Skip to content

DISCESA DI INANNA AGLI INFERI. Traduzione, analisi del testo e interpretazione astronomica

Marzo 28, 202643 minute read

Questo testo è tratto dal libro
“I miti sumeri tradotti e commentati. Con vocabolario dei termini”
Visualizza scheda e indice del libro
Visualizza il prodotto su Amazon
(Edizione italiana ) (English edition )

libro con testi smeri tradotti e commentati


Il poema La discesa di Inanna agli Inferi costituisce una delle testimonianze più profonde della mitologia sumera. In esso, la dea scende nel regno della sorella Ereshkigal, attraversando sette porte e spogliandosi progressivamente dei suoi attributi divini, fino a essere uccisa e appesa come un cadavere. Solo l’intervento di Enki permette il suo ritorno, a condizione che un sostituto prenda il suo posto negli Inferi (Wolkstein & Kramer 1983). Così Inanna, accompagnata dai demoni galla, percorre la terra per scegliere chi prenderà il suo posto. Quando trova il marito Dumuzi, non in lutto ma vestito sontuosamente e seduto sul trono, Inanna lo indica come colui che la sostituirà: un gesto che tradisce la sua rabbia per non essere stata compianta. Dumuzi viene catturato e trascinato negli Inferi, mentre Inanna ritorna libera tra i vivi, ristabilendo l’equilibrio cosmico.

Due diverse versioni del mito della Discesa negli Inferi sono sopravvissute: una versione sumera datata alla terza dinastia di Ur (circa 2112 a.C. – 2004 a.C.)  e una versione accadica dell’inizio del secondo millennio a.C. che chiaramente deriva dalla prima. La versione sumera è lunga circa tre volte quella accadica ed è molto più ricca di dettagli.

Nella religione sumera, la dea Inanna occupa un ruolo centrale quale divinità poliedrica, capace di incarnare tanto l’amore e la fertilità quanto la guerra e la distruzione. Questa ambivalenza è uno dei tratti distintivi che hanno reso la sua figura straordinariamente complessa e persistente nella memoria religiosa mesopotamica.

Il testo racconta la discesa della dea Inanna (Ishtar in accadico) negli Inferi, governati dalla sorella Ereškigal. Inanna abbandona i suoi templi e i segni del suo potere, si adorna con i sette ME (simboli del suo prestigio divino) e ordina al suo ministro Ninšubur di chiedere aiuto agli dèi se lei non dovesse tornare. Giunta alle porte degli Inferi, Inanna viene fatta entrare attraverso sette porte, dove progressivamente le vengono sottratti tutti gli ornamenti e gli emblemi della sua autorità, finché giunge nuda e senza potere davanti ai giudici inferi. Lì viene condannata, uccisa e appesa a un gancio. Ninšubur, fedele al suo incarico, implora l’aiuto degli dèi: solo Enki interviene, creando due esseri sovrannaturali capaci di ottenere il cadavere di Inanna ed evocarla con l’acqua e la pianta della vita. Inanna risorge e può risalire dagli Inferi, ma le viene imposto un prezzo: qualcuno deve prendere il suo posto. Durante il suo ritorno, Inanna rifiuta di consegnare coloro che l’hanno pianta, ma trova il suo sposo Dumuzi (un pastore divino) che non è in lutto e sembra vivere nel benessere. Inanna, colma di ira, lo consegna ai demoni galla come sostituto. Dumuzi tenta la fuga, ma alla fine viene catturato. Il suo destino è quello di trascorrere parte dell’anno negli Inferi, mentre l’altra parte sarà sostituito dalla sorella (o secondo alcuni frammenti, alternarsi con lei). Questo motiva il ciclo stagionale: l’assenza di Dumuzi è associata alla morte e alla siccità, il suo ritorno alla rinascita della natura.

In sintesi, il mito narra la morte e resurrezione di Inanna, il viaggio agli Inferi, il suo riscatto grazie a Enki e l’origine dell’alternanza stagionale attraverso la sostituzione del suo sposo Dumuzi.

Copia della versione accadica della Discesa di Ishtar negli Inferi proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal, attualmente conservata nel British Museum di Londra, Inghilterra.
Copia della versione accadica della Discesa di Ishtar negli Inferi proveniente dalla Biblioteca di Assurbanipal, attualmente conservata nel British Museum di Londra, Inghilterra.

 

Traduzione

1-5.
Dal grande cielo ella rivolse la mente al grande infero.
Dal grande cielo la dea rivolse la mente al grande infero.
Dal grande cielo Inana rivolse la mente al grande infero.
La mia signora abbandonò il cielo, abbandonò la terra, e discese negli inferi.
Inana abbandonò il cielo, abbandonò la terra, e discese negli inferi.

6-13.
Abbandonò la carica di en, abbandonò la carica di lagar, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-ana in Unug, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-muc-kalama in Bad-tibira, e discese negli inferi.
Abbandonò il Giguna in Zabalam, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-cara in Adab, e discese negli inferi.
Abbandonò il Barag-dur-jara in Nibru, e discese negli inferi.
Abbandonò l’Hursaj-kalama in Kic, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-Ulmac in Agade, e discese negli inferi.
{(1 manoscritto aggiunge altre 8 linee:)
Abbandonò l’Ibgal in Umma, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-Dilmuna in Urim, e discese negli inferi.
Abbandonò l’Amac-e-kug in Kisiga, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-ecdam-kug in Jirsu, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-ceg-mece-du in Isin, e discese negli inferi.
Abbandonò l’Anzagar in Akcak, e discese negli inferi.
Abbandonò il Nijin-jar-kug in Curuppag, e discese negli inferi.
Abbandonò l’E-cag-hula in Kazallu, e discese negli inferi.}

14-19.
Prese i sette poteri divini. Raccolse i poteri divini e li afferrò nella sua mano.
Con i buoni poteri divini, si mise in cammino.
Pose un turbante, copricapo per la campagna aperta, sul suo capo.
Prese una parrucca per la fronte.
Appese piccole perle di lapislazzuli attorno al collo.

20-25.
Pose sul petto gemelle perle a forma d’uovo.
Coprì il suo corpo con una veste pala, l’indumento della signoria.
Applicò ai suoi occhi il mascara chiamato “Che venga un uomo, che venga”.
Tirò sul suo petto il pettorale chiamato “Vieni, uomo, vieni”.
Pose un anello d’oro sulla mano.
Nella mano tenne l’asta di misura e la corda di misura in lapislazzuli.

26-27.
Inana viaggiò verso gli inferi.
Il suo ministro Nincubur viaggiò dietro di lei.

28-31.
La santa Inana disse a Nincubur:
“Vieni, mio fedele ministro dell’E-ana, {mio ministro che parla parole belle, mio accompagnatore che parla parole degne di fiducia}
{(1 ms. invece ha:) Sto per darti istruzioni: le mie istruzioni devono essere seguite; sto per dirti qualcosa: deve essere osservato}.”

32-36.
“In questo giorno scenderò negli inferi.
Quando sarò arrivata negli inferi, fai un lamento per me sui tumuli delle rovine.
Batti il tamburo per me nel santuario.
Fai il giro delle case degli dèi per me.”

