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INANNA E L’ALBERO HULUPPU. Traduzione e significato del mito

Gennaio 2, 2026•15 minute read
sigillo akkadico che rappresenta la dea inanna e l'albero huluppu

Questo testo è tratto dal libro
“I miti sumeri tradotti e commentati. Con vocabolario dei termini”
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(Edizione italiana ) (English edition )

libro con testi smeri tradotti e commentati


Il mito “Inanna e l’albero di huluppu” appartiene al nucleo più antico della letteratura religiosa sumerica e costituisce una delle prime testimonianze mitologiche dedicate alla dea di Uruk. Composto nel III millennio a.C. e trasmesso in lingua sumera, il racconto si colloca in un contesto culturale in cui cosmologia, regalità e simbolismo naturale erano profondamente intrecciati. Attraverso una narrazione densa di immagini poetiche e figure simboliche, il mito affronta temi centrali del pensiero mesopotamico, quali l’origine dell’ordine cosmico, il rapporto tra caos e civilizzazione, il ruolo della sovranità divina e la collaborazione tra potere divino ed eroico. L’albero ḫuluppu diventa così il fulcro narrativo attorno a cui si sviluppa una riflessione mitica sulla trasformazione della natura in cultura e sulla nascita della regalità come strumento di equilibrio e continuità del mondo.

“Huluppu” non ha un significato certo e univoco traducibile come una parola moderna. Si tratta di un termine sumero arcaico che indica un albero sacro, ma senza che sia possibile identificarlo con precisione dal punto di vista botanico. La parola, infatti, non è stata tradotta con sicurezza come il nome di una pianta specifica — non sappiamo se fosse, per esempio, una quercia, un salice o un altro tipo di albero — e viene quindi intesa soprattutto come un nome mitologico più che come una denominazione naturale precisa.

Traduzione

I primi giorni, i primissimi giorni,
Le prime notti, le primissime notti,
I primi anni, i primissimi anni,
I primi giorni, quando ogni cosa necessaria fu posta in essere,
I primi giorni, quando ogni cosa necessaria fu debitamente nutrita,
Quando si cosse il pane nei templi di terra,
E si gustò il pane nelle case della terra,
Quando il cielo si fu allontanato dalla terra,
E la terra si fu separata dal cielo,
E fu stabilito il nome dell’uomo;

Quando il Dio del Cielo, An, ebbe ottenuto i cieli,
E il dio dell’Aria, Enlil, ebbe ottenuto la terra,
Quando a Ereshkigal, Regina del Gran Luogo Inferiore, fu dato il mondo sotterraneo per dominio,

Egli fece vela; il Padre fece vela,
Enki, Dio della Saggezza, fece vela verso il mondo sotterraneo.
Piccoli grani di vento gli furono scagliati contro;
Grossi chicchi di grandine gli furono scagliati contro;
Come veloci tartarughe marine,
Colpirono la chiglia del naviglio di Enki.
Come lupi le acque del mare divorarono la prua del suo naviglio;
Come leoni le acque del mare si gettarono sulla poppa del suo naviglio.

A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
L’albero fu nutrito dalle acque dell’Eufrate.
Il turbinoso Vento del Sud si levò, ne divelse le radici
E ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.

Una donna, i cui passi erano guidati dal timore della parola di An, Dio del Cielo,
I cui passi erano guidati dal timore della parola di Enlil, Dio dell’Aria,
Trasse l’albero dal fiume e parlò:
“Io porterò quest’albero ad Uruk.
Io pianterò quest’albero nel mio giardino sacro”.

Inanna si prese cura dell’albero con le proprie mani.
Premette la terra intorno all’albero con i propri piedi.
Inanna si interrogò:
“Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io abbia un trono splendente su cui sedere?
Quanto tempo dovrà trascorrere prima che io abbia un letto splendente su cui giacere?”

