebra le qualità le conferiscono un valore quasi regale, paragonabile a quello di uno scettro. Essa diventa simbolo di autorità e legittimazione, incarnando la centralità del lavoro nella vita umana e nella strutturazione della società (Lambert, 2013; Bottéro, 1987).

Dal punto di vista simbolico e teologico, la presentazione della zappa come scettro sottolinea un concetto fondamentale della visione sumera: il lavoro umano non è mero mezzo di sopravvivenza, ma atto di partecipazione all’ordine divino. L’uomo, ricevendo lo strumento sacro, è chiamato a replicare l’ordine cosmico nella sfera materiale, garantendo il mantenimento della vita e della civiltà (Hallo & Van Dijk, 1968). Il mito rivela così una concezione della creazione in cui la responsabilità e il destino dell’uomo sono strettamente legati alla sua capacità di operare nel mondo, conferendo al lavoro una dimensione sacra e strutturale, piuttosto che punitiva o casuale.

Non è un caso che le prime città della storia siano nate in un contesto culturale così dedito al lavoro organizzato. Nel IV millennio a.C., Uruk si sviluppò come la prima città della storia, grazie a un’elevata specializzazione del lavoro agricolo, artigianale e commerciale. L’Inno alla zappa, in questo senso, non celebra solo uno strumento, ma sancisce simbolicamente la centralità del lavoro e della pianificazione nella costruzione della civiltà urbana, collegando direttamente il mito alla realtà storica (Jacobsen, 1976; Glassner, 2004).

In conclusione, l’Inno alla zappa offre una prospettiva teologica e simbolica unica: il lavoro umano è sacro, normativo e fondativo per la società. La zappa è presentata come uno scettro e segno di legittimazione, e Enlil, attraverso la creazione e l’assegnazione delle mansioni, conferisce all’uomo il proprio destino, integrando cosmo, società e individuo in un disegno divino coerente.

Traduzione del testo

 <<il Signore ha fatto veramente risplendere tutto ciò che è appropriato,
Il Signore, la cui decisione dei destini è immutabile,
Enlil, affinché il seme del Paese uscisse dalla terra,
si affrettò a separare il cielo dalla terra,
si affrettò a separare la terra dal cielo.
Affinché Uzumua facesse germogliare la “forma” (dell’umanità),
Enlil apre una fessura nel pavimento di Duranki;
egli crea la zappa e sorge il giorno;
egli istituisce le mansioni del lavoro, stabilisce il destino
e mentre egli avvicina il braccio alla zappa e al canestro di lavoro,
elogia Enlil e la sua zappa.
La zappa aurea, dalla testa di lapislazzuli,
tenuta da fermi d’oro e d’argento delicati,
la cui lama sembra un vomere di lapislazzuli,
e la punta un unicorno solitario su una vasta piana.
Dopo aver elogiato la zappa, il signore ne fissò il destino,
e dopo averla cinta di una corona verdeggiante, egli porta la zappa in Uzu’ea.
Depone la <<forma>> dell’umanità nella fessura
e mentre il suo paese davanti a lui germoglia come erba dalla terra,
Enlil li guarda benevolmente i suoi sumeri.
Gli dèi Anunna si dispongono davanti a lui
e alzano le loro mani portandole (in gesto di preghiera) alla bocca,
essi rivolgono preghiere ad Enlil,
e consentono al suo popolo sumerico di prendere in mano la zappa>>.

fonte traduzione: “Mitologia Sumera,” di Giovanni Pettinato,
Unione Tipografica-Editrice Torinese (UTET)

 

Tabella dei termini

Termine Significato
Anunna (Anuna / Anunna-ke₄) Assemblea degli dèi maggiori, “discendenti di An”.
Duranki (Dur-an-ki) “Legame tra cielo e terra”; punto di connessione tra il mondo divino e quello umano.
Enlil Dio supremo dell’aria, dell’autorità e dei destini; creatore della separazione cielo-terra.
Uzu’ea (Uzu-e-a) “Luogo della carne / corpo”; sede rituale in cui Enlil porta la zappa.
Uzumua (Uzu-mu-a) “Carne germinante” / “seme della vita”; entità che fa germogliare la forma dell’umanità.