37-40.
“Lacerati gli occhi per me, lacerati il naso per me.
{(1 ms. aggiunge 1 linea:) Lacerati le orecchie per me, in pubblico.}
In privato, lacerati i glutei per me.
Come un povero, vestiti con un solo indumento e completamente da solo poni il piede nell’E-kur, la casa di Enlil.”

41-47.
«Quando sarai entrato nell’E-kur, la casa di Enlil, lamentati davanti a Enlil:
“Padre Enlil, non permettere che qualcuno uccida tua figlia negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.”»

48-56.
«Se Enlil non ti aiuta in questa faccenda, va’ a Urim.
Nell’E-mud-kura a Urim, quando sarai entrato nell’E-kic-nu-jal, la casa di Nanna, lamentati davanti a Nanna:
“Padre Nanna, non permettere che qualcuno uccida tua figlia negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.”»

57-64.
«E se Nanna non ti aiuta in questa faccenda, va’ a Eridug.
A Eridug, quando sarai entrato nella casa di Enki, lamentati davanti a Enki:
“Padre Enki, non permettere che qualcuno uccida tua figlia negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.”»

65-67.
«Il padre Enki, il signore della grande saggezza, conosce la pianta che dà la vita e l’acqua che dà la vita.
È lui colui che mi farà tornare in vita.»

68-72.
Quando Inana proseguì il viaggio verso gli inferi, il suo ministro Nincubur proseguì dietro di lei.
Disse al suo ministro Nincubur:
«Va’ ora, mio Nincubur, e presta attenzione.
Non trascurare le istruzioni che ti ho dato.»

73-77.
Quando Inana arrivò al palazzo Ganzer, spinse con forza contro la porta degli inferi.
Gridò con forza al cancello degli inferi:
«Apri, portiere, apri.
Apri, Neti, apri.
Sono completamente sola e voglio entrare.»

78-84.
Neti, il capo portiere degli inferi, rispose alla santa Inana:
«Chi sei tu?»
«Io sono Inana che va a oriente.»
«Se sei Inana che va a oriente, perché hai viaggiato verso la terra del non-ritorno?
Come hai potuto rivolgere il cuore alla strada il cui viandante non ritorna mai?»

85-89.
La santa Inana gli rispose:
«Perché il signore Gud-gal-ana, il marito di mia sorella maggiore, la santa Ereckigala, è morto;
per osservare i suoi riti funebri, ella versa generose libagioni alla sua veglia — questa è la ragione.»

90-93.
Neti, il capo portiere degli inferi, rispose alla santa Inana:
«Rimani qui, Inana.
Parlerò alla mia signora.
Parlerò alla mia signora Ereckigala e le dirò ciò che hai detto.»

94-101.
Neti, il capo portiere degli inferi, entrò nella casa della sua signora Ereckigala e disse:
«Mia signora, c’è una ragazza sola fuori.
È Inana, tua sorella, ed è arrivata al palazzo Ganzer.
Ha spinto con forza contro la porta degli inferi.
Ha gridato con forza al cancello degli inferi.
Ha abbandonato l’E-ana ed è discesa negli inferi.»

102-107.
«Ha preso i sette poteri divini.
Ha raccolto i poteri divini e li ha afferrati nella sua mano.
È venuta nel suo cammino con tutti i buoni poteri divini.
Ha posto un turbante, copricapo per la campagna aperta, sul suo capo.
Ha preso una parrucca per la fronte.
Ha appeso piccole perle di lapislazzuli attorno al collo.»

108-113.
«Ha posto sul petto gemelle perle a forma d’uovo.
Ha coperto il suo corpo con la veste pala della signoria.
Ha posto sugli occhi il mascara chiamato “Che venga un uomo”.
Ha tirato sul petto il pettorale chiamato “Vieni, uomo, vieni”.
Ha posto un anello d’oro sulla mano.
Tiene nella mano l’asta di misura e la corda di misura in lapislazzuli.»

114-122.
Quando udì questo, Ereckigala si percosse il fianco.
Si morse il labbro e prese a cuore quelle parole.
Disse a Neti, il suo capo portiere:
«Vieni, Neti, mio capo portiere degli inferi, non trascurare le istruzioni che ti darò.
Siano sprangate le sette porte degli inferi.
Poi sia aperta ciascuna porta del palazzo Ganzer separatamente.
Quanto a lei, dopo che sarà entrata, e si sarà accovacciata e le saranno tolti i suoi indumenti, essi saranno portati via.»

123-128.
Neti, il capo portiere degli inferi, prestò attenzione alle istruzioni della sua signora.
Sprangò le sette porte degli inferi.
Poi aprì ciascuna delle porte del palazzo Ganzer separatamente.
Disse alla santa Inana:
«Avanti, Inana, entra.»

129-133.
E quando Inana entrò,
{(1 manoscritto aggiunge 2 linee:) l’asta di misura e la corda di misura in lapislazzuli furono rimosse dalla sua mano, quando entrò nella prima porta,}
il turbante, copricapo per la campagna aperta, fu rimosso dal suo capo.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

134-138.
Quando entrò nella seconda porta, le piccole perle di lapislazzuli furono rimosse dal collo.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

139-143.
Quando entrò nella terza porta, le gemelle perle a forma d’uovo furono rimosse dal petto.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

144-148.
Quando entrò nella quarta porta, il pettorale “Vieni, uomo, vieni” fu rimosso dal suo petto.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

149-153.
Quando entrò nella quinta porta, l’anello d’oro fu rimosso dalla sua mano.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

154-158.
Quando entrò nella sesta porta, l’asta di misura e la corda di misura in lapislazzuli furono rimosse dalla sua mano.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

159-163.
Quando entrò nella settima porta, la veste pala, il mantello della signoria, fu rimossa dal suo corpo.
«Che significa questo?»
«Silenzio, Inana, un potere divino degli inferi è stato adempiuto.
Inana, non devi aprire la bocca contro i riti degli inferi.»

164-172.
Dopo che si fu accovacciata e le furono tolti i suoi indumenti, essi furono portati via.
Allora fece alzare sua sorella Ereckigala dal trono, e al suo posto si sedette lei sul trono.
Gli Anuna, i sette giudici, emisero la loro sentenza contro di lei.
La guardarono — era lo sguardo della morte.
Le parlarono — era il discorso della collera.
Le urlarono — era il grido della forte colpa.
La donna afflitta fu trasformata in un cadavere.
E il cadavere fu appeso a un gancio.

173-175.
Dopo che tre giorni e tre notti furono passati, il suo ministro Nincubur
{(2 manoscritti aggiungono 2 linee:) il suo ministro che pronuncia parole belle, la sua accompagnatrice che pronuncia parole degne di fiducia,}
{compié le istruzioni della sua signora}
{(1 manoscritto ha invece 2 linee:) non dimenticò i suoi ordini, non trascurò le sue istruzioni}.