Gli anni passarono; cinque anni, poi dieci anni.
L’albero si fece robusto,
Ma la sua corteccia non si fendeva.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero-huluppu.
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero.
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
La giovane donna che amava il riso pianse.
Oh, come pianse Inanna!
(E tuttavia non se ne andavano dal suo albero.)  

Quando gli uccelli presero a cantare, all’avvento dell’alba,
Il Dio del Sole, Utu, si levò dal regio talamo.
Inanna si rivolse a suo fratello Utu e disse:
“Utu, nei giorni in cui i fati furono decretati,
Quando la Terra traboccò di abbondanza,
Quando il Dio del Cielo prese i cieli e il Dio dell’Aria la terra,
Quando a Ereshkigal fu dato il Gran Luogo Inferiore per dominio,
Il Dio della Saggezza, il Padre Enki, fece vela verso il mondo sotterraneo,
E il mondo sotterraneo si levò contro di lui e lo aggredì…
A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
Il Vento del Sud ne divelse le radici e ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.
Io trassi l’albero dal fiume; lo portai nel mio giardino sacro.
Mi presi cura dell’albero, nell’attesa del mio trono e del mio letto splendente.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero,
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
Io piansi.
Oh, come piansi!
(E tuttavia non se ne andavano dal mio albero.)”

Utu, il valoroso guerriero, Utu,
Non volle aiutare sua sorella, Inanna.

Quando gli uccelli presero a cantare, all’avvento della seconda alba,
Inanna si rivolse a suo fratello Gilgamesh e disse:
“Oh Gilgamesh, nei giorni in cui i fati furono decretati,
Quando Sumer traboccò di abbondanza,
Quando il Dio del Cielo ebbe preso i cieli e il Dio dell’Aria la terra,
Quando a Ereshkigal fu dato il Gran Luogo Inferiore per dominio,
Il Dio della Saggezza, il Padre Enki, fece vela verso il mondo sotterraneo,
E il mondo sotterraneo si levò contro di lui e lo aggredì.
A quei tempi un albero, un solo albero, un albero-huluppu
Fu piantato sulle rive dell’Eufrate.
Il Vento del Sud ne divelse le radici e ne sparse i rami,
Finché le acque dell’Eufrate non lo portarono via.
Io trassi l’albero dal fiume; lo portai nel mio giardino sacro.
Mi presi cura dell’albero, nell’attesa del mio trono e del mio letto splendente.

Poi un serpente resistente agli incantesimi
Si annidò fra le radici dell’albero,
L’uccello-Anzu portò i suoi piccoli sui rami dell’albero
E la vergine oscura, Lilith, prese dimora nel tronco.
Io piansi.
Oh, come piansi!
(E tuttavia non se ne andavano dal mio albero.)”
Gilgamesh, il valoroso guerriero, Gilgamesh,
L’eroe di Uruk, non abbandonò Inanna.

Gilgamesh si cinse il petto dell’armatura del peso di cinquanta mine.
Cinquanta mine pesavano per lui quanto cinquanta piume.
Sollevò la scure di bronzo, la scure della strada,
Del peso di sette talenti e sette mine, e se la pose in spalla.
Entrò nel giardino sacro di Inanna.

Gilgamesh colpì il serpente resistente agli incantesimi.
L’uccello-Anzu volò coi suoi piccoli verso le montagne;
E Lilith distrusse la propria dimora e volò verso recessi selvaggi e inabitati.
Gilgamesh, quindi, liberò le radici dell’albero-huluppu;
E i figli della città, che lo accompagnavano, ne tagliarono i rami.

Nel tronco dell’albero egli scavò un trono per la sua divina sorella.
Nel tronco dell’albero Gilgamesh scavò un letto per Inanna.
Con le radici dell’albero ella formò un pukku per il fratello.
Con la corona dell’albero Inanna formò un mikku per Gilgamesh, l’eroe di Uruk.