 

Significato del testo

Per gli antichi Sumeri il lavoro apparteneva naturalmente alla condizione umana e non costituiva in alcun modo una maledizione o una condanna. L’uomo era stato creato proprio per collaborare all’ordine del mondo, per mantenere in funzione la terra, i campi, gli animali e i templi, partecipando così al grande equilibrio stabilito dagli dèi. Lavorare significava prendere parte all’armonia cosmica e sociale: arare, irrigare, costruire o tessere non erano attività degradanti, ma espressioni del ruolo assegnato all’umanità nella creazione. Si tratta di una concezione profondamente diversa da quella maturata più tardi nella tradizione ebraica, nella quale il lavoro viene interpretato come una punizione divina inflitta all’uomo in seguito alla trasgressione dei comandamenti nel giardino dell’Eden. Lì la fatica, il sudore e il dolore diventano conseguenze del peccato originale, mentre per i Sumeri la fatica del lavoro è parte integrante della vita stessa e del rapporto con il sacro: un dovere, ma anche un contributo essenziale al mantenimento dell’ordine voluto dalle divinità.
Il contrasto tra queste visioni illustra bene quanto le diverse culture abbiano elaborato in modi opposti il valore della fatica quotidiana: per i Sumeri il lavoro è collaborazione con gli dèi; per la tradizione biblica, memoria della colpa e della distanza dal divino.

Tratto dalla Genesi Biblica:

All’uomo (dio) disse: «Poiché hai ascoltato la voce di tua moglie e hai mangiato dell’albero, di cui ti avevo comandato: Non ne devi mangiare,
maledetto sia il suolo per causa tua!
Con dolore ne trarrai il cibo
per tutti i giorni della tua vita.
Spine e cardi produrrà per te
e mangerai l’erba campestre.
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane;
finché tornerai alla terra,
perché da essa sei stato tratto:
polvere tu sei e in polvere tornerai!».

Fonte:http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Gen3

 

In conclusione, i miti sumeri della creazione dell’uomo rivelano una concezione profondamente realistica e funzionale della condizione umana. L’umanità nasce per rispondere a un’esigenza degli dèi: assumere il peso del lavoro necessario al mantenimento dell’ordine cosmico. In racconti come Enki e Ninmah e nell’Inno alla zappa, il lavoro appare quindi come elemento originario e costitutivo dell’esistenza umana, non come punizione ma come parte integrante del disegno divino. Allo stesso tempo, questi miti riflettono la consapevolezza della fragilità e dell’imperfezione dell’uomo, mostrando come anche i limiti e le diversità trovino un posto nell’ordine del mondo. Attraverso tali narrazioni, la civiltà sumera trasformò l’esperienza concreta della fatica quotidiana in una visione simbolica e teologica capace di dare senso alla vita e alla società, collocando l’essere umano all’interno di un equilibrio più ampio tra divinità, natura e comunità.

Fonti bibliografiche

  • Bottéro, Jean. Mesopotamia: Writing, Reasoning, and the Gods. 1992.
  • Bottéro, Jean. Mythes et rites de Babylone. 1987.
  • Glassner, Jean-Jacques. Mesopotamian Chronicles. 2004.
  • Hallo, William W. “The Sumerian God Enki”. 1951.
  • Hallo, William W.; Van Dijk, J. J. A. The Exaltation of Inanna. 1968.
  • Jacobsen, Thorkild. The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion. 1976.
  • Kağnıcı, Gökhan. Studio su Enki and Ninmah. 2018.
  • Kramer, Samuel Noah. “Sumerian Mythology”. 1944.
  • Kramer, Samuel Noah. Sumerian Mythology. 1961.
  • Kramer, Samuel Noah. The Sumerians: Their History, Culture, and Character. 1963.
  • Lambert, W. G. Babylonian Creation Myths. 2013.
  • Pettinato, Giovanni. Mitologia sumera. Torino: UTET.

Fonti delle traduzioni

  • Demontis, Alessandro. Testi sumeri – tradotti e commentati. 2010.
    Fonte usata per gli estratti del mito Enki e Ninmah.
  • Pettinato, Giovanni. Mitologia sumera. Torino: UTET.
    Fonte usata per la traduzione dell’Inno alla zappa.
  • La Parola – Genesi 3.
    Fonte usata per il passo biblico su Adamo e il lavoro: http://www.laparola.net/wiki.php?riferimento=Gen3

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letteratura sumeramitologia sumerasumeri

Divulgatore storico esperto in archeoastronomia.

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