176-182.
Fece un lamento per lei nelle sue (case) rovinate.
Batté il tamburo per lei nei santuari.
Fece il giro delle case degli dèi per lei.
Si lacerò gli occhi per lei, si lacerò il naso.
In privato si lacerò i glutei per lei.
Come una povera, si vestì con un solo indumento,
e completamente da sola pose il piede nell’E-kur, la casa di Enlil.

183-189.
Quando fu entrata nell’E-kur, la casa di Enlil, si lamentò davanti a Enlil:
«Padre Enlil, non permettere che qualcuno uccida tua figlia negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.»

190-194.
Nel suo furore il padre Enlil rispose a Nincubur:
«Mia figlia desiderò il grande cielo e desiderò anche il grande infero.
Inana desiderò il grande cielo e desiderò anche il grande infero.
I poteri divini degli inferi sono poteri divini che non si devono desiderare,
poiché chiunque li ottiene deve rimanere negli inferi.
Chi, giunto in quel luogo, potrebbe poi sperare di risalire di nuovo?»

195-203.
Così il padre Enlil non aiutò in questa faccenda,
e quindi lei andò a Urim.
Nell’E-mud-kura a Urim, quando fu entrata nell’E-kic-nu-jal, la casa di Nanna,
si lamentò davanti a Nanna:
«Padre Nanna, non lasciare che tua figlia venga uccisa negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.»

204-208.
Nel suo furore il padre Nanna rispose a Nincubur:
«Mia figlia desiderò il grande cielo e desiderò anche il grande infero.
Inana desiderò il grande cielo e desiderò anche il grande infero.
I poteri divini degli inferi sono poteri divini che non si devono desiderare,
poiché chiunque li ottiene deve rimanere negli inferi.
Chi, giunto in quel luogo, potrebbe poi sperare di risalire di nuovo?»

209-216.
Così il padre Nanna non la aiutò in questa faccenda,
e quindi ella andò a Eridug.
A Eridug, quando fu entrata nella casa di Enki,
si lamentò davanti a Enki:
«Padre Enki, non permettere che qualcuno uccida tua figlia negli inferi.
Non lasciare che il tuo metallo prezioso venga lì legato con la sporcizia degli inferi.
Non lasciare che il tuo prezioso lapislazzuli venga lì spaccato con la pietra del muratore.
Non lasciare che il tuo bosso venga lì tagliato insieme al legno del carpentiere.
Non lasciare che la giovane signora Inana venga uccisa negli inferi.»

217-225.
Il padre Enki rispose a Nincubur:
«Che cosa ha fatto mia figlia? Mi ha messo in pensiero.
Che cosa ha fatto Inana? Mi ha messo in pensiero.
Che cosa ha fatto la signora di tutte le terre? Mi ha messo in pensiero.
Che cosa ha fatto la signora del cielo? Mi ha messo in pensiero.»
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:) Così il padre Enki la aiutò in questa faccenda.}
Tolse un po’ di sporcizia dalla punta del suo unghione e creò il kur-jara.
Tolse un po’ di sporcizia dalla punta dell’altro unghione e creò il gala-tura.
Al kur-jara diede la pianta che dà la vita.
Al gala-tura diede l’acqua che dà la vita.

226-235.
{Poi il padre Enki parlò al gala-tura e al kur-jara:}
«{(1 manoscritto ha invece:) Uno di voi spruzzi su di lei la pianta che dà la vita, e l’altro l’acqua che dà la vita.}
Andate e dirigete i vostri passi verso gli inferi.
Svolazzate oltre la porta come mosche.
Scivolate tra i cardini della porta come fantasmi.
La madre che ha partorito, Ereckigala,
a causa dei suoi figli, giace là.
Le sue sante spalle non sono coperte da un panno di lino.
I suoi seni non sono pieni come un recipiente cagan.
Le unghie sono come un piccone (?) su di lei.
I capelli sulla sua testa sono arruffati come se fossero porri.»

236-245.
«Quando dirà “Oh, il mio cuore”,
voi dovrete dire: “Sei afflitta, nostra signora, oh, il tuo cuore”.
Quando dirà “Oh, il mio corpo”,
voi dovrete dire: “Sei afflitta, nostra signora, oh, il tuo corpo”.
(Allora ella chiederà:)
“Chi siete voi?
Parlando da cuore a cuore con voi, da corpo a corpo con voi —
se siete dèi, lasciatemi parlare con voi;
se siete mortali, sia decretato per voi un destino.”
Fatela giurare su cielo e terra.»

1 linea frammentaria

246-253.
«Ti offriranno un fiume colmo della sua acqua — non accettarlo.
Ti offriranno un campo con il suo grano — non accettarlo.
Ma dille: “Dacci il cadavere appeso al gancio.”
(Ella risponderà:) “Quello è il cadavere della vostra regina.”
Ditele: “Che sia quello del nostro re o quello della nostra regina, daccelo.”
Ella ti darà il cadavere appeso al gancio.
Uno di voi spruzzi su di esso la pianta che dà la vita,
e l’altro l’acqua che dà la vita.
Così Inana risorga.»

254-262.
Il gala-tura e il kur-jara prestarono attenzione alle istruzioni di Enki.
Svolazzarono attraverso la porta come mosche.
Scivolarono tra i cardini della porta come fantasmi.
La madre che aveva partorito, Ereckigala,
a causa dei suoi figli, giaceva là.
Le sue sante spalle non erano coperte da un panno di lino.
I suoi seni non erano pieni come un recipiente cagan.
Le sue unghie erano come un piccone(?) su di lei.
I capelli sulla sua testa erano arruffati come se fossero porri.

263-272.
Quando disse: «Oh, il mio cuore», essi le dissero:
«Sei afflitta, nostra signora, oh, il tuo cuore.»
Quando disse: «Oh, il mio corpo», essi le dissero:
«Sei afflitta, nostra signora, oh, il tuo corpo.»
(Allora ella chiese:)
«Chi siete voi? Ve lo dico da cuore a cuore, da corpo a corpo —
se siete dèi, parlerò con voi;
se siete mortali, sia decretato per voi un destino.»
Essi la fecero giurare su cielo e terra.
Essi ……. (linea lacunosa)

273-281.
Fu offerto loro un fiume con la sua acqua — essi non l’accettarono.
Fu offerto loro un campo con il suo grano — essi non l’accettarono.
Dissero a lei: «Dacci il cadavere appeso al gancio.»
La santa Ereckigala rispose al gala-tura e al kur-jara:
«Il cadavere è quello della vostra regina.»
Essi le dissero: «Che sia quello del nostro re o quello della nostra regina, daccelo.»
Fu dato loro il cadavere appeso al gancio.
Uno di loro spruzzò la pianta che dà la vita,
e l’altro spruzzò l’acqua che dà la vita.
E così Inana risorse.

282-289.
Ereckigala disse al gala-tura e al kur-jara:
«Portate la vostra regina ……, la vostra …… è stata presa.»
Inana, grazie alle istruzioni di Enki, stava per ascendere dagli inferi.
Ma mentre Inana stava per ascendere dagli inferi,
gli Anuna la afferrarono:
«Chi mai è asceso dagli inferi, è asceso illeso dagli inferi?
Se Inana deve ascendere dagli inferi,
lasci che fornisca un sostituto per se stessa.»