Tratto da La Grande Dea. Il viaggio di Inanna regina dei mondi,
di Sylvia Brinton Perera, Red Edizioni, Como, 1987

Tabella dei termini

Termine Significato
An Dio del Cielo, capo del pantheon, garante dell’ordine cosmico.
Anzu Uccello-mostro dalle potenze terrifiche, legato a tempeste e rapimenti divini.
Enki Dio della Saggezza e delle acque sotterranee; signore della magia e dell’ingegno, salvatore di Inanna.
Enlil Dio dell’Aria e della tempesta; signore della terra, della regalità e dei decreti del destino.
Ereshkigal Regina del “Gran Luogo Inferiore”, signora del mondo sotterraneo (gli Inferi).
Eufrate Grande fiume della Mesopotamia, fonte di vita e via di comunicazione.
Gilgamesh Re-eroe di Uruk, protagonista dell’epopea che porta il suo nome.
Huluppu (albero-huluppu) Albero sacro/mitico piantato sull’Eufrate; da esso vengono trono, letto, pukku e mikku.
Inanna Dea dell’amore, della guerra e della sovranità; signora di Uruk e del giardino sacro.
Lilith “Vergine oscura”, figura notturna che abita il tronco dell’albero; in tradizioni successive demone femminile maligno.
Mikku Strumento/bastone (spesso interpretato come scettro o mazza) ricavato dalla “corona” dell’albero huluppu e donato a Gilgamesh.
Pukku Strumento sonoro o oggetto rituale (talvolta interpretato come tamburo/gioco sacro) formato dalle radici dell’albero huluppu.
Sumer Terra dei Sumeri, regione meridionale della Mesopotamia, sede delle città più antiche.
Uruk Grande città sumera, centro del culto di Inanna e patria di Gilgamesh.
Utu Dio del Sole e della giustizia, fratello di Inanna, chiamato in aiuto contro il serpente, l’Anzu e Lilith.

 

Analisi del testo

Il mito “Inanna e l’albero di ḫuluppu” è uno dei racconti più antichi e complessi della tradizione sumerica (Kramer 1963; Hallo, Van Dijk 1968). Il testo, conservato in una tavoletta proveniente da Uruk e databile al III millennio a.C., è scritto in lingua sumera e appartiene alla fase più arcaica della poesia mitologica mesopotamica (Jacobsen 1976). Esso costituisce una delle prime attestazioni narrative dedicate a Inanna, dea che in epoca accadica verrà identificata con Ishtar, e rappresenta un punto di snodo fondamentale tra cosmologia, regalità e simbolismo sessuale (Bottéro 2001).

La narrazione si apre in un tempo mitico assoluto, evocato dalla ripetizione solenne “I primi giorni, i primissimi giorni… I primi anni, i primissimi anni”. Questa anafora non ha solo valore poetico, ma crea una sospensione temporale che colloca il racconto nel momento in cui il cosmo è ancora in formazione (Jacobsen 1976). Quando il testo afferma “quando ogni cosa necessaria fu posta in essere” e “debitamente nutrita”, la creazione non viene descritta come un atto istantaneo, bensì come un processo graduale di stabilizzazione e cura, coerente con la visione mesopotamica di un ordine che deve essere mantenuto nel tempo (Bottéro 1992). In questo contesto, “fu stabilito il nome dell’uomo” indica l’ingresso dell’umanità nell’ordine cosmico: nominare equivale a rendere qualcosa esistente, riconosciuta e inserita in una rete di relazioni (Civil 1987).

La separazione primordiale tra cielo e terra (“quando il cielo si fu allontanato dalla terra”) è uno dei gesti cosmogonici fondamentali del pensiero mesopotamico (Jacobsen 1976). Solo attraverso questa distinzione nasce uno spazio abitabile. A essa segue la distribuzione dei domini divini: “An ebbe ottenuto i cieli… Enlil la terra… a Ereshkigal fu dato il mondo sotterraneo”. Il cosmo appare così come un sistema ordinato per competenze, in cui l’equilibrio deriva dalla delimitazione, non dalla fusione, secondo una logica tipica della teologia sumerica (Bottéro 2001).