290-294.
Così, quando Inana lasciò gli inferi,
colui che stava davanti a lei, pur non essendo un ministro, teneva uno scettro in mano;
colui che stava dietro di lei, pur non essendo un accompagnatore, portava una mazza al fianco;
mentre i piccoli demoni, come un recinto di canne,
e i grandi demoni, come le canne di una staccionata,
la trattenevano da ogni lato.

295-305.
Coloro che l’accompagnavano, coloro che accompagnavano Inana,
non conoscono cibo, non conoscono bevanda,
non mangiano l’offerta di farina e non bevono la libagione.
{Non accettano doni piacevoli.
Non godono mai dei piaceri dell’abbraccio coniugale,
non hanno mai dolci bambini da baciare.
Strappano la moglie dall’abbraccio di un uomo.
Portano via il figlio dal ginocchio di un uomo.
Fanno sì che la sposa lasci la casa del suocero}

{(al posto delle linee 300-305, 1 manoscritto ha 2 linee:)
Portano via la moglie dall’abbraccio di un uomo.
Portano via il bambino appeso al seno della balia}.

{(1 manoscritto aggiunge 3 linee:)
Non schiacciano aglio amaro.
Non mangiano pesce, non mangiano porri.
Furono loro ad accompagnare Inana.}

306-310.
Dopo che Inana fu salita dagli inferi,
Nincubur si gettò ai suoi piedi alla porta del Ganzer.
Si era seduta nella polvere e si era rivestita di un indumento sudicio.
I demoni dissero alla santa Inana:
«Inana, prosegui verso la tua città,
noi la riprenderemo.»

311-321.
La santa Inana rispose ai demoni:
«Questa è la mia ministra dalle parole belle,
la mia accompagnatrice dalle parole degne di fiducia.
Non dimenticò le mie istruzioni.
Non trascurò gli ordini che le diedi.
Fece un lamento per me sui tumuli delle rovine.
Batté il tamburo per me nei santuari.
Fece il giro delle case degli dèi per me.
Si lacerò gli occhi per me,
si lacerò il naso per me.
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:)
Si lacerò le orecchie per me in pubblico.}
In privato si lacerò i glutei per me.
Come una povera, si vestì con un solo indumento.»

322-328.
«Tutta sola indirizzò i suoi passi verso l’E-kur, la casa di Enlil,
e verso Urim, la casa di Nanna,
e verso Eridug, la casa di Enki.
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:)
Pianse davanti a Enki.}
Mi riportò in vita.
Come potrei consegnarla a voi?
Andiamo avanti.
Andiamo avanti al Ceg-kurcaga di Umma.»

322-328.
«Tutta sola indirizzò i suoi passi verso l’E-kur, la casa di Enlil,
e verso Urim, la casa di Nanna,
e verso Eridug, la casa di Enki.
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:)
Pianse davanti a Enki.}
Mi riportò in vita.
Come potrei consegnarla a voi?
Andiamo avanti.
Andiamo avanti al Ceg-kurcaga di Umma.»

329-333.
Al Ceg-kurcaga di Umma,
Cara, nella sua stessa città, si gettò ai suoi piedi.
Si era seduto nella polvere e si era vestito di un indumento sudicio.
I demoni dissero alla santa Inana:
«Inana, prosegui verso la tua città,
noi lo riprenderemo.»

334-338.
La santa Inana rispose ai demoni:
«Cara è il mio cantore,
il mio manicure e il mio parrucchiere.
Come potrei consegnarlo a voi?
Andiamo avanti.
Andiamo avanti all’E-muc-kalama di Bad-tibira.»

339-343.
All’E-muc-kalama di Bad-tibira,
Lulal, nella sua propria città, si gettò ai suoi piedi.
Si era seduto nella polvere e si era rivestito di un indumento sudicio.
I demoni dissero alla santa Inana:
«Inana, prosegui verso la tua città,
noi lo riprenderemo.»

344-347.
La santa Inana rispose ai demoni:
«Lo splendido Lulal mi segue alla mia destra e alla mia sinistra.
Come potrei consegnarlo a voi?
Andiamo avanti.
Andiamo avanti al grande melo nella pianura di Kulaba.»

348-353.
La seguirono fino al grande melo nella pianura di Kulaba.
Lì si trovava Dumuzid,
vestito con un magnifico indumento
e magnificamente seduto su un trono.
Là i demoni lo afferrarono per le cosce.
I sette versarono il latte dai suoi baratti.
I sette scossero la testa come …….
Essi non permisero al pastore di suonare flauto e zufolo davanti a lei (?).

354-358.
Ella lo guardò — era lo sguardo della morte.
Gli parlò (?) — era il discorso della collera.
Gli urlò (?) — era il grido della forte colpa:
«Quanto ancora? Portatelo via.»
La santa Inana consegnò Dumuzid il pastore nelle loro mani.

359-367.
Coloro che l’avevano accompagnata,
che erano venuti per Dumuzid,
non conoscono cibo, non conoscono bevanda,
non mangiano l’offerta di farina, non bevono la libagione.
Non godono mai dei piaceri dell’abbraccio coniugale,
non hanno mai dolci bambini da baciare.
Strappano il figlio dal ginocchio di un uomo.
Fanno sì che la sposa lasci la casa del suocero.

368-375.
Dumuzid emise un lamento e pianse.
Il giovane levò le mani verso il cielo, verso Utu:
«Utu, tu sei mio cognato.
Sono tuo parente per matrimonio.
Portai burro alla casa di tua madre.
Portai latte alla casa di Ningal.
Trasforma le mie mani in mani di serpente
e trasforma i miei piedi in piedi di serpente,
così che possa sfuggire ai miei demoni,
che essi non riescano a trattenermi.»

376-383.
Utu accolse le sue lacrime.
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:) I demoni di Dumuzid non riuscirono a trattenerlo.}
Utu trasformò le mani di Dumuzid in mani di serpente.
Trasformò i suoi piedi in piedi di serpente.
Dumuzid sfuggì ai suoi demoni.
{(1 manoscritto aggiunge 1 linea:) Come un serpente sajkal egli …….}
Essi lo afferrarono …….
2 linee frammentarie
La santa Inana …… il suo cuore.

384-393.
La santa Inana pianse amaramente per suo marito.
4 linee frammentarie
Si strappò i capelli come fosse erba d’alfa,
li tirò via come fosse erba d’alfa.
«Voi mogli che giacete nell’abbraccio dei vostri uomini,
dov’è il mio prezioso marito?
Voi bambini che giacete nell’abbraccio dei vostri uomini,
dov’è il mio prezioso figlio?
Dov’è il mio uomo? Dove ……?
Dov’è il mio uomo? Dove ……?»

394-398.
Una mosca parlò alla santa Inana:
«Se ti mostro dove si trova il tuo uomo, quale sarà la mia ricompensa?»
La santa Inana rispose alla mosca:
«Se mi mostri dove si trova il mio uomo, ti darò questo dono:
ti coprirò …….»

399-403.
La mosca aiutò (?) la santa Inana.
La giovane signora Inana decretò il destino della mosca:
«Nella casa della birra, possano ……. vasi di bronzo ……. per te.
Tu vivrai (?) come i figli dei saggi.»
Ora Inana decretò questo destino e così venne ad essere.

404-410.
…… stava piangendo.
Si avvicinò alla sorella (?) e …… per la mano:
«Ora, ahimè, mia …….
Tu per metà dell’anno e tua sorella per metà dell’anno:
quando tu sarai richiesta, in quel giorno resterai,
quando sarà richiesta tua sorella, in quel giorno sarai liberata.»
Così la santa Inana diede Dumuzid come sostituto …….

411-412.
Santa Ereckigala — dolce è la tua lode.

Electronic Text Corpus of Sumerian Literature (ETCSL),
Inanna’s descent to the Netherworld (t.1.4.1),
traduzione inglese, University of Oxford.
https://etcsl.orinst.ox.ac.uk/cgi-bin/etcsl.cgi?text=t.1.4.1&charenc=j

 

Tabella dei termini

 

Termine Significato / nota
Adab Città sumerica (a volte identificata con Bismaya).
Agade Città di Akkad, capitale dell’impero accadico.
Akcak (Akšak) Città sumerica poco nota (Akšak).
Amac-e-kug Santuario “cortile puro” a Kisiga.
Anuna Gli Anunna(k), gruppo di dèi / giudici ctoni.
Anzagar Santuario (nome di tempio) ad Akcak.
Bad-tibira Città sumerica, una delle città antediluviane.
Barag-dur-jara Santuario, forse “piedistallo / piattaforma del giudizio”, a Nibru.
Ceg-kurcaga Prob. “Piccolo recinto del kur”: santuario di Umma.
Cara Cantore/servitore di Inana.
Curuppag Città mitica, patria di Ziusudra in alcune tradizioni.
Dumuzid Dio-pastore, sposo di Inana (Tammuz).
E-ana “Casa-cielo”: grande tempio di Inana a Unug (Uruk).
E-cag-hula “Casa della gioia/lode”, tempio a Kazallu.
E-cara Tempio/santuario ad Adab.
E-ceg-mece-du “Casa delle decisioni/perfette offerte”, tempio a Isin.
E-Dilmuna Tempio a Urim (forse legato a Dilmun).
E-ecdam-kug “Casa della fondazione pura”, tempio a Jirsu.
E-kic-nu-jal Tempio di Nanna a Urim (Ekišnugal).
E-kur “Casa-montagna”: grande tempio di Enlil a Nibru.
E-muc-kalama “Casa, legame del paese”, tempio a Bad-tibira.
E-mud-kura Tempio a Urim, legato al “tumulo del paese”.
E-Ulmac Tempio ad Agade.
Enki Dio della sapienza, delle acque dolci e della magia (Ea).
Enlil Grande dio dell’aria e della regalità, capo del pantheon.
Ereckigala Dea degli inferi (Ereshkigal).
Eridug Nome sumerico di Eridu, antichissima città.
Ganzer Palazzo / complesso d’accesso agli inferi (Ganzir).
gala-tura Creatura/servo di Enki, “cantore perfetto / nobile”.
Giguna Santuario (di Inana) a Zabalam.
Gud-gal-ana “Grande toro del cielo”: sposo di Ereckigala.
Ibgal Tempio (spesso di Inana) a Umma.
Inana Dea dell’amore, della guerra e della regalità (Ishtar).
Isin Città-stato sumerica della Bassa Mesopotamia.
Jirsu (Girsu) Città-tempio del regno di Lagash.
Kazallu Città della Bassa Mesopotamia.
Kic (Kiš) Città regale sumerica (Kish).
Kisiga Città sumerica poco attestata.
Kulaba Quartiere sacro di Uruk, talvolta trattato come città/area.
kur “Montagna / regione straniera / oltretomba”; qui soprattutto “inferi”.
kur-jara Creatura/servo di Enki, legata al “kur” (sotterraneo).
lagar Funzionario cultuale / sacerdote (carica templare).
Lulal Compagno/assistente di Inana, divinità protettrice.
Nanna Dio-luna sumerico (Sîn), patrono di Ur.
Neti Demone / capo portiere degli inferi.
Nicin-jar-kug (Nijin-jar-kug) Santuario “luogo puro di Nijin” a Curuppag.
Nibru Nome sumerico di Nippur.
Ningal Dea, sposa di Nanna, madre di Utu (e di Inana in alcune tradizioni).
Nincubur (Ninshubur) Ministro/messaggero di Inana.
pala Tipo di veste regale/rituale: “veste della signoria”.
sajkal Tipo di serpente (epiteto tecnico).
Utu Dio-sole sumerico (Šamaš).
Umma Città sumerica, rivale di Lagash.
Unug Nome sumerico di Uruk.
Urim Nome sumerico di Ur.
Zabalam Città sumerica legata al culto di Inana.
cagan Tipo di vaso/recipiente cultuale.

 

Analisi del testo

Inanna, dea del cielo e della terra, rivolge l’attenzione agli Inferi e decide di scendere nel “Paese da cui non si torna” (1–5). Per farlo abbandona il cielo, la terra e tutti i suoi templi nelle principali città (Uruk, Badtibira, Zabalam, ecc.) (6–13). La dea rinuncia temporaneamente alla sua autorità nel mondo dei vivi e nelle città mesopotamiche. È come se l’ordine cosmico e politico venisse lasciato scoperto: il suo viaggio è un atto radicale che so-spende il suo ruolo e minaccia l’equilibrio tra mondo superiore e mondo infero.

Inanna si lega i sette ME al fianco e li porta con sé (14–19). I ME sono i poteri/ordinamenti divini (leggi, funzioni, ruoli). Poi si adorna: turbante, parrucca, collane di lapislazzuli, perle, la veste regale (pala), trucco seduttivo e gioielli, fino agli strumenti di misurazione in lapislazzuli (barra e corda) (14–25). Inanna scende non come vittima debole, ma come dea nel pieno del suo splendore e potere. Si porta dietro i ME, cioè i principi del co-smo. Gli ornamenti indicano la sua dignità, ma saranno proprio questi a esserle tolti a uno a uno negli Inferi: il viaggio sarà un percorso di spogliazione e umiliazione rituale.

Inanna è accompagnata dal suo ministro fedele Ninšubur (26–31). Gli ordina: se lei non tornerà dagli Inferi, dovrà piangere per lei nei luoghi pubblici, suonare il tamburo rituale, presentarsi nei grandi templi degli dèi Enlil, Nanna ed Enki e supplicarli con lacrime e formule altamente poetiche, chiedendo che Inanna non resti mescolata alla polvere degli Inferi (32–64). Inanna dichiara fiducia soprattutto in En-ki, che conosce la “pianta della vita” e “l’acqua della vita” (65–67). Ninšubur rappresenta la lealtà ideale del servo e la dimensione cultuale: lamento, supplica e rituale sono gli strumenti per cercare di rovesciare un destino di morte. C’è anche l’idea che la discesa sia pericolosa ma calcolata, con un piano di salvataggio prestabilito.