In questo ordine appena stabilito irrompe il viaggio di Enki: “Enki, Dio della Saggezza, fece vela verso il mondo sotterraneo”. La navigazione diventa metafora della conoscenza che attraversa confini proibiti e pericolosi (Jacobsen 1976). Le immagini violente che seguono (“come lupi… come leoni”) personificano il mondo infero come una forza reattiva e ostile: la sapienza non è neutra, ma comporta rischio, esposizione e conflitto con il caos primordiale (Black, Green 1992).

Subito dopo compare l’albero di ḫuluppu, “un albero, un solo albero”, piantato sulle rive dell’Eufrate. L’insistenza sull’unicità ne sottolinea il valore simbolico (Kramer 1963). L’albero, spesso identificato con un salice o un pioppo, rappresenta la vita, la fertilità e l’asse cosmico che collega cielo, terra e mondo inferiore (Jacobsen 1976). Il fatto che venga sradicato dal Vento del Sud e trascinato dalle acque indica una condizione di sacralità ancora instabile, esposta alle forze caotiche della natura, in particolare al potere ambivalente dei fiumi mesopotamici, fonte di vita ma anche di distruzione (Bottéro 1992).

È Inanna a intervenire come figura civilizzatrice. Quando afferma “Io trassi l’albero dal fiume… lo pianterò nel mio giardino sacro”, la dea compie un atto fondativo: sottrae un elemento selvatico al caos fluviale e lo colloca in uno spazio rituale, il giardino sacro di Uruk, luogo di mediazione tra natura e cultura (Hallo, Van Dijk 1968). I gesti concreti (“si prese cura dell’albero con le proprie mani”) mostrano che la sovranità, anche divina, richiede lavoro, tempo e attesa, non solo potenza immediata (Jacobsen 1976). Il desiderio del “trono splendente” e del “letto splendente” non allude a un semplice comfort, ma ai due poli fondamentali della regalità: il potere politico e la fecondità sessuale, intimamente connessi nella concezione mesopotamica della sovranità (Jacobsen 1976; Bottéro 2001).

Il nucleo drammatico del mito emerge quando l’albero diventa dimora di tre presenze inquietanti: “il serpente resistente agli incantesimi”, “l’uccello-Anzu” e “la vergine oscura, Lilith” (Kramer 1963). Queste figure occupano rispettivamente radici, tronco e rami, paralizzando completamente la funzione simbolica dell’albero. Il serpente, creatura ctonia e refrattaria al controllo rituale, incarna una forza primordiale indomabile; Anzu rappresenta il caos cosmico e la ribellione all’ordine divino; Lilith (Lilitu) incarna una sessualità pericolosa e antisociale, l’aspetto oscuro e non integrato della femminilità (Black, Green 1992). L’albero, così infestato, non può più diventare strumento di regalità né fondamento dell’ordine.

Il pianto di Inanna (“Oh, come piansi!”) non è semplice espressione emotiva, ma un atto rituale che segnala uno squilibrio cosmico (Jacobsen 1976). Il rifiuto di Utu di intervenire (“non volle aiutare sua sorella”) è altamente significativo: il dio Sole e della giustizia rappresenta l’ordine stabilito, ma si rivela impotente di fronte a un caos che richiede non giudizio, bensì azione violenta e trasformativa (Bottéro 1992).

È qui che entra in scena Gilgameš. La descrizione iperbolica delle sue armi (“cinquanta mine pesavano per lui quanto cinquanta piume”) utilizza l’amplificazione epica per indicarne la natura sovrumana, tipica dello stile eroico mesopotamico (George 2003). Gilgameš non crea l’ordine dal nulla, ma lo ristabilisce: uccide il serpente, scaccia Anzu e Lilith, ristabilendo la possibilità di trasformazione dell’albero (Kramer 1963). È fondamentale che le forze caotiche non vengano annientate, ma ricollocate (“volò verso recessi selvaggi e inabitati”): il mito non elimina il caos, lo confina, riconoscendone l’inevitabile presenza ai margini del mondo ordinato (Jacobsen 1976).