Inanna arriva alle porte del palazzo di Ganzir, la soglia degli Inferi, bussa con forza e ordina di aprire (73–77). Il portiere Neti le chiede chi sia e perché voglia entrare in un luogo da cui non si torna (78–84). Inanna risponde che scende per partecipare ai riti funebri del marito di Ereškigal, Gugalanna, e versare birra in abbondanza per il funerale (85–89). Inanna si presenta con una motivazione ufficiale funebre, ma chi ascolta (Neti, Ereškigal) sospetta un secondo fine. C’è tensione tra sorelle divine: la dea del mondo superiore entra nel dominio della dea degli Inferi, e questo introduce un conflitto di potere. Neti riferisce a Ereškigal chi è arrivato, descrivendo Inanna nella sua pienezza di potere e bellezza (ME, ornamenti, strumenti) (94–113). Ereškigal reagisce con stizza, si morde le labbra e ordina di chiudere i sette chiavistelli dei portoni, lasciando aperta solo l’anta del palazzo (114–122).

Quando Inanna entra, a ogni porta le viene tolto qualcosa: prima il turbante, poi la collana, le perle, la fibula seduttiva, i bracciali d’oro, la barra e la corda, infine la veste della sua signoria. A ogni protesta, il portiere risponde: “Un potere degli Inferi è stato adempiuto. Non devi aprire bocca contro le leggi degli Inferi” (129–163). La discesa diventa una spogliazione iniziatica: Inanna perde progressivamente tutti i segni del suo potere e della sua identità pubblica. Gli Inferi hanno leggi proprie, in cui il potere del mondo di sopra non vale. È un passaggio da regina sovrana a creatura nuda e vulnerabile.

Davanti a Ereškigal e ai sette giudici Anunna, Inanna viene guardata con uno sguardo di morte, le si rivolge una parola che è malattia e un grido d’odio. Viene trasformata in cadavere e appesa a un gancio (rr. 164–172). Dopo tre giorni e tre notti, Ninšubur esegue esattamente il compito: piange, si veste da povero, suona il tamburo, va da Enlil, poi da Nanna, e pronuncia le formule rituali per salvare Inanna (rr. 173–189; 195–203). Ma sia Enlil, sia Nanna rifiutano di intervenire, sostenendo che i ME degli Inferi sono poteri che non si devono desiderare: chi va laggiù resta intrappolato (rr. 190–194; 204–208). La morte di Inanna è la conseguenza del voler estendere il suo dominio anche agli Inferi. Gli dèi Enlil e Nanna rappresentano un ordine severo e immutabile: chi supera i limiti tra i mondi paga con la morte. Ninšubur incarna la fedeltà asso-luta e la funzione sacerdotale di lamento e intercessione.

Da Enki, invece, Ninšubur ottiene una reazione diversa: Enki si mostra preoccupato per Inanna (rr. 217–220). Con lo sporco sotto la sua unghia crea due esseri speciali, kurĝara e galatur, a cui dà la pianta e l’acqua della vita (rr. 220–225). Enki spiega loro la strategia: dovranno scendere negli Inferi, trovare Ereškigal mentre soffre, empatizzare con il suo dolore (“Oh, il mio interno” / “Oh, il mio esterno”) e rispondere con compassione (rr. 226–245). Quando lei chiederà chi siano e offrirà doni (acqua come un fiume, un campo di orzo), loro dovranno rifiutare e chiedere invece il cadavere che pende dal gancio (rr. 246–253). Il piano riesce: Ereškigal, toccata dalla loro empatia, fa giuramento e concede il cadavere (rr. 263–272). I due esseri versano su Inanna acqua e erba della vita, e lei risorge (rr. 273–281). Enki rappresenta la sapienza salvifica e l’ingegno magico-rituale. Non sfida frontalmente gli Inferi, ma usa l’empatia e il giuramento sacro per ottenere ciò che è vietato. La morte non è più assoluta: grazie a un intervento sapiente, è possibile un ritorno alla vita.

Quando Inanna risale, gli Anunna la fermano: nessuno può usci-re dagli Inferi senza che qualcuno prenda il suo posto (rr. 282–289). Inanna risale scortata da demoni galla, esseri che non conoscono cibo, acqua, doni, amore, famiglia; la loro funzione è strappare persone dalle relazioni umane (rr. 290–305). Il mondo degli Inferi esige un equilibrio di vite: per una vita che ritorna, un’altra deve scendere. I galla sono la personificazione del lato spietato e impersonale della morte, che interrompe la gioia umana.

Nel viaggio di ritorno, i galla vogliono prendere vari personaggi vicini a Inanna. Ninšubur si getta ai suoi piedi, vestito di stracci e in lutto; Inanna rifiuta di consegnarlo, ricordando la sua fedeltà e il suo ruolo nel salvarla (rr. 306–328). Succede lo stesso con Šara e Lulal, anche loro in atteggiamento di lutto e fedeltà (rr. 329–347): Inanna non li dà ai galla. Poi arrivano al grande melo nella piana di Kullab, dove Inanna trova Dumuzi vestito splendidamente, seduto sul podio, in atteggiamento di splendore e non di lutto (rr. 348–353). I galla lo afferrano, lo colpiscono, impediscono ai pastori di suonare per lui, mentre Inanna lo guarda con uno sguardo di morte, gli parla con parola venefica e grida d’accusa, e alla fine dice: “Prendetelo!” (rr. 354–358). Dumuzi è consegnato nelle mani dei demoni (rr. 359–367). Inanna risparmia chi le è stato fedele e l’ha pianta nella disgrazia, ma condanna Dumuzi, il suo sposo, che appare indifferente e abbigliato nel lusso. Questo suggerisce che l’amore e il legame con la dea prevedono solidarietà nel dolore; il mancato lutto di Dumuzi appare come un tradimento. La sua elezione a vittima sostitutiva spiega il suo ruolo successivo di divinità morente, legata ai cicli stagionali. Dumuzi piange, invoca Utu (dio-sole), ricordandogli la parentela e i servizi resi, e chiede di essere trasformato in rettile per fuggire ai galla (rr. 368–375). Utu lo aiuta, e Dumuzi fugge temporaneamente, ma alla fine viene ripreso (rr. 376–383 e seguenti lacunari). Inanna, a un certo punto, piange amaramente per il suo sposo, si strappa i capelli, si lamenta come una donna che cerca il proprio uomo e come una madre il proprio figlio (rr. 384–393). Una mosca le indica dove si trova Dumuzi in cambio di una ricompensa, e Inanna le assegna un piccolo destino favorevole (rr. 394–403). Alla fine, tra pianto e lamento, si stabilisce un compromesso: Dumuzi trascorrerà parte dell’anno negli Inferi e parte dell’anno nel mondo dei vivi, alternandosi con sua sorella (rr. 404–410). Questo accordo diventa l’inizio di un ciclo: quando uno è sotto, l’altra è sopra, e viceversa. Questo finale spiega il ciclo delle stagioni: la discesa di Dumuzi (la vegetazione, il pastore divino) negli Inferi corrisponde al periodo di morte della natura (siccità, calore, in-verno a seconda del contesto), mentre il suo ritorno coincide con la rinascita e la fertilità. La vicenda di Inanna e Dumuzi diventa così un mito cosmogonico e agrario, che dà senso all’alternarsi di morte e vita nel mondo naturale.

Quando Inanna decide di scendere negli Inferi, abbandona cielo, terra e templi. Simbolicamente succede questo: la dea della fecondità, del sesso, della guerra e della regalità lascia il mondo dei vivi e l’ordine cosmico e politico rimane “scoperto”, come se la forza vitale che tiene insieme cielo, terra e città venisse sospesa. In chiave naturale, è come il momento in cui la forza vitale si ritrae perciò la vegetazione si indebolisce, i campi diventano sterili, la fecondità si oscura. È l’inizio della fase di morte/assenza della natura. Nel suo passaggio attraverso le sette porte degli Inferi, Inanna viene spogliata di tutto: ornamenti, poteri (ME), veste regale. Alla fine, rimane nuda, senza simboli di potere e davanti a Ereškigal e ai giudici viene uccisa e appesa a un gancio. Qui la dea rappresenta la forza vitale completamente azzerata: la natura “regale” e feconda è ridotta a cadavere. È il momento di massimo inverno, metaforico: le energie vitali sono precipitate nel “sottosuolo”, nel kur, il regno della morte. I “tre giorni e le tre notti” sono l’intervallo di sospensione in cui la vita è ferma. Enki, dio della sapienza e delle acque profonde, interviene creando kurĝara e galatur, portatori della pianta e dell’acqua della vita. Grazie a loro il cadavere appeso viene recuperato; su Inanna vengono versate l’acqua e la pianta che danno la vita; la dea risorge e risale dagli Inferi. Qui il mito dice: la vita non nasce “da fuori”, ma dal fondo della morte stessa. È come il seme che marcisce nella terra buia e umida e proprio da lì germoglia. Gli Inferi sono il luogo della morte, ma anche il grembo sotterraneo. Questa è la logica ciclica: morte → decomposizione → nuova vita.

La risalita di Inanna però non è gratis: gli Inferi esigono un sostituto e alla fine la scelta cade su Dumuzi, il pastore-sposo. Dumuzi viene consegnato ai demoni, portato giù come “vittima sostitutiva” e dopo fughe, lamenti e inseguimenti, si arriva al compromesso finale: Dumuzi passerà parte dell’anno negli Inferi e parte nel mondo dei vivi, alternandosi con la sorella. Qui il mito diventa esplicitamente agrario e stagionale:

  • Dumuzi è legato al mondo pastorale e vegetale (abbondanza, latte, grassi, benessere delle greggi e dei campi);
  • quando Dumuzi scende, è il periodo in cui la natura muore o si addormenta: siccità, calore estremo o inverno (dipende dal contesto mesopotamico o dal modo in cui si adatta il mito);
  • quando Dumuzi risale, la natura rifiorisce, tornano la fertilità dei campi e del bestiame.

Il ciclo Dumuzi su / Dumuzi giù = ciclo stagionale:

  • giù → vegetazione in crisi, campi secchi, “morte della natura”;
  • su → ricchezza d’erba, raccolti, latte, vita.

Il mito mette in scena una dinamica affettiva e cosmica insieme:

  • sul piano umano-divino: la dea e lo sposo si perdono, si ritrovano, pattuiscono tempi di lontananza e ricongiungimento;
  • sul piano naturale: la fecondità (Inanna) ha bisogno di una morte periodica (Dumuzi negli Inferi) per rinnovarsi.

È come dire: la vita non è una linea retta, ma un cerchio; non esiste fertilità continua senza pause, riposi, cadute nella “terra dei morti”.
In chiave simbolica, il mito insegna che:

  • la morte non è solo fine, ma fase del processo vitale;
  • la fecondità del mondo (campi, greggi, città) dipende da un equilibrio tra ascesa e discesa, tra mondo di sopra e mondo di sotto;
  • gli dèi stessi rispettano questo ciclo: perfino Inanna, pur risorgendo, “paga il prezzo” lasciando Dumuzi.

Per i Sumeri, e poi per le tradizioni che erediteranno questo mito, la realtà ultima non è “vita contro morte”, ma un ritmo di morte–rinascita che attraversa:

  • la natura (stagioni),
  • la società (regno, potere),
  • l’esistenza umana (lutto, guarigione, nuovi inizi).

Inanna che muore e risorge, Dumuzi che scende e risale: sono figure del fatto che ogni fioritura implica un precedente “interramento”, e che nulla vive per sempre allo stesso modo, ma tutto si rigenera passando attraverso la perdita.

Il momento in cui Inanna muore e rimane appesa come un cadavere per “tre giorni e tre notti” non è soltanto un espediente narrativo, ma un’allusione a un fenomeno astronomico che gli antichi osservavano con grande attenzione: il comportamento del Sole al solstizio d’inverno. Nel corso dell’anno, il Sole sorge e tramonta in punti diversi dell’orizzonte; man mano che l’inverno avanza, il punto di levata si sposta sempre più verso sud, le giornate si accorciano e la luce diminuisce. Questo processo culmina il 21 dicembre, il solstizio d’inverno, momento in cui il Sole raggiunge la sua posizione più bassa e le ore di buio sono al massimo.

Dopo il solstizio avviene però qualcosa di particolare: per circa tre giorni, il Sole sembra rimanere immobile. Il punto dell’orizzonte in cui sorge e tramonta non cambia in modo percepibile, e la durata del giorno resta praticamente identica. Per gli osservatori antichi, abituati a uno sguardo costante e ritualizzato sul cielo, questa immobilità era come una sospensione cosmica: la luce era giunta al limite della sua corsa e rimaneva ferma, come se fosse trattenuta nell’oscurità. Solo il quarto giorno, intorno al 25 dicembre, il Sole “ricomincia a muoversi”, e la giornata si allunga impercettibilmente. Questo ritorno della luce era l’annuncio della rinascita del ciclo annuale.

Il mito di Inanna rispecchia perfettamente questo ritmo. La dea discende nel mondo sotterraneo e viene spogliata, privata dei suoi poteri, fino a diventare un corpo inerte. In quel periodo la forza vitale è come “morta”, sospesa in un’oscurità totale. I “tre giorni e tre notti” corrispondono alla fase in cui il Sole resta fermo nella sua posizione più bassa, come prigioniero nel regno della notte. La risurrezione di Inanna, operata attraverso l’intervento di Enki e degli esseri che portano la pianta e l’acqua della vita, coincide con il momento in cui la luce riprende a crescere. È la rinascita del mondo dopo la massima oscurità, il primo germoglio della stagione luminosa.