Solo dopo questa purificazione l’albero può essere trasformato. Dal tronco nascono il trono e il letto di Inanna, simboli del potere regale e dell’unione erotica, forse allusivi al matrimonio sacro (hieros gamos) che garantiva fertilità e prosperità alla città e al regno (Jacobsen 1976). Dalle radici e dalla chioma nascono il pukku e il mikku per Gilgameš, oggetti rituali ambigui, legati al destino, al gioco sacro e al mondo dei morti, che riappariranno nell’episodio di Gilgameš, Enkidu e gli inferi (George 2003). Ciò che era minaccia diventa fondamento della civiltà.

Nel suo insieme, il mito presenta una visione profondamente sumera dell’esistenza: il mondo nasce dalla separazione, ma si mantiene solo attraverso la cura; la regalità non è immediata, ma deve maturare; l’ordine non distrugge il caos, lo trasforma (Bottéro 2001). L’albero di ḫuluppu diventa così la metafora della materia grezza dell’esistenza che, grazie alla collaborazione tra dea ed eroe, viene convertita in cultura, potere legittimo e continuità cosmica. È un racconto di iniziazione divina e umana, in cui Inanna passa dalla giovinezza alla piena sovranità, e l’umanità, attraverso Gilgameš, compie un passo decisivo verso la civilizzazione (Jacobsen 1976; George 2003).

sigillo akkadico che rappresenta la dea inanna e l'albero huluppu
Il sigillo raffigura una scena rituale e mitologica mesopotamica, probabilmente di età accadica o tardo-sumera. La composizione, orizzontale e ricca di simboli, è dominata al centro da un albero stilizzato e ricurvo, dalla forma innaturale: non un albero “reale”, ma un albero sacro, legato a un ordine cosmico e già trasformato o domato dall’intervento divino.
L’albero non è un elemento inerte, bensì uno spazio abitato e una soglia tra i mondi. Questo spiega perché una delle figure con copricapo cornuto sembri emergere direttamente dal tronco: non si trova semplicemente dietro l’albero, ma si manifesta attraverso di esso. La divinità è immanente all’albero, che funge da veicolo o corpo della presenza sacra, rendendo visibile ciò che normalmente è invisibile.
All’interno dello spazio delimitato dall’albero ricurvo compare una divinità femminile, forse la dea Inanna e fuori da figure stanti di rango divino, riconoscibili dalla nudità eroica e dai copricapi cornuti. In alto, un astro a otto punte indica la dimensione cosmica della scena e collega l’evento all’ordine universale.
Nel complesso, il sigillo non narra un episodio preciso, ma evoca un atto sacro di manifestazione e ristabilimento dell’ordine, in cui l’albero sacro funge da asse tra cielo e terra. Immagini di questo tipo sono spesso accostate ai miti dell’albero sacro, come quello dell’Huluppu, pur restando aperte a più livelli di interpretazione.

 

Riferimenti bibliografici

  • Black, J. – Green, A., Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia, 1992
  • Bottéro, J., Religion in Ancient Mesopotamia, 1992
  • Bottéro, J., Mesopotamia: Writing, Reasoning, and the Gods, 2001
  • Civil, M., The Early Dynastic Practical Vocabulary, 1987
  • George, A. R., The Babylonian Gilgamesh Epic, 2003
  • Hallo, W. W. – Van Dijk, J. J. A., The Exaltation of Inanna, 1968
  • Jacobsen, T., The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion, 1976
  • Kramer, S. N., Sumerian Mythology, 1963

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letteratura sumeramitologia sumerasumeri

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