Il mito mette così in scena il ciclo fondamentale che regola la natura: la vita deve attraversare la morte per ritornare a essere feconda. La discesa di Inanna rappresenta il declino della vita, la sua permanenza nel mondo infero riflette la sospensione totale del vigore naturale, e la sua risalita segna il ritorno dell’energia, della crescita e della fertilità. Questa dinamica non è soltanto vegetale—come avviene con Dumuzi, che trascorre parte dell’anno nel mondo sotterraneo e parte nel mondo dei vivi—ma anche luminosa: la rinascita della luce dopo i tre giorni del solstizio si lega intimamente al ritorno di Inanna dalla morte.

La narrazione sumera diventa così una drammatizzazione sacra della ciclicità cosmica. La morte non è vista come una fine, ma come una fase necessaria nel ritmo universale. La dea che scompare e poi ritorna incarna la certezza che, dopo l’oscurità più profonda, la vita riemerge, e con essa riemergono l’ordine, il calore, la fertilità e la stabilità del mondo.

Uno degli aspetti più significativi che caratterizzano la figura di Inanna è la sua associazione con il pianeta Venere, corpo celeste luminosissimo. Tale identificazione non è solo un dato astronomico, ma un elemento interpretativo che consente di comprendere un aspetto simbolico del mito “La discesa di Inanna agli Inferi”, in cui la dea attraversa morte e rinascita in un ciclo che allude alla le fasi del moto apparente di venere.

L’associazione tra Inanna e Venere è documentata sin dalle prime testimonianze sumeriche e rimane costante nella tradizione accadica, in cui la dea è identificata con Ishtar (Jacobsen 1976). Venere, osservabile sia al mattino che alla sera, si caratterizza per la sua apparizione e scomparsa ciclica: per alcuni periodi resta visibile all’alba, per altri al tramonto, e in certi momenti è del tutto invisibile a occhio nudo. Questa ciclicità fu letta dai sumeri come una manifestazione cosmica della natura mutevole e contraddittoria di Inanna, dea che regna tanto sulla vita quanto sulla morte, sulla gioia quanto sul conflitto (Kramer 1961).

È importante chiarire che Venere è un pianeta roccioso del sistema solare, con un diametro di 12.104 km (circa il 95% di quello terrestre) e un periodo orbitale di 225 giorni. La sua luminosità eccezionale, che può raggiungere una magnitudine apparente di -4,7, è dovuta all’alta riflettività della sua atmosfera satura di anidride carbonica e nubi di acido solforico. A occhio nudo, tuttavia, Venere appare come una stella brillante, ed è per questo che da sempre viene chiamato “stella del mattino” o “stella della sera”. Poiché la sua orbita è interna rispetto a quella della Terra, Venere non si allontana mai molto dal Sole: la sua elongazione massima è di circa 47°. Ciò significa che può essere visto solo poco dopo il tramonto, a ovest, oppure poco prima dell’alba, a est. Da qui nasce la sua duplice denominazione: stella della sera quando appare dopo il tramonto (Vespero in latino), e stella del mattino quando si manifesta prima dell’alba (Lucifero, nel senso originario di “portatore di luce”).

Il comportamento ciclico di Venere era ben noto agli astronomi-sacerdoti mesopotamici, che registravano con precisione i suoi movimenti. Il pianeta segue un periodo sinodico di circa 584 giorni terrestri, durante i quali attraversa fasi di visibilità e invisibilità: nella congiunzione inferiore scompare, mentre dopo poco riappare come stella del mattino; in seguito, passando dietro al Sole (congiunzione superiore), torna invisibile prima di emergere nuovamente come stella della sera (Sachs 1974).

La perdita progressiva dei poteri di Inanna davanti alle porte degli Inferi può essere letta in chiave allegorica come il progressivo offuscamento della luminosità di Venere quando si avvicina alla congiunzione solare. Il successivo recupero della sua forza al momento della riapparizione nel cielo simboleggia invece la rinascita e il ritorno alla potenza (Livingstone 1986).

Il mito della discesa agli Inferi, con la sua connessione al ciclo di Venere, aveva anche un ruolo politico e cultuale. Inanna, come dea della regalità, garantiva il potere dei sovrani sumeri. Il suo viaggio nel regno dei morti e il ritorno alla vita riflettevano l’idea di un rinnovamento ciclico della regalità stessa, che trovava in lei legittimazione e protezione (Jacobsen 1976).
L’associazione tra Inanna e Venere non è un semplice parallelismo simbolico, ma una chiave interpretativa fondamentale per comprendere la religione e la cultura sumera. Il pianeta, con la sua duplice natura e la sua ciclicità, offriva ai sumeri un modello astronomico attraverso cui leggere la potenza della dea, la sua capacità di unire amore e guerra, vita e morte. Nel poema della discesa agli Inferi, questa relazione trova la sua espressione più potente: Inanna, come Venere, scompare nel regno dell’oscurità per poi riemergere radiosa, garantendo così la continuità del cosmo e dell’ordine politico.

Nelle culture del Vicino Oriente antico, il cielo costituiva un “testo” primordiale, da cui le comunità traevano regole, calendari, e significati religiosi. I movimenti celesti, osservabili ma non immediatamente spiegabili, vennero interpretati attraverso un linguaggio simbolico e narrativo: il mito. In questo senso, le figure divine incarnavano i fenomeni celesti e ne traducevano le dinamiche in termini comprensibili alla comunità.

L’uso dell’allegoria celeste ha due funzioni principali. In primo luogo, permette di integrare l’osservazione empirica in un quadro cosmologico dotato di senso: i fenomeni non sono casuali ma parte di un ordine divino (Jacobsen 1976). In secondo luogo, l’allegoria mitologica agisce come strumento pedagogico e sociale: i cicli del cielo vengono interiorizzati attraverso storie drammatiche di dei e dee, in grado di parlare all’immaginario collettivo.

In sintesi, la traduzione dei movimenti celesti in linguaggio mitologico sotto forma di allegoria, come nel caso di Inanna-Venere, rappresenta una forma di “astronomia narrativa”. Essa rendeva accessibili fenomeni complessi, rafforzava il senso del sacro, e integrava la vita celeste con quella terrestre, unendo l’osservazione empirica con il bisogno umano di significato.

 

Riferimenti bibliografici

 

Jacobsen, T. The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion. 1976.

Kramer, S. N. Sumerian Mythology: A Study of Spiritual and Literary Achievement in the Third Millennium B.C. 1961.

Livingstone, A. Mystical and Mythological Explanatory Works of Assyrian and Babylonian Scholars. 1986.

Sachs, A. J. Astronomical Diaries and Related Texts from Babylonia. 1974.

Wolkstein, D., & Kramer, S. N. Inanna: Queen of Heaven and Earth. Her Stories and Hymns from Sumer. 1983.

Tags:

Articoli correlati

Nessun commento

Comments (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *



Seguici

Non dimenticare di seguirci sui social media per ricevere le ultime notizie in tempo reale.

NEWSLETTER

Iscriviti oggi e non perderti nessun articolo importante.

Articoli recenti
Torna su
error: Content is protected !!